
I posti a sedere nel santuario di S. Maria della Vena sono più del doppio degli abitanti del borgo, che non superano i quaranta. Piedimonte Etneo, cui la frazione appartiene, è a sette chilometri al fondo di molti tornanti ma sembra lontanissimo. Qui si sente solo il rombo della Montagna e sui segnali stradali campeggia soprattutto la scritta “cenere vulcanica”. Un cartello tra i tanti che pavesano la chiesa incoraggia a raccogliere nei dintorni castagne e nocciole perché ce n’è per tutti.
Il borgo si chiama Vena dal nome di una antichissima tradizione: monaci del sesto secolo, che risalivano il pendio su disposizione di Gregorio Magno deciso ad erigere sei nuovi monasteri in Sicilia, dovettero fermarsi perché l’asino che portava un’icona mariana bizantina non volle andare più avanti e cominciando a battere con una zampa a terra (come avevano fatto San Paolo con un piede a Solarino e Mosè percuotendo una roccia) fece sgorgare una vena d’acqua, che ancora oggi zampilla da una fontana. Lì la Madonna voleva dunque che fosse eretta la sua chiesa e così è stato: al pari delle icone mariane di Tindari, Monserrat, Capocolonna e di tante altre. Tutte Madonne Nere e tutte Odigitrie, improvvisamente divenute inamovibili durante il trasporto: a indicare lo stretto legame con la terra secondo la tradizione. Anche l’icona di Vena raffigura una Madonna bizantina bruna, ancorché la Chiesa preferisca imputarne il colore agli effetti dei ceri accesi e del tempo.
Quella che vediamo oggi è una copia dell’XI secolo, per cui l’icona originale andata misteriosamente perduta era forse di un colore ancora più scuro perché proveniente dall’oriente, da dove i basiliani hanno portato, soprattutto nel Midi della Francia, in Catalogna e in Sicilia, le figure mariane che una certa tradizione attribuisce alla mano di San Luca. L’icona di Vena è di un tipo ancora più orientale perché è detta “Theotokos glykophilousa”, madre di Dio abbracciata al Bambino guancia a guancia, un modello che è molto diffuso in Russia. E’ stata oggetto di ripetuti ritocchi, come quello che ha riguardato gli occhi ricreati sulle originarie palpebre abbassate.
L’icona figura tra “i luoghi del cuore” del Fondo ambiente italiano e si raccomanda anche per un’altra attrazione: la statua il cui volto e le vesti appaiono come bruciate per essere stata portata nel 1865 in processione troppo vicino al fronte lavico, che miracolosamente si fermò. E’ detta “Vena di tutte le grazie” e il santuario è chiamato “piccola Lourdes”. Se ci andate per una grazia non dimenticate di camminare a piedi scalzi.

