
Ben cinque settimane passano tra la violenta aggressione di un ventiduenne a Milano, avvenuta la notte del 12 ottobre ad opera di una gang di ragazzi monzesi, e il loro arresto con il conseguente clamore mediatico derivato soprattutto dalla divulgazione del video di una telecamera: cinque settimane di colpevole silenzio da parte di organi di stampa e inquirenti che sono servite ai cinque teppisti di maturare una coscienza dell’impunità e una spavalderia tali da assumere atteggiamenti sfrontati e spocchiosi nella stanza del commissariato dove come polli sono caduti in trappola. Insieme a fronteggiare una nuova insolita impresa, si sono scambiati, a favore di cimici e telecamere, pareri, sensazioni e progetti futuri, ripromettendo maggiore prudenza e rassicurandosi circa gli sviluppi.
Tre di loro sono minorenni e si sono presentati in polizia, perché convocati per firmare dei semplici documenti, senza che i genitori (presumibilmente più smaliziati e tutti di ceto elevato, ma nessuno che impedisca al figlio di restare fuori anche alle tre di notte) li avvertissero di tacere tra di loro perché la convocazione di tutti non poteva che essere uin pretesto perché si parlassero e confessassero. Lo avrebbe capito chiunque non avesse avuto la tracotanza di essere nel giusto e di credersi invincibile e intoccabile in forza dell’uso dei social. Quando si rammaricano di non potere vedere il video che li inchioda alle loro responsabilità e che avrebbero dovuto scriverci una “storia” e postarla online, confidando nel potere dei like, mostrano di ritenere prevalente il consenso sulla colpa. Provano di credere feticisticamente nella “notizia” che li promuova nel mondo dei bulli, dei “soci” e dei “fratelli”, senonché la ricercano quanto la temono.
Essere finiti sui giornali, sconfitti, smascherati, e divenuti oggetto di scherno per il modo come si sono fatti fregare, è l’effetto collaterale e indesiderato della civiltà dei like. I quali hanno due opzioni: verso l’alto in segno di approvazione e verso il basso in quello contrario della bocciatura. Averne più del secondo tipo che del primo costa il disdoro e il dileggio, il regresso all’anonimato, all’insignificanza, forse la peggiore condizione dei giovani nati e vissuti nel regime del follow.
La polizia aveva già il video e quindi la prova della loro colpa. Bastava identificare i cinque teppisti e arrestarli, senza alcun bisogno di raccogliere le loro rivelazioni. Se li hanno tenuti in una stanza controllata perché parlassero, è stato per potere divulgare il video e dare la “notizia” completa, la “storia” comprensiva della loro dabbenaggine. Sconfessati e degradati da tutte le gang, i cinque di Via Como non hanno più futuro come “maranza”.
Ma se la polizia ha seguito un preciso piano, viene da chiedersi perché la stampa è stata zitta per cinque settimane su un fatto avvenuto a Milano e non in un villaggio alpino e dunque alla facile portata dei giornalisti nel loro tradizionale e quotidiano “giro” tra le fonti di cronaca. Un ragazzo, peraltro un bocconiano, degno quindi di un interesse maggiore, che in un ospedale pubblico rimane ricoverato per essere sottoposto a più operazioni chirurgiche non può sfuggire a tutti i cronisti. La notizia dell’aggressione del 12 ottobre è stata data a suo tempo riconducendola a una delle tante risse notturne tra bande giovanili, ma non ha avuto seguito, benché meritasse certamente attenzione lo specifico caso di uno studente che rischiava la paralisi.
Se qualche giornalista milanese se ne fosse occupato, i cinque teppisti sarebbero entrati in allarme e, chiamati in polizia, si sarebbero mostrati molto più accorti. Se è da escludere che tutta la stampa si sia messa d’accordo per tacere e lasciare gli inquirenti a perseguire il loro piano, va considerata allora l’ipotesi che il “giro delle notizie” (un rito nel giornalismo tradizionale, un caposaldo storico del rapporto quotidiano di scambio tra giornali e soggetti di cronaca, dove i primi rinnovavano le ragioni di ricevere notizia dei fatti avvenuti) sia svolto oggi con negligenza. È stato meglio così? La condanna al ludibrio è stata la più pesante che potesse essere comminata a dei delinquenti minorenni che più della libertà tengono cara l’immagine personale? Forse. Ma si è trattato di una sconfitta della stampa intesa come organo autonomo di intervento nelle dinamiche sociali. Quel che ha fatto con successo la polizia è esattamente il compito che sarebbe spettato ai giornali.
