
Terra di tombaroli e mare di subacquei, per via dell’inesausta presenza di reperti archeologici sotterrati e sottomarini. Nelle acque da Calabernardo a Vendicari fino giù a Marzamemi, nel cuore dell’antico Val di Noto, la storia greco-romana e poi bizantina ha lasciato testimonianze che si sono intrecciate con le tracce di una intensa attività di pesca, dalla quale sono nati i pittoreschi villaggi marinari, e da una altrettanto serrata azione di contrabbando. Da una balata dove una caserma della Finanza mirava i traffici di contrabbandieri in mare a un’oasi nella quale la Villa del Tellaro era meta di scavatori impavidi e impuniti, il placido e immoto “giardino di pietra” che è Noto offre l’altra sua faccia di “orto subacqueo”, una realtà meno appariscente e turisticamente attrattiva ma non priva di suggestioni per chi cerca l’insolito e ama le baudelairiane corrispondenze di simboli costituiti dagli antichi lasciti e dai più recenti arnesi della civiltà peschereccia.
Così, l’antica strada che dalla mitica Eloro portava a Siracusa, quella che gli eserciti d’invasione greci insanguinarono della loro iattanza, vandali e goti percorsero nella comune campagna di conquista e le truppe alleate varcarono come una frontiera del tempo, attraversa un’area segnata dal sangue di ecatombi di morti e dal sudore di generazioni di lavoratori del mare. E se non risuona più del clangore delle spade e dei cingolati, ad echeggiare affinando l’udito è il rumore di fondo che fa lo sciabordio del mare. Uno scrigno oltre che un cimitero, e comunque un museo subacqueo che custodisce insieme reperti classici, rottami di navi di ogni epoca e utensili della più genuina tradizione marinara. Che non si è distinta per la pesca d’altura, ma per quella di diporto a riva, spiccando tuttavia per l’industria di trasformazione che ha alimentato, prima del “garon” dei greci e dopo nella tonnara di Vendicari.
Da oltre dieci anni questo mare conta anche un museo a terra proprio nel muto e raccolto borgo di Calabernardo – l’altro braccio a mare di Noto con Noto Marina – e nella dismessa caserma della Finanza, elevata a monumento alla storia delle sue acque: da scrutare attraverso un cannocchiale disponibile nella torre di vedetta, a maggior godimento del visitatore che non voglia più avvistare all’orizzonte contrabbandieri e pescatori di frodo ma pescecani fuori rotta e perché no, sotto immedesimazione, qualche triremi tornata dall’antichità a solcare il mare di tutti popoli del Mediterraneo.
Si aggiunge in Sicilia ai musei del mare di Palermo e Sciacca e a un altro analogo in via di realizzazione a Marzamemi nella chiesa sconsacrata di San Francesco di Paola, ma non è un arsenale. Nella sua dimora di fascistica memoria, si presta a una rivisitazione storica che comincia, appena entrati, dalla vista di due modelli in legno di una nave punica e di un’altra fenicia. Dopodiché tra collezioni malacologiche, video sharklife, reperti archeologici, esposizioni di rotte navali, mappe e tradizioni etnografiche sulla lavorazione del pesce, nonché una sala multimediale con film di siti sommersi, la riappropriazione del suo mare da parte di Noto può dirsi un’ulteriore acquisizione al patrimonio Unesco.
