
Roberto Benigni ci ha spiegato l’apostolo Pietro su Raiuno. Alla sua maniera: con straordinaria verve, seducente affabulazione, forte presa emotiva, ma anche con la sua solita parzialità, tutta intrisa nei toni alti di un’enfasi che gareggia con l’iperbole. Non ha mai nominato Paolo, ha trattato la posizione di Pietro in rapporto solo con Gesù e mai con Paolo, ha ignorato il decisivo Concilio di Gerusalemme, ha taciuto la morte data a due cristiani, ha dipinto agiograficamente il padre della Chiesa glissando sulla lacerante divisone tra giudeo-cristiani e cristiano-alessandrini. Benigni ci ha dato una rappresentazione di Pietro che non risponde nemmeno al dettato delle stesse sacre scritture, rispondendo piuttosto a un’istanza di celebrazione così reticente da far pensare che se ha potuto esibirsi negli inaccessibili Giardini vaticani è stato a motivo di una condizione: elaborare una sorta di consacrazione laica, forse richiesta e forse concordata anche nei punti sciorinati in televisione.
Intanto una domanda: perché Pietro e non Paolo, che è stato il vero fondatore del cristianesimo, il padre della Rivelazione, il paladino della Resurrezione, il teorico della Grazia sulla Legge mosaica? Perché Pietro è l’ipostasi di San Pietro, del Vaticano, dunque ha solo per questo la precedenza. E perché la Chiesa ha sempre preferito lui a Paolo, più contaminato dall’elemento esogeno e arrivato per ultimo rispetto al primo apostolo, puro ebreo e più vicino agli insegnamenti del Maestro, quando Paolo è stato il più distante, un rifondatore della fede. Ma Pietro è anche l’apostolo la cui presenza a Roma è data da fonti letterarie successive al primo secolo e non storiche, sicché buona parte degli studiosi la ritengono accettata dalla fede più che dimostrata dall’archeologia. L’epigrafista Margherita Guarducci, citata da Benigni, decifrò un’iscrizione, “Pietro è qui”, che non costituisce prova alcuna, anzi suona di contraffazione perché il nome “Pietro” viene dato a Cefa, il vero nome con il quale Gesù chiama Simone, a cattolicesimo consolidato e latinizzato. E altrettanto dubitativa è altresì la Prima Lettera di Pietro nella parte in cui si è voluto indicare Roma nella Babilonia da lui nominata nella supposta pretesa che Pietro non è mai stato in Mesototamia – quasi che se ne abbia prova.
Ad alimentare le perplessità circa la venuta di Pietro a Roma è la sua leadership nella corrente dei giudeo-cristiani che propugnava il battesimo dei soli circoncisi e si opponeva alla profetazione rivolta ai Gentili. Del resto, anche la rivalità con Paolo gli impediva di raggiungerlo nella capitale dell’impero; una rivalità sfociata nel Concilio di Gerusalemme, dove San Luca negli Atti degli apostoli attesta la partecipazione di Paolo, che è invece molto improbabile (prova ne sarebbe il fatto che non interviene nella disputa e si limita a riferire delle sue missioni tra i pagani, rimandando alla Lettera ai Galati la sua avversione piena e spinta fino al disprezzo nei confronti di Cefa, il Pietro della tradizione cattolica) e dove in discussione c’è la spinosa questione se aprire o no le porte della fede cristiana ai non ebrei, svolta che Pietro osteggia in tutti i modi. Immaginarlo a Roma significa solo assecondare la dottrina che ha voluto incoronarli insieme, nella città capitale dell’Impero e destinata ad essere, grazie a Paolo e non a Pietro, la sede della religione cattolica, come martiri della prima Chiesa. Con la differenza che Paolo fu davvero a Roma, giusti gli Atti degli apostoli, dove volle andare per essere giudicato come cittadino romano e dove poi venne messo a morte, mentre Pietro non ci pensò due volte a scappare dalla prigione appena avuta la possibilità di farlo.
Della rivalità tra Paolo e Pietro è prova la visita a Siracusa nel 62 d.C. del “tredicesimo apostolo”, testimoniata da Luca. A Siracusa si trova alla sua venuta il primo vescovo d’Occidente, Marciano, spedito da Pietro (che intanto si sarà convinto dell’opera da intraprendere di evangelizzazione ecumenica, tanto da sostenere di aver portato per primo – facendo infuriare Paolo – lo Spirito santo tra i pagani, facendo probabilmente riferimento alla cena con il centurione romano Cornelio, accettata dopo che in visione Dio lo ha autorizzato a mangiare cibo non kosher per averlo purificato Egli stesso): dovrebbe ricevere o comunque incontrare Paolo, sia pure con ogni precauzione perché è agli arresti, invece lo evita, e questo atteggiamento assume perché è un rivale, appartenendo ai giudeo-cristiani, tanto che sarà lapidato dai giudei ortodossi.
Mentre dunque è giustificato il viaggio, il quarto, di Paolo in Occidente, non trova invece giustificazione quello di Pietro se non nella logica della tradizione cristiana di equipararli. Pietro è quello che fa morire due cristiani, Anania e Saffiria, fulminandoli, perché non hanno versato in comunità per intero i loro guadagni. Ma Benigni non ha detto una parola su di loro. Pietro è quello che manipola il Concilio di Gerusalemme, concluso con una lettera apostolica ai cristiani di Antiochia perché non siano imposti ai pagani altri obblighi al di fuori di quelli necessari: non fornicare, non mangiare cibo impuro e altre piccole cose. Quindi salva circoncisione e rispetto della Torah, i capisaldi della fede ebraica. Benigni ha totalmente taciuto sull’intera questione. Magistrale sì la sua lectio-show, a maggiore gloria della Santa Chiesa, ma la storia – e tantomeno una biografia – non si fa e non si racconta limitandosi alle opere buone e saltando quelle in nero.
