
Le persone si dividono, quanto alle ore che sono liberamente disponibili e non legate a obblighi di lavoro o altri impegni, tra chi ama stare a casa e chi fuori. “Casa” e “fuori” sono due dimensioni alternative di modelli di vita, dove la seconda appare – per la sua molto più ampia estensione – come preferibile. Si dice “uscire” in un’accezione semantica che in tutte le lingue, con sfumature leggermente diverse, implica l’idea di trascorrere del tempo libero non in casa. In quest’ottica, di relax o romantica che sia, si “esce insieme” sempre di sera e mai di giorno, quando invece “si sta fuori casa” o – cosa diversa dello svago – si va a un pranzo di lavoro. E si dice “rimanere a casa” nel significato di rinuncia a questo stato di privilegio, che è pari a una libertà che ci si conceda, se non a una fuga dalla costrizione, senonché chi ama la vita domestica non si vede recluso perché dice “vivo in casa” o “non esco” senza alcuna contrizione o senso di mancanza.
Le condizioni meteo e le stagioni sono decisive nel determinare la scelta tra “casa” e “fuori”, sicché più a sud si va e più gente si trova in giro, ma non è solo questione di clima. Alle latitudini dove stare all’aperto è una prova da sforzo si esce di casa per entrare dopotutto in un altro ambiente al chiuso, ma molte volte non per trovarsi insieme con altri perché si cerca il locale meno affollato, se è vero che la fortuna da tanti dichiarata è di capitare per esempio in un ristorante dove ci siano pochi tavoli occupati.
Usciamo dunque “per non stare in casa”, ma diciamo “casa, dolce casa” perché se uscire vuol dire svagarsi rientrare significa riposarsi. Si sta a casa per riposarsi e poi uscire. Ed è uscendo che si contribuisce ad accrescere i pericoli comuni. Al di là degli sparuti incidenti domestici, è fuori che succede quanto il mondo registra. Ma non solo nel male. All’aperto si definiscono gli eventi storici, che al chiuso possono essere solo programmati. Arthur Schopenhauer aveva un’idea diversa ma precisa e condannava senza requie il divertissement: “Appena esco di casa, mi trovo esposto a tutto ciò che di male, di stupido e di cattivo può accadere nel mondo. Perciò è un errore credere che si stia meglio fuori che in casa propria. Al contrario: quanto più uno si allontana da casa sua, tanto più si espone a tutte le disgrazie che avvengono nel mondo. A casa propria si è protetti da molte cose; fuori, si è in balia del caso e della cattiveria altrui”. Secondo il filosofo tedesco “chi ha senno sta il più possibile in casa” perché fuori si finisce “alla mercé di tutte le disgrazie che possono accadere nel mondo”.
Oggi che uscire è considerato un rito, con il risultato di bollare come nerd o hikikomori i giovani che seguono alla fine l’insegnamento di Schopenhauer, la stragrande maggioranza della gente è perciò senza senno? Cerca come divertirsi uscendo di casa e incorre così, deliberatamente e autolesionisticamente, in un pericolo che minacci anche la vita?
Schopenhauer usciva abitualmente una volta al giorno, per andare a pranzo sempre nello stesso ristorante e poi per concedersi una passeggiata con il suo cane lungo il Meno come “igiene fisica”. Per il resto del giorno rimaneva in casa a leggere e scrivere, trovando in tale attività il meglio che potesse attendersi dalla vita. Pascal, in una diversa prospettiva, avvalorava questa condotta quando sosteneva che “non si cercano i divertimenti se non perché non si può restare in casa propria con piacere”, intendendo che una buona e soddisfacente vita domestica ripaga di ogni distrazione che la vita fuori casa possa offrire.
Fatta la tara al terrore che ha suscitato, il Lockdown (letteralmente “lucchetto giù”, “serrare dentro”) negli anni del Covid ha segnato, con la quasi totalità della popolazione costretta in casa, l’aumento di ogni interesse di tipo culturale: sono cresciute le visualizzazioni dei siti, la vendita di libri sia online che cartacei e soprattutto si sono moltiplicati gli autori che si sono dedicati a scrivere il loro libro sempre rimandato. Siamo stati dunque tutti seguaci ed emuli di Schopenhauer, a danno però delle attività commerciali che ne hanno risentito pesantemente.
La ragione economica, che prevale sempre su quella culturale, ha spinto perché si uscisse dal Lockdown e si tornasse a vivere, nella convinzione generale che vivere equivalga a divertirsi, presupposto essenziale per fare prosperare il settore commerciale. Eppure in quel funesto periodo i benefici non sono stati solo a favore della cultura, ma anche della natura, dal momento che sono migliorate le condizioni dei mari, dell’aria e degli equilibri ecologici floro-faunistici.
Senza volersi augurare il ritorno alla pandemia, occorre nondimeno nobilitare quella minoranza della popolazione, composta non solo da anziani, che ama la dimora domestica come primario modello di vita, fatto di attività che sono necessariamente intellettive: guardare la televisione, ascoltare la radio, navigare su internet, leggere, dipingere, scrivere. A parità di condizioni di scelta, la vita in casa assicura soddisfazioni personali non condivise ma meno effimere e più costruttive. In un tempo passato ma non remoto la “visita” in casa, il “ricevimento” (che in epoche più tarde equivaleva anche all’invito a una serata da ballo) era un modo di socializzazione, svolta in “salotto”, che oggi è stato soppiantato dalla “serata fuori”. Con la differenza che fuori, in un pub o al ristorante, si può chiacchierare, perlopiù di argomenti futili (sport, vacanze, shopping e motori), mentre in casa si poteva conversare e quasi sempre su temi letterari, politici e civili.
Certo, poteva succedere come a casa di Bruno Caruso, dove Santi Mazzarino, il grande storico del mondo antico, raccontò aneddoti amorosi riguardanti Nerone e a notte fonda telefonò a Marguerite Youcernar per raccomandarle di non scrivere niente trattandosi di fatti privati. Ma è sempre stato in una casa che sono nati tutti i libri, per mano di persone che hanno preferito al divertimento dei locali pubblici il raccoglimento nello studio privato, che per chi scrive un romanzo è il divertimento assoluto, etimologicamente la distrazione massima.
Tuttavia non c’è partita. Il salotto di casa ottocentesco come punto di ritrovo comitale e sociale era destinato a lasciare il posto alla piazza per via della crescita della classe media a danno di quella borghese e prima aristocratica. Quando le figlie del principe Salina nel Gattopardo vedono entrare in salotto Tandredi e il conte Caviraghi in uniforme, “un incanto per quelle figliole avvezze alle redingotes severe e ai fracks funerei”, smettono di leggere ad alta voce il “romanzo edificante” che una di loro butta “dietro una poltrona”.
Con quel gesto, dovuto all’incanto del fatto nuovo ed esogeno che prorompe da fuori, un’attrazione e una tentazione di libertà per le generazioni giovani, l’Ottocento comincia a chiudere i salotti e ad aprire gli spazi aperti dove gli impressionisti dipingono en plein air. E le sorelle del Principe rimarranno a casa fino alla morte, simbolo dell’immobilismo e del radicamento al passato. Zitelle ed esempio ai posteri da scongiurare. Com’è stato.
