
La mamma che canta Perdutamente di Achille Lauro al funerale del figlio sedicenne, uno dei martiri di Crans Montana, e si esibisce compenetrata e immedesimata come se fosse al “Talent Show” davanti a un pubblico che la segue, ride e infine la applaude gridando “Brava” è una scena che fa riflettere chi non prova immediato sconcerto. Il video della madre di Achille Barosi girato davanti Sant’Ambrogio a Milano sorprende, imbarazza, commuove, angustia.
Echeggiando il Quasimodo di “Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”, il cantautore romano-scaligero canta la stupidità della vita entro la quale il senso della consolazione è l’unico sentimento coltivato contro il dolore interiore, rimedio al quale è solo l’amore purché vissuto così intensamente da poterlo perdere.
La nenia delle antiche prefiche romane o trenodoi greche che intonavano lamentazioni al seguito del corteo funebre, figure sopravvissute nel Sud Italia fino alla metà del secolo scorso, si è evoluta nella canzone di musica leggera: con la differenza, estrema nel caso di Milano, che è la madre e non una estranea, nell’antichità pagata per stimolare il dolore altrui, a esprimersi nelle note di un pianto elegiaco. A Milano la comune canzonetta ha ottenuto un imprevedibile riconoscimento come epicedio moderno, in una versione che attualizza l’antico canto greco tenuto in presenza della salma per piangerla, onorarla ma anche esaltarne le virtù in vita. Per dire come cambiano nei millenni le forme di espressione dei sentimenti umani ma non i modi e le ragioni. L’ancestrale mito di Demetra che, disperata per la perdita della figlia Kore, grida, si strappa i capelli – anticipando così le prefiche – e piange il lutto trovando sollievo e consolazione nel riso che le contagia la vecchia Iambe lo ritroviamo nel video di Milano dove una donna vicina al carro funebre e alla madre canta con lei e ride come una fan a un concerto di piazza erompendo poi in un fragoroso applauso.
Il rito cattolico tradizionalmente più diffuso che celebra la morte richiede compassione e compunzione, silenzio e raccoglimento. Le campane suonano lugubramente a morte e non a festa, i paramenti dei celebranti e gli abiti dei dolenti vanno dal viola al nero e anche il solo sorriso, come pure un gesto di distrazione, sono segni irriguardosi e deplorati. Il funerale di un compianto illustre è detto solenne per la sua sacralità e il suo rigore, ma anche per rimarcare il lutto maggiore. Le bandiere sono listate a lutto e tenute a mezz’asta nel segno appunto del dolore e della perdita. L’introduzione progressiva nel rito funebre di forme estranee e distorsive ha da un lato snaturato lo spirito del lutto e da un altro lo ha sublimato in nuove accezioni. Prima l’applauso all’uscita del feretro dalla chiesa, concesso in forma di estremo saluto collettivo al compianto, poi canzoni ideologiche come “Bella ciao” o inni ufficiali, quindi adesso la musica che passa da Sanremo e dagli stadi. Una dissacrazione del mistero della morte, verrebbe da credere, elevato ad eleusino nella Grecia di Demetra, reso quindi impenetrabile ed esoterico, e oggi tradotto invece in momento conviviale, quasi un modo luterano come esorcizzare la morte.
La signora Erica, la madre tanto addolorata e vicina in vita al figlio da scegliere di salutarlo nei modi che sono stati a lui più congeniali e che ha sostituito il canto funebre con una canzone melodico-elegiaca mutata in inno ha innovato, con effetti che però non sono stati colti, il canone delle esequie con un fatto nuovo dirompente, qualche anno fa a rischio di blasfemia. E un video social, of course, ha fatto da attestato. La prima volta disorienta a vederlo, ma occorre farlo più volte, come quando da una zona buia si accede in una piena di luce, bisognando adattare la vita e aspettare. Ogni novità, quanto più sia tale, obbliga a prendere tempo perché sia accettata.
