Ci sono due strade che portano da Comiso a Vittoria: la statale 115 e la via del Deserto. La statale è quella che fanno tutti, la via del Deserto quella che faceva Bufalino. Il Deserto oggi si chiama Via Biscari ma rimane la contrada fuori paese dove Bufalino aveva la casa di campagna e dove il suo migliore amico, Nunzio Di Giacomo, naturalmente scrittore e insegnante anche lui («uno degli ormai rari testimoni, se non l’unico, di eventi, figure, paesi a me cari e perduti» ne diceva Bufalino), ambientò un suo romanzetto, avendo lì casa anch’egli. Di Giacomo e Bufalino per venticinque anni avevano fatto ogni giorno la via del Deserto per andare a insegnare a Vittoria. Bufalino diceva di preferire quella strada interna per dare un’occhiata alla sua residenza estiva, ma per la verità voleva evitare la statale troppo trafficata.
Quando, molti anni dopo, sarà nella necessità di tornare spesso a Vittoria per vedere la moglie, Bufalino comprerà una 127, beneficerà delle premure di un signore buono e gentile che gli si offrirà come autista, Carmelo Barone, e continuerà a servirsi della via del Deserto. Bufalino non amava la guida né tantomeno la strada. A un amico pittore, Ciccio Cassarino, suo ex alunno e suo coinquilino, diceva che le strade sono l’ambulacro del destino. Se si trovava con qualcuno che al volante premeva l’acceleratore, per invitarlo a rallentare Bufalino si limitava a osservare che non aveva fretta; e se sapeva di un amico morto in un incidente, commentava che di fronte a un’assurdità del genere «il nostro cuore diventa di bronzo o di farina».
Carmelo Barone è un pio credente cui Bufalino si era affezionato al punto che quando Barone espresse il desiderio di volersi fare da parte perché ormai stanco dopo dieci anni di andirivieni in macchina, si sentì dire che era un automedonte insostituibile. Sapendolo fervente cristiano, Bufalino gli regalò pure una Bibbia con questa dedica: «Al mio caro compagno di viaggio» non immaginando che dall’ultimo di quei viaggi sarebbe stato il solo a non tornare.
Il pomeriggio del 14 giugno 1996, di ritorno da Vittoria, Bufalino è diretto a Comiso sulla sua 127 guidata da Barone. Anche se c’è la partita dell’Italia in televisione, non ha fretta, perché ha imparato proprio da Barone come si fa a non emozionarsi davanti ad un’azione sotto porta: si registra, si viene a conoscenza del risultato ma non dei gol e poi si vede tranquillamente il nastro. All’andata hanno fatto come sempre la via del Deserto; al ritorno, per una discussione andata animandosi su un argomento che Barone non ricorda più, anziché girare a sinistra, nessuno dei due si accorge che la macchina ha imboccato fatalmente la statale. «Guardi Carmelo, qua non è piovuto» dice Bufalino quasi per rassicurarsi circa la sicurezza della strada che ha sempre inconsciamente temuto. Sono le sue ultime parole prima dello scontro, parole in sinestesia con l’incipit del suo ultimo romanzo: «Da ragazzo mi piaceva il rumore della pioggia».
In verità da ragazzo a Bufalino piacevano due cose: «i paradisi dipinti», cioè i libri, e poi i suoi genitori. Dava loro del vossia, ma una frase detta a uno dei due la riportava agli altri come se avesse usato il tu: un modo di schermirsi, che comprova l’amore filiale portato soprattutto alla madre. «Un giorno mi chiusero / in una stanza per una colpa qualunque. / Infine venne mia madre e mi prese per mano» inneggerà in una poesia. Di Vittorio Sgarbi, il solo dei nomi noti che sarà presente al suo funerale, diceva: «Avrà tutti i difetti del mondo, ma ai miei occhi ha un grande merito: è innamorato come me di sua madre». Bufalino stravedeva per la madre ed era tormentato dal pensiero che gli potesse sopravvivere. Quando doveva assentarsi la raccomandava a più persone e se era trattenuto fuori casa le telefonava. Bastava che ritardasse di dieci minuti perché la madre entrasse in ansia e andasse a bussare ai vicini. Gli cucinava e lo rimproverava dal balcone, davanti a tutti, se usciva senza il cappotto. Lui, dal suo canto, si strappava apposta i bottoni della camicia perché lei glieli potesse riattaccare così mostrandosi nelle vesti di una madre utile e premurosa. «Ritroverò mia madre seduta sulla porta / si cingerà la fronte con la cupa coccarda, / griderà tutta la notte la mia morte» ha lasciato scritto in una poesia che è una premonizione. Dopo che Dino era morto e lei gli era sopravvissuta la si sentiva infatti gridare e ripeterne il nome nella casa di duecento metri quadri divenuta troppo grande e troppo vuota per una donna centenaria. Per lei il figlio non era mai cresciuto e soprattutto non era mai guarito, bisognoso com’era sempre stato di cure e di cautele: anche un matrimonio poteva non giovargli, avendo conservato dai tempi della Rocca una salute sempre cagionevole. La lunga vita della madre e la propria lunga affezione hanno ispirato a Bufalino la sua bildungspoesie che inferisce i temi della memoria e della malattia, l’una legata all’altra perché nella memoria di Bufalino trova spazio soprattutto il tempo della malattia e il senso di finis vitae sempre incombente: memoria come medicina contro il tempo, malattia come strumento di conoscenza.
«Memini ergo sum», scriverà arrivando alla conclusione che «siamo sognati dalla nostra memoria», la quale è la capacità di riessere, «il miracolo del bis», perché «noi crediamo di ricordare ma invece sogniamo». All’esperienza della malattia che involge la memoria, «tema capitale di ogni narrare», si sono aggiunti naturaliter i cronotopi della morte e del tempo, così facendo di Bufalino lo scrittore del Novecento più sveviano e quindi più europeo e proustiano che l’Italia abbia avuto: un decadentista puro, un antirealista che diceva di preferire «i colpi di scena della parola a quelli dei fatti» e che vedeva la letteratura come «menzogna», strumento per canere palinodiam, per ricercare la non verità, l’«inverosimiglianza della vita», sicché poteva dire di sentirsi «stretto tra due cadaveri freddi: la salma del neorealismo e il feto dell’avanguardia», autore mainstream che Wilde avrebbe detto «figlio del realismo in rotta col padre».
Lo scrittore Bufalino è lo speculum in aenigmate dell’uomo Bufalino. Della malattia egli aveva una paura che gli veniva dalla lotta vinta contro «i bacilli di Koch» ma anche dalla guerra cui era riuscito a sopravvivere: due cause di morte opposte. Gli riusciva difficile parlare di morte naturale in presenza di una malattia fatale, naturale per lui essendo piuttosto la morte cosiddetta violenta, come quella dovuta a una guerra, perché voluta dagli uomini. Ma era la malattia la sua causa di morte violenta. Per questo si era reso scrupolosissimo nell’osservare la dieta cui si sottoponeva: «Mi sono creato una nicchia e mi difendo con le abitudini». La sua principale abitudine era il rispetto degli orari, così da osservare anche quelli della madre. Come per Kant, si potevano regolare gli orologi al suo passaggio: la mattina andava nella sua biblioteca e a mezzogiorno rientrava; alle quattro si dirigeva al Circolo Diana e dopo qualche partita a scala quaranta alle diciotto rincasava. Totalmente sprovvisto di senso pratico, era suo costume segnare in bigliettini ciò che doveva comprare, le medicine da prendere, la dieta da seguire.
Era soprattutto suo costume scrivere: «Per mantenere la guerriglia contro la morte, per esorcizzare Eraclito». Anche per Bufalino, come per Svevo e Pirandello, la scrittura è stata una terapia, un’autoanalisi, una «distrazione dal pensiero della fine» e dalla sua paura. La morte causata da una malattia ha più volte sfiorato Bufalino senza mai vincerlo. Votando al canone dell’antifrasi e dell’ossimoro l’intera sua vita non meno che la sua opera («Noi amiamo fabbricarci valori e onorarli al posto di Dio. Valori e controvalori. Quando un valore ci fa cilecca ci buttiamo su quello contrario» scrive in Argo il cieco echeggiando il Lampedusa dei siciliani «sale della terra»), gli toccherà una morte «naturale», un incidente stradale, mentre per tutta la vita ha aspettato di morire «violentemente» di consunzione o di apoplessia. Aspettava la morte a vent’anni per tisi; poi fu certo di vedere in faccia «l’ultima impostura» quella volta quando, a Milano per un normale controllo, si trovò in sala operatoria per un immediato e improcrastinabile intervento chirurgico, fortunosamente accertato che fu un male sconosciuto. Scampò alla morte in entrambi i casi e, mentre vedeva nella vita «una bambolina truccata che nulla ha fatto per persuaderlo di essere vera», a essa guardava con un senso pantaistico di cupio dissolvi («Più m’attempo, più voglio morire»), celebrandone l’état d’attente valeryano con lo scrivere Diceria e Argo.
Tale era la paura della morte, tenendo sempre desta la «vocazione a morire» ma pur rinverdendo «il canovaccio dell’inevitabile vita», che preferì il treno all’aereo quando andò a Venezia a ritirare il Campiello. Epperò quella volta che dovette volare a Milano per ragioni di salute non esitò a servirsi per la prima volta dell’aereo. Il Dc 9 a Fontanarossa non decollò che dopo un forte ritardo per il quale Bufalino si mise in forte apprensione. Avevano segnalato una bomba a bordo e Bufalino commentò con un detto comisano: «A quannu a quannu ‘u putiaru va a ligna…» recriminando sull’imprevisto capitato giusto la prima volta in cui s’era deciso a correre un rischio sempre evitato. Poi in volo gioirà con un candore che lo rendeva bambino: «Ma è come in autobus!».
Quella sera a Milano accettò malcontento di cenare fuori dall’albergo, sempreché fosse qualcosa di molto frugale, dovendo l’indomani sottoporsi ai ferri del chirurgo; ma al ristorante trovò riunito il meglio della cultura lombarda che gli aveva preparato una serata d’onore. Bufalino si smarrì come sempre quando c’era da stare in larga compagnia o fuori casa, ma riuscì talmente brillante a tavola da destare ammirazione anche in quanti continuavano a vedere in lui non più che un anziano insegnante siciliano alquanto fortunato. Naturalmente quella sera Bufalino non mangiucchiò che una sogliola in bianco.
Ma era Comiso il suo paradiso d’Armida, il paese dal nome sdrucciolo per il quale aveva parole d’amore: «La tua voce è un mare che si calma / a una foce di antiche conchiglie, / dove s’infiorano mani e la palma / nel cielo di meraviglie. / Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola… T’amo come un paese». Nessun altro scrittore siciliano è stato tanto legato quanto Bufalino al suo paese, alma mater, «polmone d’acciaio», non essendosene mai allontanato se non a vent’anni per la guerra e a cinquanta per qualche viaggio di piacere, come quello indimenticabile, tutto in lambretta, concessosi in compagnia di un amico, fino in Spagna.
Conosceva tutti in paese ed era rimasto sempre uno di loro, timido e perciò molto siciliano. Un giorno un famoso giornalista straniero, Peter Nichols, andò a Comiso per intervistarlo e Bufalino gli diede appuntamento al municipio. Lo vide dalla finestra e si sentì colmare dall’emozione al pensiero di essere sul punto di conoscere una celebrità. Non sapeva che Nichols era molto più tremante ed emozionato di lui. Anche al tempo in cui era sconosciuto, prima del Campiello, a Comiso Bufalino era considerato un intellettuale di prima grandezza. Non tenne però mai una conferenza né una relazione a un convegno. Atrabiliare e non poco saturnino, Bufalino aveva nei libri i suoi veri e grandi amici. Alle «ragioni dello scrivere» anteponeva le sole ragioni del leggere.
Biagio Brancato, suo coetaneo e nato come lui in Via Conti di Torino, dove a rivedere i cortiletti dell’infanzia Bufalino si faceva prendere dall’entusiasmo, lo chiamava «l’aristocratico dell’intellettualità comisana». Brancato, un pittore che piaceva molto a Bufalino, vanta una dedica a Diceria dell’untore che spiega più Bufalino che lui: «Al fraterno amico Biagio, creatore di tante forme radiose, questo pugno di parole scure». Bufalino ha insegnato anche storia dell’arte ed era un fine intenditore di pittura. Nella Comiso sede di un rinomato istituto d’arte, dove sono nati pittori come Fiume ma anche come Brancato, Di Stefano, Micieli, Cassarino e Virzutto, Bufalino non si limitò a «perizie di parte» sulle loro opere, ma partecipò alla vita culturale del paese iscrivendosi al «Circolo amici dell’arte» e rendendosi negli anni Cinquanta promotore di iniziative come il «Premio Comiso per le arti figurative» e una mostra di impressionisti francesi. Appassionato di film degli anni Trenta, animò negli stessi anni cineforum e rassegne cinematografiche mentre trovava tempo non solo per scrivere e riscrivere la sua Diceria, una specie di Horcynus Orca cui negò per trent’anni il «ne varietur», ma anche per dedicarsi alle ricerche etnografiche e folcloristiche, quelle stesse che lo guideranno nel pozzo di San Patrizio di un vecchio palazzo dismesso dove troverà i dagherrotipi Iacono-Meli che per lui significheranno il successo.
In quegli anni la vita di Bufalino non fu diversa da quella che sarebbe stata nella stagione che avrebbe fatto di Comiso il paese di Bufalino e dei missili. Mai impegnato in politica, nutriva ideali vagamente socialdemocratici. Quando a Ragusa venivano Preti o Saragat, Bufalino andava a sentirli interessato, ma li ascoltava dal fondo della piazza. Come da lontano osserverà sempre le vicende politiche, comprese quelle mafiose. Un giorno una scolaresca palermitana andò a trovarlo e uno degli studenti volle filmare l’incontro. Quando si parlò di mafia, Bufalino si fece prendere da una crisi di pianto a vedere quei ragazzi pervasi di speranza e venati di disperazione, sicché chiese che la telecamera fosse spenta: amava la Sicilia fino a emozionarsi. La vedeva ovunque quale un archetipo, come il Guttuso che trovava la Sicilia anche in una mela.
Nella circumnavigazione del proprio io, «delatore di sé», Bufalino tenne puntata la bussola sempre in direzione di Comiso: «È un paese che conosco bene, ho abbondanti titoli per parlarne». Fidava, nel suo «tragitto del mattino», di divellere il bitume riportando alla luce la vecchia basola «grattando con la punta della scarpa la crepa». Ma non aveva altro genere di fede. Padre Rino Farruggio, il sacerdote di Vittoria che lo sposò e ne celebrò i funerali, dice che «Dino non era credente ma dove non capiva rispettava». Al matrimonio don Farruggio citò Paul Claudel: «Cristo non è venuto per spiegare la croce ma per distendersi sulla croce». Dopo la funzione Bufalino gli chiese se Claudel lo avesse citato per lui. «Non era ateo, ma agostiniano – dice don Farruggio. – Per sposarsi seguì regolarmente i corsi preparatori».
Barone, che in macchina parlava con lui quasi sempre di religione, ricorda il tono di contentezza con cui Bufalino gli riferì di aver letto che un gesuita lo aveva posto tra quelli recuperabili: «Un giorno in macchina commentai il suo epitaffio: “Hic situs, luce finita”. Io obiettai che dopo la morte la luce comincia e lui per tutto il viaggio rimase in silenzio». E Cassarino, che fu il progettista della sua tomba, racconta: «In un primo momento non voleva la croce alla sua sommità, ma quando gli ricordai che la tomba di suo nonno, sepolto nello stesso sepolcro, aveva avuto la croce, accondiscese senza più riserve». Non credente, ma aperto al dubbio, «uomo di ricerca», come scrisse in una dedica a un suo libro donato a una suora. Bufalino fu più un Amleto che un Oreste: un uomo che voleva conoscersi e che si aspettava di essere presentato a se stesso dagli altri.
Qualche settimana prima di morire si rivolse al suo amico pittore Ciccio Cassarino chiedendogli un ritratto: «È facile dipingermi: un grande naso, grandi occhiali, una faccia così. Mai nessuno che abbia voluto vedermi senza questa maschera. Vorrei un ritratto senza gli occhiali: che qualcuno veda ciò che c’è dietro le mie spesse lenti». Cassarino disse sì, ma il giorno in cui Bufalino uscì di casa per andare nella sua, al piano superiore, e posare, squillò il telefono. Non ci fu più tempo poi per quel ritratto. L’ultimo sogno di Bufalino è rimasto quello di essere raffigurato con «la levità di un ectoplasma». E l’ultimo volto visto quello amato di Giovanna. Che per tanto tempo è andato a trovare nella sua casa di Vittoria.
Una storia d’amore vissuta più pensandosi che vedendosi. Finché la morte non dice basta. È il giugno del ‘96. Da dieci giorni Giovanna si è trasferita nella nuova casa di Via Castelfidardo e Dino è contento della sistemazione. «Era stato poco bene nei giorni precedenti – racconterà Giovanna – ed eravamo entrambi in ansia per l’esito degli accertamenti diagnostici che aveva spedito per posta al suo medico di Milano. Quel pomeriggio mi apparve sollevato e arrivò anzi a dirmi che si sentiva felice perché a mezzogiorno aveva ricevuto la risposta per lettera che lo rassicurava sul suo stato di salute. Protestai che avrebbe dovuto telefonarmi subito e mi rispose che aveva preferito dirmelo di presenza». Un altro atto d’amore. L’ultimo. Se ne andò felice da quella casa per non tornarci più. Un’«allegrezza di morte» avrebbe chiamato quello «stato dì bugiardo benessere che spesso precede la fine». Giovanna, la sua migliore ex alunna, lo rivedrà la sera in un obitorio: «Non mi insegnerai più niente, professore» gli dirà senza una lacrima. >
Ma le ultime parole di Dino Bufalino erano state per la madre e non per lei. Ai soccorritori nelle cui braccia morì dopo lo scontro, disse: «Minimizzate con mia madre, minimizzate». Il destino però volle che morisse a metà strada esatta tra la madre e la moglie. Una morte beffarda: dall’incidente automobilistico uscì solo con un braccio rotto e fu portato all’ospedale di Vittoria, dove i medici lo misero a sedere in attesa della radiografia. Nessuno si accorse dell’infarto che lo colpì improvvisamente e quando fu soccorso era troppo tardi. Morì da solo, non visto, ma tra la gente, molto privatamente e molto pubblicamente. Una morte violenta alla fine, quella che temeva non meno dell’automobile, sulla quale aveva appena avuto quella naturale.

