
In principio fu un’apparizione: due bambini, perso il pallone con cui giocavano, forzarono un magazzino da tempo inaccessibile e si trovarono in una specie di chiesa antica di cui i proprietari si erano guardati bene dal rivelarne l’esistenza per non esserne privati. La consideravano il loro gioiello di casa, non goduto e da non mostrare. Era la chiesetta rupestre di San Nicolò Inferiore, accucciata ai piedi dell’imponente duomo di San Pietro e del tutto nascosta. I proprietari, divenuta nota la scoperta, la vendettero allora a un’associazione privata di modicani costituita appositamente per rilevarla e oggi è visitata da circa 8000 turisti l’anno.
L’iniziativa nacque alla vista del suo interno: scrostato lo spesso strato di scialbo, emersero nell’abside affreschi sovrapposti ad altri più remoti, così belli da togliere il fiato. Sono allineati come a formare una iconostasi, con al centro il Pantocratore nella mano parlante dentro una mandorla, e in realtà si tratta di arte bizantina, anzi deuterobizantina, successiva cioè alla dominazione araba, suppergiù del Trecento. Ma dall’apparato rupestre affiorano elementi risalenti alla prima arte greco-ortodossa, quindi all’XI secolo. Epperò c’è anche una pittura a secco, raffigurante un non meglio precisato San Giacomo martire, che per lo stile rinascimentale può essere considerata opera del Cinquecento.
La mano che vi ha inciso sopra la data del 1594 può essere stata quella di uno dei fondatori della chiesa di Santa Nicolella, nata proprio nel Cinquecento a proseguimento dell’antica abside. Un lavoro che costò, nella ricostruzione della chiesa, la copertura di intonaco degli affreschi della prima chiesetta rupestre. Perché i dipinti furono nascosti? L’interrogativo anima da anni il dibattito tra gli studiosi, ma senza pervenire a una risposta convincente. Mascheravano forse presenze perturbative? E quali? Lo stranissimo sbuffo che San Pietro ha sulla barba? Il fatto che San Michele sia di rosso ricordando così Uriel, l’angelo-demone soppresso dalla Chiesa assieme ad altri tre arcangeli e apparso nel 1516 sotto un altro intonaco in una chiesetta di Palermo in Piazza Sett’Angeli? O forse i modicani del Cinquecento ebbero in ubbia il “fresco” di santi minori come Vito ed Eligio nonché addirittura di un monaco anonimo?
Una spiegazione con maggiori chances chiama invece in causa la potente e nobile famiglia dei Grimaldi, titolari del privilegio di un altare nella nuova chiesa di Santa Nicolella e – come mostrano nell’omonimo palazzo alcuni ritratti di antenati pavesati di croci maltesi – pervasi di ideali ospedalieri, insomma neotemplari. Cosicché la presenza tra le figure rupestri di una Madonna Odigitria (una Madonna in maestà del tipo più diffuso in Sicilia, di cui è patrona, col Bambino in braccio che atteggia la mano parlante, mentre lei indica la via del Signore), carissima ai Cavalieri che la tenevano per loro protettrice, non deve essere piaciuta granché ai notabili modicani che evidentemente avevano in scarsa simpatia sia i Grimaldi che i Templari, soggiornati nel 1529 per un anno a Siracusa. Così un po’ per dispetto e un po’ per integralismo oscurarono per sempre gli affreschi. E ci sarebbero riusciti se non fosse stato, quattrocento anni dopo, per due monelli e una palla.

