
Jannik Sinner che dice no alla Coppa Davis conferma la sua refrattarietà a essere bollato come italiano. Ha già rifiutato un invito del presidente della Repubblica e ora ha detto no alla maglia azzurra e ai suoi compagni di squadra. Fra i tanti tornei che poteva decidere di saltare per allungarsi le vacanze, ha preferito deludere milioni di fans e offendere la bandiera. Sarebbe come se un calciatore italiano dicesse no alla Nazionale. Che, nel calcio come in un’altra disciplina sportiva, equivale all’esercito, una chiamata alle armi corrispondendo a una convocazione a Coverciano.
Il giovane signore altoatesino che parla tedesco e ladino, oltre che inglese, ma ha la cittadinanza italiana e posizione fiscale monegasca, è un cosmopolita che non si riconosce dentro i confini di nessun Paese. È l’Italia che ne fa un proprio eroe, ma i soli rapporti che il numero 2 del tennis intrattiene con l’Italia sono quelli pubblicitari. A vederlo negli spot televisivi magnificare prodotti italiani (i cui brand lo cercano per cementare l’identità nazionale dei loro articoli, mood che lui furbescamente asseconda), bere caffè Lavazza, mangiare pasta De Cecco, vestire Gucci (benché la proprietà sia oggi d’Oltralpe), guidare Alfa Romeo, telefonare Fastweb, sembra che sia addirittura sciovinista. In realtà è un apolide egocentrico che bada, molto bene, al suo personale tornaconto non solo economico e tributario.
Perché Sinner ha rifiutato di tornare a giocare la Coppa Davis? Semplice: perché la Davis non assegna punti per il ranking mondiale. Una vittoria non significherebbe per Sinner accorciare le distanze da Alcaraz, per modo che ha pensato di economizzare anche le energie fisiche e mentali per impiegarle in competizioni che gli permettano di tornare ad essere il numero 1. Ambizione legittima, s’intende, ma scrupoli zero.
Un atleta del suo calibro, che gli piaccia o no, ha tutte le licenze che vuole ma anche molti obblighi da osservare, primo fra tutti quello di contribuire al funzionamento del sistema di cui fa parte: se la sua partecipazione alla Davis di quest’anno era data per scontata, motivo per il quale molte persone avevano acquistato i biglietti per vedere giocare innanzitutto lui e l’organizzazione si era mossa per dare alla sua presenza il massimo di visibilità e di rendimento in termini di immagine internazionale, dare forfait significa fare danni. Un atleta può farlo liberamente, è vero, ma un atleta serio se ne guarda bene. Il suo no ha suscitato un’ondata di indignazione, commenti negativi sui giornali, interviste al fulmicotone, a cominciare da Pietrangeli, giudizi sprezzanti. Lo sapeva eccome. Ma è chiaro il suo disinteresse sull’opinione che in Italia si ha di lui da non avere avuto remora alcuna. Del resto sa anche che la gente dimentica presto, che la Davis passerà e che alla prossima sua competizione l’Italia sarà ancora una volta con lui.
