
Romanzo scritto in stato di grazia e perciò irripetibile, Viva Gioconda di Salvatore Fiume è ancora oggi fresco come una rosa, qualità evergreen che gli deriva – ottantadue anni dopo la sua prima apparizione – dalla perfetta consonanza dei tanti registri stilistici che lo compongono. Racconto di parole, e cioè parlato, Viva Gioconda è un romanzo dialogico e quindi platonicamente mimetico, sicché è il dialogo, quindi la parola, a creare quella coralità che lo rende polifonico in senso bachtiniano, profilandolo entro un sentimento di cultura popolare che, fondandosi sul riso e sullo scherzo carnascialesco, rimanda alla satira menippea e ai dialoghi socratici, riecheggia i motivi picareschi e chiama in causa modelli quali Apuleio e Petronio, anche per quanto riguarda, in un’ottica strutturalistica, i procedimenti di schiodonata, cioè l’inanellamento di episodi e racconti che realizzano la mise en âbyme propria di opere come Gil Blas o Manoscritto ritrovato a Saragozza, o ancora di più Don Chisciotte.
La polifonia non è fine a se stessa perché involge il “grado zero” della scrittura, quello che per Barthes è appunto il linguaggio parlato, idiolettico, che tende a farsi argot e lingua d’uso e che come tale agisce nella mimesis di Fiume. Ma la perfetta rispondenza tra scrittura e linguaggio in senso dialogico rimarrebbe non più che un esercizio di stile se non fosse messa al servizio di un artificio, l’astrazione temporale, ovvero il rovesciamento della successione cronologica degli eventi, che – forzando il codice diacronico – assume il compito di trasporre il récit in romance, ovvero in una favola epica, dove la verosimiglianza fa aggio sulla verità dei fatti, che sono pur tutti rigorosamente tenuti sotto la tutela di una narrazione scrupolosamente autobiografica e perciò realista, ma che si stenta a riconoscere come tale, anche in forza dello scambio frequente che Fiume opera, imparando da Weinrich, tra tempi narrativi (passato remoto e imperfetto) e tempi commentati (presente e passato prossimo), i primi usati per la costruzione del racconto, i secondi per tenere fermo il proprio rapporto con il lettore, il partner al quale si rivolge costantemente nella veste di narratore onnisciente, che parla in prima persona servendosi della metalessi come della paralessi, ricorrendo così a improvvise intrusioni e fornendo imprevedibili informazioni sugli avvenimenti futuri.
Ma il narratore, se è onnisciente, non è per ciò stesso anche onnipresente. Per dirla con Genette, il romanzo di Fiume è omodiegetico, nel senso che il narratore è pure lui un personaggio. Ma è un personaggio che è a volte autodiegetico, cioè protagonista, e a volte invece allodiegetico, cioè semplice testimone. In questa seconda veste sarebbe naturale allora attendersi che il narratore-testimone faccia uso del discorso indiretto, libero, di quell’Erlebte rede che trasuda in tutta l’opera, appunto. Invece Fiume ricorre arditamente al discorso diretto riportando dialoghi e fatti rispetto ai quali il narratore di primo grado è completamente estraneo e, alla luce del cosiddetto “codice di focalizzazione”, non può che ignorare, trattandosi di avvenimenti che si svolgono nel momento stesso in cui egli è impegnato in un’altra vicenda.
Gli artifici che sottendono lo stile si spingono oltre e generano un livello metadiegetico dello statuto del narratore, per cui l’“io narrante” cede la parola a un personaggio che diventa egli stesso narratore. Il ribaltamento dei punti di vista del narratore, che è anche rivolgimento di prospettiva, crea un mirabile gioco di transfert dei livelli narrativi che, portato fino al massimo dell’astrazione e condotto con magistrale naturalezza e leggerezza, riesce a passare inosservato, mentre è l’anima segreta del racconto stesso, presentato come strettamente realistico e invece intimamente fantastico. Questo ulteriore artificio permette a Fiume di rendere credibile e verosimile l’impossibile, così inventando soliloqui e financo monologhi interiori, cioè pensieri, che mette in bocca surrealisticamente anche a un morto, al sole o a un animale – senza che tutto ciò induca il lettore a credere di trovarsi di fronte a una fiaba, trasportato com’è, senza accorgersi, da un piano realistico a uno sempre più surrealistico. Che è la cifra del Fiume come lo conosciamo in veste di pittore.
Fiume scrive Viva Gioconda giovanissimo e mostra perciò sin dall’inizio assoluta coerenza verso il suo canone artistico, che rimarrà sempre quello surrealistico. Come nei quadri, così nei libri, lo stile si innesta nel tronco di quella corrente culturale che, ripudiando il neorealismo (come tentativo teso a riprendere temi e motivi naturalistici), preferisce la magia del realismo, inteso alla maniera di Bontempelli per testimoniare quella “smania di raccontare” il cui virus, isolato da Calvino, contagerà di lì a poco l’intera generazione uscita dalla guerra. L’autobiografismo di Fiume è quindi ben diverso da quello di un Bufalino, pur servendosi – e con maggiore copia – dello stesso mythos della giovinezza e dell’infanzia posto come sigla della loro comune esperienza. Ma mentre la voglia di raccontare agisce in Bufalino come pretesto per denunciare e diagnosticare i propri mali interiori, in Fiume essa è il mezzo offerto dal ricordo dell’infanzia e dalla singolarità della propria avventura adolescenziale per muovere le fila di una larga rappresentazione sociale di costume che molto poco ha di introspettivo laddove profondamente indulge invece al gusto, a tratti irridente e irriverente, a tratti beffardo ma comunque sempre divertito, della dissacrazione di usi e convenzioni, in una Comiso popolata di personaggi drammatici, adombrati da interpreti di una commedia goldoniana, che rimanda ai tipi medievali di carattere satirico e parodico e che le teorie formalistiche distinguono in figure quali il furfante, il buffone, lo sciocco, che saranno poi cristallizzate da Pirandello in altrettante maschere umane.
Solo in questo senso si può dire sociale e quindi realistico il romanzo di Fiume, il cui interesse prevalente è rivolto non tanto alla fenomenologia collettiva, quanto all’acribia per i comportamenti comuni, i piccoli gesti singoli che per essere generalmente ripetuti appartengono alla generale coscienza socio-culturale. Attentissimo ai più irrilevanti movimenti abitudinari, alle espressioni gergali, ai vizi e agli atteggiamenti di dettaglio, Fiume si piega sui ceti inferiori e in essi si riconosce trasfondendo il suo acutissimo spirito di osservazione in un wit teso a cogliere l’enflure sociale. Ma la sua cura non è né verista né naturalista. Mancano in Viva Gioconda l’impersonalità e il distacco dalle lacrimae rerum, mancano le dramatis personae, mentre invale il senso giocoso della vita che designa il “romanzo idillico”, da Bachtin ricondotto a pochi elementi quali l’amore, la nascita, la morte, il matrimonio e il lavoro. Sono questi gli elementi dell’epica medievale nata sulle ceneri del romanzo antico del tipo Satyricon e L’asino d’oro e che porta al romanzo di avventura di Cervantes e per questa strada a Quevedo, alla satira umanista tedesca, al Fielding del Tom Jones, a Marivaux, a Sweet, a Dickens, a Twain. E sono anche gli elementi che reggono l’esile flebile trama di Viva Gioconda, ridotta in definitiva allo scherzo giocato da un “furfante” a uno “sciocco”.
Nel romanzo (che per il suo carattere idillico è lontano dal Bildungsroman e quindi da autori realisti quali Flaubert e Balzac) si intersecano due storie d’amore, una specchio dell’altra – quella di Totò per Gioconda e quella di Don Giovannino per Maddalena, entrambe senza lieto fine – le cui pieghe intridono altre storie d’amore, come d’onore, vicende recuperate dalla memoria e rigenerate nella fantasia in un mix che estrania il lettore dall’intreccio e nello stesso tempo salva l’autore dal cadere nell’autoreferenzialità.
Figure centrali (giacché non si può parlare di protagonisti in un romanzo così corale) sono tre bambini, Trui, Totò e Gioconda, che come gli elfi di Sogno di una notte d’estate abitano e riempiono il paesaggio comisano, sullo sfondo del quale assumono un valore cosmico, rappresentativo di vicende alle loro analoghe, perché ispirate tutte all’amore e all’amicizia, ma vissute nella dimensione reale che è quella degli adulti, percorsa da odi e rancori, rivalità e morti, una dimensione che seppur drammatica si scioglie in commedia e in farsa allegorica.
Un altro autore siciliano, Giuseppe Bonaviri, che ha osservando il piccolo mondo paesano, saprà cogliere la partecipazione alla vita comunitaria anche delle cose inanimate come degli animali, persino degli astri. La strada lunga del sarto di Mineo è allora la Via Annunziata di Fiume, un teatro dove si inscena una vicenda umana policentrica entro la quale ogni personaggio si fa protagonista nel momento in cui si fa avanti sul proscenio, cosicché il lettore si trova ad assistere da spettatore a una sarabanda di storie che gli si svolgono sotto gli occhi in maniera sempre più vorticosa, al punto che i cambi di scena, in un crescendo di situazioni progressivamente surreali, arrivano improvvisi susseguendosi quasi allo scopo di confondere il lettore-spettatore in un caleidoscopio di visioni nel quale persone e fatti trascolorano in uno scioglimento finale della trama, che è l’esatto contrario della posizione di partenza, tutta scrupolosamente tenuta sotto il registro realistico, il più aderente al gusto di una stagione che comincia a richiedere l’osservanza di un impianto narrativo rigoroso.
Nel 1942, un anno prima di Viva Gioconda, Savinio ha pubblicato Narrate uomini la vostra storia, opera autobiografica pervasa di vago sapore esistenzialistico che può aver spronato il giovane Fiume a misurarsi su un terreno inesplorato dove sperimentare il geyser delle tematiche autobiografico-realistiche con la rievocazione allegorico-fantastica, recuperando così il primo Savinio dei procedimenti ludici e surreali, che forse è il modello cui è lecito accostare il Fiume di Gioconda. Il quale prelude a un’intera stagione letteraria portando sul banco di prova il superamento del neorealismo ancor prima che la stessa temperie (la “grande glaciazione”, come la chiamò Maria Corti) possa affermarsi, rifiutando l’insorgente e pur seducente vena esistenzialistica, chiudendo i conti con i rigurgiti del verismo e anticipando, ma solo in nuce, temi destinati a divenirgli congeniali sulla tela, quali quelli della donna e dell’erotismo. In Viva Gioconda il tema della donna vista come oggetto di desiderio è del tutto assente, mentre spazio trova la donna ideale, sia essa una bambina, la moglie o la promessa sposa. Entro una visione realistica della relazione sociale, quelle affettive non possono che essere conformi e cioè adeguate ai modelli di comportamento del tempo.
In definitiva, Fiume compie un’operazione di altissima tecnica nella narrativa (donde la longevità del romanzo) tenendo aderenti alla realtà i personaggi, resi alla stregua di “valori plastici” secondo l’insegnamento saviniano e dell’amico Buzzati, mentre sono i fatti che affida a elaborazioni fantastiche, così da creare un personalissimo realismo espressionista che largamente inferirà la sua opera pittorica, partita anch’essa da raffigurazioni paesaggistiche e cioè realistiche per caratterizzarsi via via in senso dechiricano.

