
Trump “the windbag” vuole spacciare l’invasione di uno stato sovrano come operazione di polizia, tanto da fare arrestare Maduro e la moglie, appena sbarcati negli Usa, dall’Fbi e dalla Dea, Sicurezza nazionale e Antidroga, quando Bush Jr, attaccando l’Iraq nell’intento di eliminare Saddam, altro dittatore, non nascose affatto il disegno bellico battezzando l’aggressione esplicitamente “Libertà irachena”: la stessa libertà portata in Afghanistan e in Europa a coronamento della Seconda guerra mondiale nell’adempimento del nobile ideale, vanto perpetuo della Casa Bianca, di esportare la democrazia nelle parti del mondo dove sia venuta meno, soprattutto in quelle ostili agli interessi statunitensi.
Manduro è considerato un narcotrafficante, mentre Saddam era visto come un terrorista. Dato il diverso atteggiamento tenuto dai due presidenti Usa entrambi repubblicani, è legittimo pensare che, anziché accrescere il proprio potere militare, gli Usa lo abbiano in ventitré anni perduto, dal momento che un palese atto di guerra viene fatto passare – per prudenza, per timore – come azione di polizia alla caccia di un ricercato. Trattandosi invece di un capo di stato e di governo, l’arresto di Nicolás Maduro è stato in realtà non tanto un sequestro di persona quanto un riuscito raid volto a ottenere in battaglia la cattura del rappresentante supremo del Paese nemico. Un successo militare, con enorme spiegamento di forze, e non l’esecuzione di un mandato.
L’“Operazione speciale”, termine adottato anche da Putin per invadere l’Ucraina e che mutua lo spirito giudiziario e quello militare lasciandone nel vago il reale significato, è stata contestata dalla Cina che intanto appresta mezzi per invadere a sua volta Taiwan nel nome di una “politica del cortile di casa” che, prendendo esempio dalla “dottrina Monroe” circa la pretesa influenza Usa sull’America Latina, è stata adottata da tutt’e tre le principali superpotenze, con il risultato di non potersi accusare a vicenda di nessuna violazione dei diritti all’autodeterminazione dei popoli perché ognuna per proprio conto ha dato adito a essere imputata.
Si chiama “stalinizzazione” il processo attraverso il quale un’istanza libertaria, rivoluzionaria e democratica si traduce, preso il potere, in una tirannide totalitaria. Il bolivarianismo è nato sulla rivendicazione di principi di giustizia sociale e come tale fu adottato da Hugo Chávez, di cui Maduro è il delfino riconosciuto, per andarsi col tempo consolidando come ideologia di stati canaglia quale il Venezuela è diventato nella veste di narco-stato.
La guerra portata dagli Usa in Venezuela risponde agli stessi criteri di quella russo-ucraina, rientrando nella dottrina dell’influenza figlia del colonialismo otto-novecentesco che Usa, Russia e Cina hanno fatto propria stabilendo il più solido e stabile patto internazionale. Se l’Europa permette ai tre Grandi della Terra di dividersi il mondo secondo le loro ragioni più o meno di stato assicurerà una lunga pace romana a danno però dei Paesi concepiti come organi (l’Ucraina da Mosca), satelliti (il Venezuela da Washington) e appendici (Taiwan da Pechino). In questo quadro l’interesse revanchista, predatorio e rivendicativo rispettivamente di Russia, Usa e Cina prevale sui patti di alleanza e sui modelli di protettorato, ristabilendo un credo espansionista che è stato il basso continuo della politica europea fino all’ultima guerra mondiale. Ora l’Europa, che ha insegnato al mondo l’imperialismo, professa il magistero dell’indipendenza e dell’autonomia delle nazioni e si ritrova tagliata fuori dai reali giochi delle parti. I suoi Paesi colonialisti – Inghilterra, Spagna, Francia in testa – possono solo schierarsi al fianco di uno dei tre grandi imperi, già prefigurati da George Orwell.
L’Italia, che ha avuto una effimera storia di potenza egemone, si è schierata da un pezzo con gli Usa, fatta salva una breve stagione vissuta da Pci e Psi di infatuazione sovietica. Ma sorprende e sconcerta la posizione assunta dal governo Meloni che plaude all’aggressione Usa del Venezuela quando continua a stigmatizzare quella russa dell’Ucraina. Qualcuno della maggioranza parla di coerenza, avendo approvato l’attacco israeliano contro l’Iran dettato dalla necessità di impedire l’arricchimento dell’uranio avviato da Teheran. Ma il “lavoro sporco” fatto da Netanyahu per conto di tutto l’Occidente non è lo stesso fatto a Caracas da Trump: lì era sul tappeto la sicurezza mondiale, qui invece solo l’ingolosimento Usa dei giacimenti petroliferi venezuelani, non potendo essere accolta la giustificazione addotta da Trump circa lo smercio di droghe pesanti non solo in territorio Usa ma anche in quello europeo, giacché i cartelli sudamericani (non solo venezuelani) riforniscono i mercati soprattutto statunitensi di cocaina e non del micidiale e devastante fentanyl al quale Trump ha pensato di muovere guerra.
Il governo italiano avrebbe fatto meglio a non prendere posizione piuttosto che appiattirsi su quella trumpiana. Invece si è rivelato nemico di autocrati come Maduro e amico di despoti come Netanyahu, ricercato anch’egli dalla giustizia continentale perché riconosciuto responsabile di genocidio, non diversamente dal presidente spodestato di Caracas, accusato di dirigere la principale linea di traffico di droga mondiale e quindi di essere colpevole della morte di centinaia di migliaia di tossicodipendenti. Il paradosso della coerenza non ripaga mai sul piano della libertà di giudizio e della critica oggettiva. Ma la politica italiana persegue ragioni che il buonsenso non conosce.
