
Il caso dei tre bambini che il tribunale dell’Aquila ha tolto ai genitori – e alla natura – divide l’opinione pubblica perché mette in discussione i fondamenti della società. Richiama l’antinomia posta da Daniel Defoe e Michel Tournier, a distanza di quasi 250 anni l’uno dall’altro, tra l’uomo finito nella natura dove ricrea un piccolo modello borghese a propria somiglianza, Robinson Crusoe, il quale nondimeno sogna di tornare nella civiltà e intanto conquista alla società occidentale il selvaggio Venerdì, e lo stesso Venerdì che guadagna al mito del primitivismo l’europeo Robinson facendone un selvaggio felice, tanto da rifiutare di lasciare l’isola all’arrivo di una nave. In Venerdì, o il limbo del Pacifico Tournier ha voluto ribaltare la visione del mondo fondata sul primato della civiltà e del progresso esaltando il ritorno alla natura come predicato di una vita felice. Creando un anti-Robinson che riconosce solo un mondo, quello naturale, con il quale si compenetra rialbeggiando il classico ordine cosmico di cultura greco-latina, Tournier in pieno boom economico europeo, gli anni Sessanta, ha inteso dare valore non tanto al tribalismo del Terzo mondo quanto all’arcaismo del Primo come principio innato e irrinunciabile.
I due coniugi, lei australiana, lui inglese, che hanno scelto di vivere in un casolare abbandonato e privo di ogni “comodità” e che hanno voluto le stesse condizioni di vita per i loro bambini, uno di otto e due di sei anni, sono la riproduzione in chiave moderna di un Robinson con lo spirito di Venerdì che è appunto un’antinomia non data in letteratura, ma ammessa in filosofia, dove l’illuminismo di marca rousseauiana e voltairiana ha lungamente insistito sull’ideale del civilizzato che sceglie di diventare primitivo pur rimanendo culturalmente un uomo moderno. I due stranieri isolati nel bosco di Chieti hanno deciso per loro, pensando di essere nel giusto e in diritto di farlo anche per i figli, destinati però a crescere in uno stato di natura irreversibile, perché, cominciando ben prima dei genitori a fare i Venerdì, avrebbero avuto alte probabilità di precludersi una via d’uscita, dal momento che, se per madre e padre il ritorno è sempre possibile, bastando loro ripristinare il modello di vita nel quale si sono formati, non avrebbero conosciuto che una sola qualità della vita, quella originaria e “selvaggia”. Il tribunale si è preoccupato di garantire ai bambini di maturare col tempo decisione libere, personali e incondizionate, crescendo intanto in un ambiente capace di offrire l’istruzione e quindi la consapevolezza necessarie per esercitare un domani libere scelte.
È dopotutto davvero felicità quella che impone il soddisfacimento dei soli bisogni elementari, che costringe bambini in età scolare a vivere in compagnia degli animali e non di altri bambini? Non vale anche per loro la legge di natura, secondo la quale i membri di una specie vogliono rimanere uniti? Bambini che vanno a scuola conoscono altri bambini, socializzano, ampliano i propri orizzonti, assumono modi di essere sganciati da quelli dei genitori. Ed è giusto che sia così. Come un leone, che anche se trattato con i migliori riguardi, non vede l’ora di tornare con gli altri della sua specie, allo stesso modo un bambino sente di doverfsi confrontare con i suoi coetanei e condividere le fasi della crescita.
Epperò sottrarli ai genitori e alla loro potestà, ha significato minare d’altro canto la libera scelta di marito e moglie che non potrebbero vedere e vivere la loro condizione di eremitaggio senza i figli, costituendo essi l’elemento cardine dello stato che si sono scelti. E se un’intossicazione da funghi, quella per la quale tutt’e cinque sono finiti in ospedale, dove è stata scoperta la loro eccentricità, può capitare a qualsiasi comitiva che vada in un bosco, per modo che è fuorviante giudicare la responsabilità genitoriale da un’imprudenza non imputabile, l’istruzione ortodossa che fornisce la scuola (pur con il rischio di entrare in contatto con forme degeneri di vita associata in età puberale come il bullismo, la competizione, il timore dell’autorità, il voto come giudizio) non può darla nessuna forma di homeschooling nei modi di una disciplina corretta e compiuta. Ma dal suo canto la scuola non può dare agli alunni l’amore, l’attenzione, l’abnegazione che viene dai genitori, che sarebbero tuttavia indotti non a istruire i figli ma a plasmarli e quindi a plagiarli.
Una questione delicata quella nata nel bosco di Chieti che pone problemi sociali ma anche di coscienza e implica interrogativi sulla libertà individuale e sui diritti intrafamiliari. Ma il bosco di Chieti, più esattamente di Palmoli, funge da cartina di tornasole di una casistica che in Italia non ha soluzione: migliaia di genitori educano e mantengono i figli anche piccoli in condizioni di analfabetismo e nulla fanno perché la loro scuola non divenga la strada. Penalizzare una coppia di genitori che conduce una vita irreprensibile anche nei rapporti con i loro bambini e vedere altri genitori i cui bambini crescono al di fuor di ogni controllo e custodia non è una buona prova che dà la giustizia italiana.
