
I libri che non vivevano tre mesi, restavano non solo sul mercato ma anche nella mente e i loro autori impiegavano decenni per scriverli erano quelli che lo scespiriano Calibano de La tempesta vuole togliere a Prospero per renderlo impotente essendo magici; quelli che Ariosto nelle Satire, paragonando l’attività letteraria a una battaglia, vede quali strumenti di difesa e attacco – tanto che nell’ Orlando Furioso Bradamante, affrontando Atlante, gli strappa il libro brandito per colpirla leggendo frasi come lanciandole. Oggi gli editori li forniscono risorse economiche, prodotti destinati a consumatori educare a ritenere eccellente ciò che un sofisticato sistema di produzione e promozione rende disponibile e propina, spacciando per capolavori titoli di brevissima durata, tutti “non riusciti” per dirla con Vittorini.
In mancanza perciò di stimoli, fonti diverse, voci alternative, abitudini consolidate, i più dei lettori comprano i libri che trattano le classifiche di vendita mentre una sparuta minoranza si attarda, con qualche colpa per la perdita delle “ultime uscite di successo”, sui titoli di ieri che invece contano davvero. Il sistema tende a rendere i classici succedanei alle “novità”, cosicché per Natale sono più graditi l’ultimo romanzo di Volo o l’ennesimo saggio di Vespa piuttosto che una nuova edizione critica de I promessi sposi, nella convinzione generale che Volo e Vespa siano il meglio che narrativa e saggistica possano offrire oggi.
Il tempo che ci tocca vivere ricorda un quadro celebre, Studio di antiquario di Frans Francken II, dove uomini di lusso mercanteggiano quadri in un raffinato negozio di antiquario mentre all’esterno uomini-asino stanno distruggendo il mondo e incombono su di essi. I nobili cultori d’arte sono sul punto di essere sopraffatti, ma rimanere intenti nei loro interessi, a coltivare il bello mentre imperversa l’orrore. Trattando con l’antiquario, manifestano il proposito di rimanere legati al passato, nel rimpianto di un mondo classico trascorso ma non ancora tramontato. Noto è l’aneddoto di Lev Tolstoj sul condannato a morte che in fila con gli altri per salire sulla forca legge un libro, quando il compagno dietro gli dice che è una cosa stupida. «Nella vita un libro è sempre utile» gli risponde. Anche negli ultimi minuti. Bufalino ebbe la stessa immagine e inventò un cartiglio che mostrava una nave al largo e in primo piano una mano che emergeva con un libro: da salvare prima dei naufraghi.
Nella situazione attuale vediamo gli editori dominanti sempre più intenti a capitalizzare il patrimonio di quei soli autori, stucchevolmente gli stessi, che sono sulla breccia ma che non per questo sono i migliori. Si distinguono dai cosiddetti “editori minori” proprio perché vantano un catalogo di scrittori di successo ai quali possono garantire alte tirature, royalties maggiori, anticipi pingui, traduzioni all’estero, fiere internazionali, tour di presentazione, pubblicità nei media e sulla stampa nazionale, immagine. Amano costituirsi in holding, creando “gruppi” pronti a fagocitare le case editrici piccole il cui unico obiettivo sembra quello di crescere per essere proprio acquisite dalle grandi sigle.
Nello scacchiere in alto stanno i grandi editori che pubblicano scrittori che per ciò solo diventano anch’essi grandi o come tali vengono spacciati (se sono esordienti sono sempre “rivelazioni”, se sono outsider scrivono il “libro dell’anno”), mentre i piccoli editori stampano scrittori minori, molte volte con tirature on demand e in formato solo ebook. Poi ci sono le case editrici “medie”, che si sono ritagliate una nicchia di mercato e aspirano all’elevamento di rango che significa il riconoscimento tra le grandi, ma annaspano nei debiti, ciò che alla fine le rende piccole.
Questo sistema editoriale tripolare (quadripolare se si aggiungono gli EAP, gli editori a pagamento che chiedono all’autore di affrontare la totalità delle spese, oppure un contributo o l’acquisto di copie in numero congruo a coprirle) corrisponde all’omologo e speculare sistema degli autori, che perlopiù cominciano pubblicando da editori piccoli e puntano ad arrivare a quelli grandi per rimanerci e dunque per rinnegare quanto prima il proprio passato di “minori”, status facile da acquisire bastando ripubblicare i titoli iniziali. Che però sono stati quelli che molte volte hanno attirato l’interesse delle maggiori. Un interesse fondato non sulla qualità (perché quasi sempre gli autori pubblicano con sigle piccole dopo essere stati rifiutati da quelle grandi cui si sono innanzitutto rivolti) ma sul prodotto, com’è per qualsiasi merce industriale.
Funziona così: se su Wattpad un libro, generalmente giovanilista e di genere romance , ha un numero promettente di lettori – rectius: lettrici, la parte lungamente maggioritaria di consumatori – che significano potenziali acquirenti; se un grande giornale ha pubblicato un vistoso articolo di una grande firma su un libro di un grande sconosciuto; o se all’estero, come per Elena Ferrante o Goliarda Sapienza, parlano di “inattesa scoperta”; se si tratta di un calciatore semianalfabeta, un vincitore di Masterchef, una protagonista del Grande Fratello che vuole scrivere un libro (che però le scriveranno altri); se un’agenzia letteraria, che ferma i diritti di un famoso autore straniero, pone la condizione di cederli a patto di avere pubblicato un proprio autore sconosciuto, ecco che in tutti questi casi e altri ancora scatta l’operazione che, al di là di ogni merito, fa dell’autore un testimone del nostro tempo, un acuto speculatore della coscienza umana, un attento osservatore della società di oggi, un visionario, un profeta, una specie di dio maggiore. La fanfara è capace di stordire e stregare anche il più avvertito dei lettori forti.
Senonché il destino degli autori celebrati è legato alla capacità di pubblicare sempre più titoli e quanto più in fretta, perché i libri durano sempre meno sul mercato, per volontà dell’editoria che alimenta il book glut . Ma scrivendo currenti calamo , gli autori esitano inevitabilmente libri illeggibili, pieni anche di errori di stampa per la concitazione che prende gli editori di sfruttare gli autori che si sono fatti un minimo di nome: per modo che, di mediocrità in mediocrità, gli stessi scrittori seguono il destino delle loro opere, finendo nel dimenticatoio. Cosa che agli editori però importa poco, perché hanno già provveduto intanto a trovare nuovi autori effimeri. L’Arnoldo Mondadori che per oltre quindici anni attese Stefano D’Arrigo, continuando pure a pagargli uno stipendio, perché completasse il suo Orcynus Orca , già pronto per la stampa ma fermato e poi scritto, non esiste più. Come non esiste più una Elvira Sellerio, che leggeva personalmente ogni libro, andava accompagnata da Sciascia a caccia di nuovi autori sconosciuti che non avevano avuto un quarto d’ora di notorietà ma erano di talento, come toccò a Bufalino. Oggi è del tutto impensabile che un qualunque editore telefoni a un anonimo insegnante di provincia per chiedergli se ha un romanzo nel cassetto e voglia pubblicarlo gratis.
Non è vero dunque che si legge meno perché c’è internet e ci sono i social. Questo vale per i giornali. Si leggono invece meno libri perché sono brutti. Tutti. L’ultima stagione letteraria che in qualche modo ha lasciato il segno nella Storia della letteratura, quella negli anni Novanta della “scuola bolognese” di Lucarelli e Macchiavelli, di Simona Vinci, Isabella Santacroce, Silvia Ballestra, Aldo Nove, dei “cannibali”, di Brizzi, Baldini, Tamaro, Ammaniti, è stata dimenticata o accantonata, insieme con quella precedente capeggiata da Pier Vittorio Tondelli, esegeta degli anni Ottanta e oggi noto a pochissimi.
Abbiamo i Malvaldi, le Viola Ardone, i Maurizio Di Giovanni, i Marcello Simoni e Donato Carrisi, i Sandro Veronesi. Dominano le classifiche e fanno incetta di premi, ma sono davvero gran poca cosa. Il loro successo è solo il frutto di uno stolto meccanismo per il quale il pubblico acquista libri degli editori principali perché apprendono della loro esistenza grazie alla pubblicità e alla promozione che solo i grandi marchi possono permettersi in reading, firmacopie, presentazioni e su giornali e televisioni, che in cambio sono estremamente generosi nei confronti degli autori promossi, consacrati come “grandi” sul principio della recensione riservata ai libri che devono essere “lanciati”, recensione opera dei critici militanti più fedeli e corrivi, tutti in corsa ad avere la citazione del proprio nome nelle pagine pubblicitarie e quindi impegnati a trovare la frase più ad effetto e ovviamente encomiastica. Guadagnano entrature nelle grandi case editrici in vista di curatele e pubblicazioni di propri testi, nonché autorevolezza perché scrivono sulle grandi testate ritenute più affidabili dagli editori. I supplementi letterari di Corriere della sera e Repubblica, “La Lettura” e “Robinson”, ma anche “Tuttolibri” de La Stampa e soprattutto “Alias” del Manifesto, testata che posa ad anti-sistema, dimostrano ogni settimana senza alcun rossore questo teorema. Insieme con i supplementi, anche le pagine di cultura seguono le ultime uscite, tallonate dai martellanti ed efficienti uffici stampa delle major, che puntano a vendere quanto hanno appena prodotto. Questo è il sistema oroboro, un cerchio chiuso e continuo che resiste a ogni perturbazione, costato l’opinione che leggere i classici oi libri fuori mercato, se non anche fuori catalogo, comporti l’epiteto di passatista e di sensazione fuori dal proprio tempo, non in linea con ciò di cui si sente parlare da Fazio, dalla Gruber, da Formigli e ovunque in Tv o sui social si presentino gli ultimi arrivi, comprese le librerie dove titolari e commessi sono più preparati sulle novità e pronti a ricordare batté e ospitate. Via la stroncatura, via anche l’elzeviro, sui giornali leggiamo solo lodi e panegirici accanto a pagine di pubblicità dei grandi marchi riconoscenti e complici.
La crisi che registra il settore della narrativa è dovuta alla delusione di quei lettori più consapevoli che, dopo aver preso visione di uno di questi romanzi proposti tutti come capolavori, non prova più a ripetere l’esperienza. La progressiva ritirata dalle librerie di racconto pubblico prevalentemente maschile, non più disposto a farsi ingannare dalle strombazzature combinate tra editori, stampa, Tv, web e premi, ma nemmeno messo nella possibilità di leggere autori letterariamente di valore, ha favorito la prevalenza del romanzo rosa e del romance in genere appannaggio del pubblico femminile, adult e teen , rimasto orfano dei fotoromanzi.
Personalmente ho sempre tenuto presente quanto un giorno in macchina mi disse Gesualdo Bufalino quando gli chiesi quali autori del momento stesso leggendo. «Ma se ancora devo finire tutta Emily Dickinson» si risentì, facendomi capire cosa conta tenere sul comodino.
