
A Nardò si è avuta dimostrazione di quanto i media siano assetati di crime. La ventisettenne Tatiana e il trentenne Dragos avevano per motivi loro deciso, all’insaputa della famiglia di lei, di vivere insieme nella casa di lui. Una questione privata che la cieca sindrome del giallo a tutti i costi ha mutato in un ennesimo mistero da sciogliere tra “Chi l’ha visto?”, “Quarto grado” e tutti i telegiornali e radiogiornali, non esclusa la stampa al completo, per farne un nuovo caso Garlasco. C’è un sistema nell’informazione italiana che vive di tragedie umane, meglio ancora se irrisolte o complicate perché durano di più e fanno maggiore audience. Un sistema guasto, che si serve di esperti, consulenti, avvocati, conduttori mestatori, tutti pagati e ripagati in immagine sulla pelle di persone perlopiù anonime che vengono elevate a personaggi loro malgrado e a danno del sistema giudiziario che ne viene fortemente influenzato.
I presentatori, tutti giornalisti, ma in realtà conduttori di programmi di spettacolo, perché questo deve fare la televisione, giusta la teoria di Debord, sono formati a un morboso gusto del raccapriccio e del thriller mentre i giornalisti della carta stampata si vanno uniformando a questo modello di condotta perché i giornali hanno commesso l’errore storico e mortifero di fare da cicisbei alla televisione, cosicché ne hanno assunto il mood: interviste, pettegolezzi, cronaca nera, gossip, tutto con un risalto inusitato fino a qualche anno fa.
A Nardò questo sistema è stato messo a nudo da due giovani che nutrivano tutt’altri propositi che quelli di mostrarne gli eccessi ma che hanno ottenuto di farci prendere visione di uno stato di cose nel quale i peggiori sentimenti umani sono coltivati, educati e forgiati all’esercizio di un Truman Show del buco della serratura puntato sulla stanza non più da letto ma delle torture. Appena i genitori di Tatiana ne hanno denunciato la scomparsa, i media si sono lanciati sul caso come gli erranti di The walking dead, il tempo di sentire odore di crime. E del ragazzo rumeno ne hanno fatto subito un altro Turetta o Impagnatiello, andandolo anche ad intervistare a futura memoria, nei modi per cui si potesse poi dire “ecco cosa diceva l’assassino”. In una escalation montata di ora in ora, Dragos si è trovato accusato di istigazione al suicidio, quindi di sequestro, infine di omicidio e occultamento di cadavere: con la conseguenza di fare radunare sotto casa sua una folla inferocita decisa a linciarlo come si usava nel West con i ladri di cavalli.
In realtà Dragos ha voluto solo assecondare la richiesta piuttosto insolita (ma sono affari suoi e dei suoi genitori) della ragazza che ama e ancora da conquistare di staccare con la vita quotidiana ospitandola in casa. Se si fosse negato alla giornalista di “Chi l’ha visto?” sarebbe stato bollato come sicuro indiziato per il rifiuto opposto a comparire davanti al giudice popolare che è la televisione. E certamente non c’è stato nessuno, fomentato dai sospetti che lo incalzavano, che non lo abbia creduto, come la popolazione di Nardò, colpevole della scomparsa e della morte certa di Tatiana.
Quando lei è stata ritrovata, i siti di Corriere della sera e Repubblica si sono precipitati a darne notizia, con un profluvio di errori di battitura dovuti alla fretta di arrivare prima, parlando di “ragazza ritrovata” ma adombrando chiaramente che ne fosse stato trovato il corpo con il fornire concomitanti e impropri dettagli sui sospetti crescenti in capo al ragazzo rumeno. Il quale si è trovato ad essere sbattuto in prima pagina in figura di mostro e lì sarebbe rimasto se la ragazza onestamente non avesse ammesso di avere preso lei l’iniziativa di un gesto forse discutibile ma non punibile. Il risultato potrà essere la crisi di coppia nella quale Dragos e Tatiana cadranno per via di una smodata corsa del sistema dell’informazione a chi violenta prima e di più la vita privata altrui davanti a tutti noi, viziosi e sbavanti spettatori non molto diversi dai nostri padri romani nelle arene.
