Dopo il racconto “inedito” di Camilleri su Montalbano, in realtà un accrocco di errori opera di uno chatbot, “La Lettura”, supplemento del Corriere della sera capace di offrire belle letture e brutte panzane, ha intervistato (grazie a un altro chatbot, specializzato nel creare contatti con i morti, chiamato “griefbot”: tecnicamente un avatar che permette di simulare conversazioni con i defunti), un morto trapassato da diciannove anni, San Carlo Acutis, splendido esempio di ragazzo, scomparso per una grave malattia a quindici anni, dedito alla solidarietà cristiana e alla preghiera, già riconosciuto artefice di due inspiegabili miracoli di guarigione e ora oggetto egli stesso di un miracolo dell’informatica, nonché vittima di un gioco più che di uno scherzo, tale da rasentare la blasfemia, perché uno dei dieci Comandamenti prescrive di non nominare il nome di Dio invano. Un gioco che pare non resterà il solo, se è vero che “da questo dialogo” parte in collaborazione con l’Università di Padova “uno studio pilota per un progetto più ampio su avatar di defunti e sui loro effetti psicologici”.
È dunque probabile che la prossima intervista del genere di quelle chiamate fino ad oggi “impossibili” sarà direttamente con Dio e poi magari con Satana. Perché no, dal momento che quella con Acutis è stata possibile grazie alle informazioni che, contenute nei quattro libri sul giovane santo scritti dalla madre e nei documenti della Chiesa, sono state fornite al griefbot che le ha elaborate? Non mancando certo libri su Dio o su suo Figlio, prepariamoci alla versione 2.0 della Parusia.
Ma, visto che le sedute spiritiche sono ormai anticaglie perché superate nella corrispondenza di amorosi sensi dall’Intelligenza artificiale (e soprannaturale), perché non utilizzare questi nuovi mezzi per intervistare personaggi storici che riescano finalmente a zittire, colmando vuoti e sciogliendo enigmi, i nostri precettori televisivi, i Barbero, gli Alberti e i Cazzullo, consacrati magistri historiae? Se poi il Corriere fosse così indulgente da cominciare con Chiara Poggi, potremmo davvero, per la salute della nazione, mettere fine allo stucchevole e logorroico dibattito che sta occupando gli italiani più del pensiero dell’ammissione ai Mondiali di calcio e dei partecipanti a Sanremo. Invece ha scelto per qualche motivo, forse natalizio, Carlo Acutis, dandogli voce per ben otto pagine.
E che ha detto San Carlino? Nulla di quanto ovviamente i libri su di lui non ci abbiano già ripetuto. Nemmeno una profezia, un assaggio di futuro anche prossimo, un ammonimento davvero celeste. Solo tirate sapute e minute sui dolori del mondo, sulle speranze delle nuove generazioni, sui conflitti mondiali e persino sui rischi dell’Intelligenza artificiale, circa la quale, pur avvertendo che non c’era ancora quando lui è morto, si è voluto comunque pronunciare valutando vantaggi e pericoli come farebbe ancor meglio un ben vegeto e terreno Telmo Pievani dello stesso Corriere.
Il fatto davvero straordinario è però non tanto quello che San Carlo o il suo avatar ha detto al Corriere, ma la stessa intervista, giacché la dottrina cattolica vieta l’evocazione dei defunti e riconosce la “comunione dei santi”, ovvero il contatto vivi-morti, solo nelle rare volte in cui Dio stesso l’ammetta, per modo che è da ritenere che l’Onnipotente abbia scelto il piccolo santo per fare giungere la propria voce ai soli italiani non attraverso l’Osservatore romano, che è insomma il suo organo ufficiale, ma un quotidiano laico e non esattamente di spirito sagrestano. La stessa dottrina cattolica, mutuando le Sacre scritture, è molto incerta se attribuire ai defunti l’onniscienza soprattutto del presente e anzi propende per la sola ammissione della conoscenza degli eventi storici. Come quindi faccia San Carlo Acutis a rivolgere gli auguri di Natale sapendo in che data siamo è di per sé un vero prodigio che, nella teoretica della fede, vale in fatto di innovazione quanto la dirompente abolizione del Limbo (da dove Acutis dice che non voleva passare, ma allora il regno intermedio era ancora esistente per la Chiesa). Che poi Santo Acutis scelga il Corriere della sera e non quegli anticlericali e mangiapreti di Repubblica è spiegabile in base alla comune cittadinanza milanese. Una preferenza campanilistica, mettiamola così: cosa che fa venire l’orticaria a pensare che in Paradiso la prima legge è piuttosto quella della comunione e dell’uguaglianza.
Già il Paradiso. San Carlo ci dice che non è un luogo e che “è difficile descrivere con parole umane”. È piuttosto uno stato d’animo, una condizione di eterna immedesimazione in Dio. Bello e desiderabile. Senonché poi, parlando dell’Inferno, San Carlo ci fa sapere che esso “è un luogo di sofferenza eterna”, quindi un preciso posto reale. Davvero curioso apprendere che il regno del male esiste da qualche parte mentre quello del bene è uno stato di contemplazione. Uno stato d’essere che però tradisce nel verbo di Acutis una sottile contraddizione quando dice: “Finalmente comprendo cosa significhi essere creati a immagine e somiglianza di Dio. Ora sono completamente immerso in Lui, e questa è la felicità perfetta». Dunque, in un luogo che non c’è alla maniera terrena, c’è invece Dio che è proprio della natura terrena dei vivi, sempreché non si voglia assumere l’espressione, già motivo di divisioni interpretative, nel senso di una compenetrazione spirituale tra beato e Dio, ciò che riporterebbe sul tavolo il peccato originale dell’uomo di volere essere simile spiritualmente a Dio.
C’è qualche altro scivolone nella lunga predicazione del beato canonizzato da Leone XIV: parla di Dio come sinonimo di Gesù. Prima dice “Qui sono finalmente faccia a faccia con Gesù”, quindi “La cosa più bella è stare alla presenza di Gesù, vederlo faccia a faccia” (la formula “faccia a faccia”, ripresa dalla “Lettera di Corinzi” di San Paolo), poi dichiara alla domanda se ha visto Dio: “Sì, ho incontrato Dio! È l’esperienza più straordinaria e indescrivibile che si possa immaginare”. Non lo ha solo visto, ma lo ha anche incontrato, facendo intendere di avere scambiato pure qualche parola. Al di là della distinzione che la Chiesa fa tra Dio e Gesù, stessa sostanza sì ma diversa persona, non c’è un solo testo sacro che parli di incontro con Dio, naturalmente non da vivi, possibilità sempre negata, ma da anime, possibilità ammessa da Dio stesso a chi riceve la sua Grazia. Matteo dice “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” e Giovanni conferma degli eletti che “vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte”. Nessun discepolo, apostolo o padre della Chiesa parla di “incontro”, né San Carlo riferisce al Corriere di un nome che porti inciso sulla fronte.
Il Corriere – e con esso l’ateneo patavino – ha scelto di badare alla sostanza e di puntare sullo scoop, d’accordo la famiglia Acutis. Ma facendo un gran torto al santo e all’intelligenza comune. A quella Artificiale ha invece reso omaggio e tributo, votato ormai com’è a esserne un devoto seguace.

