
Tornando a casa dopo i bombardamenti alleati su Catania, “il bell’Antonio” di Brancati evita Via Etnea perché solo lì è “più facile incontrare gente che avesse cambiato viso e perfino andatura”, passata com’era già dalla parte dei vincitori e pronta quindi alla delazione. Non c’è strada che più di quella chiamata, anche in dialetto, “Via Etnea” assomigli a un teatro: la sola che meriti l’articolo, che è determinativo e qualificativo insieme. “I cannoni spazzavano la via Etnea” scrive già nell’Ottocento De Roberto nei Viceré mentre Brancati ne fa il proscenio dove gli “ingravidabalconi” sfilano su e giù provvisti di un solo talento, lo sguardo: da lanciare o lasciare e meglio ancora da incrociare, nei pomeriggi di pioggia, con le mezze pupille alzate delle ragazze sotto gli ombrelli incastrati per un attimo. Sulla Via Etnea, a mo’ di una Prospettiva Nevskij, testimonia Ercole Patti nel suo Un bellissimo novembre, la gente siede ai tavoli dei bar sul marciapiedi per guardare altra gente passare.
Oggi i tavoli sono scivolati dai marciapiedi sulla strada che è diventata un’isola pedonale e non è più quella che dal terrazzino vedeva Antonio Magnano, “fragorosa di vecchi tram, di frustate sul dorso di magri cavalli, di conversazioni, risate, strilli di giornalai, ribollenti di scappellate, manate, gesticolamenti, urtoni, inchini”. Il mondo è cambiato lungo questi tre chilometri dritti come una lama che, silenziosi e assorti, anche quando brulicano di pedoni, hanno lo strano potere di ricordare a ogni catanese il suo passato remoto, tanto che una ragazza, al matrimonio dei brancatiani Antonio e Barbara, sospira: ”Sono sicura che non vedremo più Antonio passeggiare fino alle due dopo mezzanotte. E’ proprio vero che la giovinezza è finita”.
Ancora oggi non si può non passeggiare in Via Etnea, sui due marciapiedi dove l’andirivieni è un formicolante sfregamento di corpi e sguardi in un gioco continuo che è una rappresentazione di parti inscenata sotto la regia di una strada che ha detronizzato le vie verghiane dell’ottocentesco centro cittadino al di là del Liotru e si è offerta nella sua veste scura di pietra lavica come una finestra aperta sul bianco, a vederlo d’inverno, dell’Etna, irto come un cigno alla sua sommità, infilzato su una baionetta. Strano destino di una via che indica come una freccia il vulcano eponimo, quasi ad additare la sua minaccia incombente, o forse la sua genesi, in una città che anticamente ebbe però per simbolo, stando all’archeologica numismatica, il ciclope e non il vulcano, riconoscendosi più in un mito che nella realtà.
Ma a stare a certa tradizione, la freccia di via Etnea non indica Mongibello, bensì rovesciata il Liotru, che posto al centro di Piazza Duomo costituisce la punta, dove l’elefante nero di lava, la più estrema coda di una immaginaria e pur immaginifica colata, è rimasto senza il suo leggendario cavaliere e inventore, il vescovo mancato Eliodoro che nell’ottavo secolo se ne serviva per i suoi viaggi nella capitale Costantinopoli e che finì bruciato come si conviene in una terra arsa dal sole e dal fuoco, dove Via Etnea è la lunga miccia che dal cratere arriva giù ai piedi del Liotru per esplosioni piroplastiche, a chi voglia sentirle e vederle, di favole, cunti e sortilegi.
