
Il ciclo di Costanza Macallè, l’eroina di Alessia Gazzola arrivata dopo la più nota Alice Allevi, ha avuto vita breve: solo i tre episodi di Questione di Costanza (2019), Costanza e buoni propositi (2020) e adesso La Costanza è un’eccezione, che chiude – anche in un irenico habby end – l’altalenante lovy story tra la paleopatologa veronese proveniente da Messina e l’architetto milanese Marco de Verre di origini ungheresi. La Gazzola, anche lei messinese trapiantata a Verona, ha lasciato la Roma dell’Allieva e ha preferito il Lombardo-Veneto per ambientare una vicenda che per protagonista ha ancora una giovane donna in carriera, problematica e sognatrice, ma decisamente più volitiva e consapevole.
Per molti versi, a differenza di Alice, Costanza è così vicina all’autrice da apparire una sua trasposizione, tale che, come la Gazzola confessa nella Nota finale, ama la storia, è medico, ha una figlia nata a Messina e un’amica d’infanzia arrivata nel “grande Nord” dallo stesso capoluogo peloritano. Ma Gazzola nega ogni apparentamento sia con Alice che soprattutto con Costanza e dice all’Agi: “In generale non mi identifico con nessuna delle due. Ho inserito volutamente punti di contatto, in questo caso il cambio di città che è un passaggio estremamente frequente in cui molte persone possono riconoscersi”. Sta di fatto che le città sono Messina e Verona e che Costanza porta in Settentrione e fa valere nelle sue relazioni una koiné e caratteri che sono squisitamente della Gazzola. La quale in fondo ammette: “Io credo che il bello della scrittura sia proprio indossare i panni altrui, senza parlare di sé. Non credo nella scrittura come psicoanalisi”.
Senonché con ogni evidenza traluce l’autrice nella narratrice, la Costanza cioè che racconta la propria esperienza veneziana in prima persona, esprimendosi nello stile, nel linguaggio e nel tono con cui narra di sé Alice Allevi, a dimostrazione che la Gazzola mantiene la stessa natura letteraria nelle vesti dell’una e dell’altra delle sue proiezioni, pur nel proposito di non parlare di sé.
Venezia è in quest’ultimo episodio della miniserie (e “piccola serie” la chiama l’autrice mutuando una formula televisiva) il terzo polo del triangolo del Nord entro il quale la Macallé si muove nei panni di una paleopatologa “riluttante” (l’aggettivo è suo), ovvero non del tutto convinta di dover sottrarre tempo alla figlioletta Flora (affidata all’affetto della sorella Tony, guardacaso anche lei emigrata a Verona) per dedicarsi a un caso che nella Laguna una nobildonna le affida circa l’accertamento del mistero che si nasconde nella cripta dell’antico palazzo tra gli avelli secenteschi. Per un caso ancora più clamoroso, a dirigere i lavori sotterranei viene chiamato da Milano l’architetto Marco de Verre, il padre di Flora che però non ha accettato di essere anche il marito di Costanza, anima estenuata in “costante” attesa dal 2019 di avere ricambiato l’amore. Il modello tutto loving è lo stesso che lega e divide Alice Allevi e Claudio Conforti del ciclo-serie L’Allieva, ma anche in questo caso l’autrice non accetta di mutare e ridurre il giallo in rosa e fare delle due eroine delle sorelle d’inchiostro che in qualche modo sembrino condividere una sorta di dipendenza dalla volontà e dalla condiscendenza di Claudio e Marco: “Confesso di non essere affatto d’accordo” oppone all’Agi. “Non esiste nessuna dipendenza. Credo che anzi le mie ragazze siano piuttosto risolute nel rimarcare che non sono disposte ad accontentarsi di una storia a metà né a cambiare il proprio modo di essere in funzione della ‘condiscendenza’ altrui. E forse è proprio questo alla fine a far compiere ai personaggi in questione una crescita affettiva”.
Tuttavia più volte Costanza è sul punto di cambiare il suo modo di essere: quando decide di accettare l’incarico veneziano perché così lavorerà con Marco, quando prova a lasciare Venezia e trovare lavoro in una clinica di Milano dove vive Marco, quando cede ai suoi inviti di pernottare a casa sua e di raggiungerlo in un ristorante meneghino. Quanto alla “crescita affettiva” di Costanza, solo la piena consapevolezza raggiunta finalmente e unilateralmente da Marco la induce ad accettare la sua decisione di vivere con lei. Marco è nondimeno il fragile bellimbusto, inseritissimo nella mondanità milanese, che a un certo punto ammette: “Sono in una zona grigia di sentimenti che non capisco nemmeno io”, zona psicologicamente grigia perché perennemente indeciso tra Costanza, da cui ha avuto una figlia, e Federica, sua promessa sposa. Ma Gazzola nega: “Non definirei Marco un fragile bellimbusto. Peraltro differisce molto da Claudio Conforti sia per età sia per la capacità introspettiva. È un ragazzo che si trova a dover crescere di colpo attraversando il lutto per la madre, la separazione dalla fidanzata storica e la paternità a sorpresa”. Ne esce invece benissimo se due donne giovani, belle e di successo lo vagheggiano, e tuttavia mostra un carattere debole, remissivo nei confronti del padre e incerto anche nel lavoro, come quando ancora una volta non sa decidere se denunciare alla polizia il ritrovamento di armi nella cripta. “Fa quel che può – ammette Gazzola – esattamente come una persona reale, senza eccezionalità. Non cerco la perfezione, ma la realtà. E pertanto, niente principi azzurri”.
Ma è difficile non vedere soprattutto in Claudio, nelle sembianze peraltro dell’irresistibile Lino Guanciale televisivo, come anche in Marco, “l’uomo dei sogni” che in effetti Costanza immagina e definisce nel suo diario intimo, il romanzo cioè che leggiamo. Il quale si precisa in una cifra che oggi è esclusiva della scrittire siciliana: il felice misto di severità ed estemporaneità, rigorosa competenza scientifica in fatto di medicina legale e ispezione cadaverica, che siano corpi del presente o del Seicento, e tono easy, brillante e ironico, cadenzato sul disincanto di una personalità fresca, giovane e positiva. In La Costanza è un’eccezione (titolo che, ammiccando alla irresolutezza della protagonista, sembra piuttosto sottendere la straordinarietà del ciclo rispetto al mainstream dell’Allieva) questo gusto viene però fin troppo spesso interrotto dalle analessi che, riportando ai fatti del Seicento, raccontati in terza persona, mutano il narratore in prima persona in autore onnisciente, sfera nella quale si fatica a riconoscere la penna della Gazzola, privata com’è del tratto divertito e scanzonato che la distingue.
Il romanzo, per ragioni non chiarite dall’autrice, è l’ultimo, anche perché ambientato nei mesi appena precedenti il Giubileo della regina Elisabetta celebrato lo scorso febbraio. Una ragione dello stop nasce forse dal timore non che potesse fare ombra all’Allieva ma che ne minasse la forte tenuta.
