
Il referendum sulla disciplina delle carriere nella magistratura si sta mutando in un voto di fiducia sul governo Meloni, dopo soprattutto l’impegno che stanno profondendo la stessa premier (l’ultima a scendere in cortile) e i principali ministri e leader della maggioranza. Una trappola nella quale fronte del no, Pd e Cinquestelle sono stati capaci di fare cadere i riformatori dell’apparato giudiziario. Un errore che potrebbe costare al Centrodestra un prezzo più alto della posta in palio, errore dovuto principalmente al carattere bilioso dei leader della coalizione, incapaci di resistere alle provocazioni, ma anche alla matrice ideologica che li unisce.
A fare uscire dalla riserva Meloni, Salvini e Tajani è stata la veemenza messa dal cartello del no (sostenuto anche da giornalisti apertamente parziali come su tutti Travaglio, che ha pure scritto un instant-book per stare al fronte) nell’addurre ragioni intese ad accusare il governo di volere assoggettare la magistratura (come se fossimo in una monarchia, dove il testo vale il contesto). Ma a volgere in politico un dibattito unicamente relativo a una categoria tra le più corporative e meno amate (a ragione) e dunque lontane dalla sensibilità popolare, dibattito che doveva rimanere chiuso e non diventare una questione generale, come se si trattasse di una riforma giuridica e non giudiziaria, è stata la partecipazione di migliaia di magistrati che si sono schierati per il sì e per il no dando prova di essere talmente spaccati da rendere davvero necessario un intervento esterno per uniformarne se non la coscienza quantomeno l’atteggiamento comune. Una magistratura rotta va riparata e non lasciata ad aggravare le proprie lesioni. Basterebbe la sola divergenza di vedute che i magistrati, facendo campagna referendaria, stanno platealmente tradendo sull’assetto del loro sistema per fare dire a ogni elettore che se non lo sanno loro qual è la scelta migliore come possono saperlo quanti non hanno neppure conoscenza delle loro articolazioni interne.
Prima di interrogare gli italiani, sarebbe stato preferibile non che i magistrati concordassero una loro linea, ma che fosse posto loro l’assoluto divieto di esprimere pubblicamente ogni tipo di valutazione. È per esempio immaginabile che la Chiesa sia divisa nel suo clero tra quanti ammettono e negano il Purgatorio? Quando si è trattato del Limbo ha deciso il solo Papa. E si può pensare che siano i calciatori ad essere sottoposti a referendum sull’abolizione del fuorigioco? La Fifa deciderà per loro, così come il governo ha perciò deciso per i magistrati. Sta invece sembrando come se i capi di mafia e camorra partecipassero al dibattito parlamentare su una legge che riguardi la lotta alla criminalità organizzata.
È stato uno sbaglio imperdonabile promuovere il referendum, perché non si tratta di un voto di coscienza che investa scelte morali proprie della sfera individuale, bensì di un’opinione estranea richiesta indebitamente per regolare l’articolazione di una categoria senza che alcuna influenza venga in capo a imputati, querelanti, parti civili, attori, convenuti e testimoni. Che le carriere di giudici e magistrati siano divise o restino come sono, quel che conta è da un lato il principio di terzietà del giudice e da un altro lo spirito di due capisaldi del nostro ordinamento giuridico: nel penale il “libero convincimento” del giudice e nel civile il “prudente apprezzamento” del giudice stesso. Se un Pm sceglie a un certo punto della carriera di cambiare ruolo non potrà non attenersi per legge che a questi tre fondamenti, così come farebbe un giudice scegliendo ab initio il ruolo giudicante e non quello requirente. Allo stesso modo la Pubblica accusa varrà sempre e comunque come inquirente. Non ha importanza la patente, ma la guida: che insomma ci sia sempre un giudice a Berlino. È lui, individuale o collegiale, a formarsi un’opinione che faccia stato e che tuttavia può essere impugnata davanti a un altro giudice. Un’opinione, cioè una visione delle cose necessariamente parziale. Basta leggere qualsiasi provvedimento, sentenza o ordinanza, per vedere come una decisione presa non sia che il frutto di un convincimento maturato, giacché non c’è testo che non sia farcito di aggettivi, avverbi, supposizioni, presunzioni e ipotesi: tutti elementi di una mente umana, un organo pensante. Per cui l’ideale non è avere giudici che facciano solo i giudici, ma giudici che facciano “solo” i giudici: terzi, obbiettivi e imparziali. Come dice Sciascia, non conta se il sacerdote che somministra l’eucarestia abbia le mani sporche di sangue, ma il suo ministero. Conta dunque la figura del giudice e non la persona del giudice.
Quanto alle “correnti” (ma sono più esattamente maree) il Csm andava regolato, ridimensionato e depoliticizzato con un intervento legislativo e una maggioranza qualificata. Nella foga di separare, per un’eccessiva fame di democrazia, il potere giudiziario da quello esecutivo, i Costituenti previdero un organo di autotutela a suggello dell’indipendenza, non supponendo che quel pilastro col tempo è diventato un cartongesso che assorbe i liquami della politica.
Le cose sono andate all’italiana e ora sono gli italiani a doversi fare carico di sbagli, logiche insensate, scelte di opportunità politica, ragioni di parte e del peggio di cui magistrati, giornalisti, universitari alla Barbero, persino cantanti e attori, stanno dando mostra soprattutto in televisione. La scelta migliore è andarsene domenica in campagna, epperò se ci saranno anche solo cento schede il risultato varrà il referendum. Quindi? Che fare? Dal momento che sembra di essere tirati da tutti per la giacchetta perché si vada a votare, cade in taglio quanto il tipografo di La banda degli onesti, interpretato da Peppino De Filippi, dice alla vista di ogni guardia: “Ma perché proprio io mi sono messo in questo guaio?”. Già. Forse stavolta bisogna allora votare non turandosi il naso ma coprendosi gli occhi.
