
Carlo Alberto Dalla Chiesa vinse il terrorismo infiltrando suoi uomini nelle bande armate. Questo metodo adottò personalmente minando gli apparati dello Stato con azioni al limite del sospetto, se non della legalità, al solo scopo di salvaguardare le istituzioni. Nel suo libro Il generale dalla Chiesa, il terrorismo, la mafia (Laterza, settembre 2022), lo storico palermitano Vittorio Coco suggerisce un’immagine del capo del Nucleo antiterrorismo, poi prefetto di Palermo, intesa in senso nicodemico, di chi professa il proprio ideale di fede militando al fianco dei nemici di quell’ideale.
Va perciò vista in questa chiave una delle più violente polemiche in cui il generale si trovò invischiato: la sua supposta iscrizione negli anni Settanta alla Loggia P2 di Gelli. Appurato finalmente che di certo vi fu solo una domanda di iscrizione, tenuta da parte per cinque anni da un altissimo ufficiale dell’Arma, devoto massone, ancora oggi la reale condotta del generale è pur oggetto di ricerca e di dubbi. Coco scrive che “in un momento di debolezza, forse quella dell’iscrizione gli parve l’unica strada praticabile per provare a inserirsi più saldamente all’interno di un ambiente [quello dell’Arma] i cui vertici ne facevano parte [della Loggia deviata]”. Dalla Chiesa li riteneva non solo ostili ma anche inquinati, tuttavia è un fatto, non ricordato da Coco, che nell’incontro con Gelli alla fine del 1979 espresse il desiderio di essere nominato generale della Divisione Pastrengo, atto che si ebbe in effetti nel dicembre dello stesso anno. Ed è fatto rilevare dall’autore che firmò la domanda ma non ne chiese, una volta pentito, la restituzione e la distruzione.
Coco ricostruisce un’altra burrascosa vicenda, anch’essa fonte di contrasti e protagonista ancora Dalla Chiesa: il memoriale di Moro con gli atti del “processo” brigatista trovato in parte nel ’78 dai suoi uomini in Via Monte Nevoso a Milano e in parte dodici anni dopo nello stesso appartamento. Dalla Chiesa, secondo accuse del tempo provenienti da più parti, anche politiche, brigò addirittura con Pecorelli per venire in possesso dell’intero memoriale che il giornalista gli disse fosse nascosto nel supercarcere di Cuneo e del quale il generale riuscì a entrare in possesso grazie a un capo delle guardie penitenziarie a lui vicino. L’accusa che gli è sempre stata è di avere trattenuto parte del memoriale e quindi i segreti in esso contenuti. Prima di essere consegnato alla magistratura, il dossier sarebbe stato fatto leggere ad Andreotti, che quindi ne avrebbe preso visione. Avrebbe poi fatto uccidere Pecorelli perché a conoscenza di troppi segreti e posto le basi per l’uccisione anche di Dalla Chiesa: ipotesi suffragata da Buscetta e poi anche dal boss Badalamenti, secondo il quale in Sicilia Dalla Chiesa non fece niente per essere ucciso e vi fu perciò mandato perché lo fosse, per ragioni dunque legate al caso Moro.
A sostegno dell’ipotesi che il generale fosse in possesso delle carte fatte avere ad Andreotti, Miguel Gotor, autore nel 2011 di Il memoriale della Repubblica, riporta quanto la madre di Emanuela Setti Carraro dichiarò al processo Andreotti: “Col cucco che gliele ha date tutte”. Sposando le ragioni di Gotor (di cui trascrive la tesi per la quale Dalla Chiesa “sapeva che per difendere in modo intransigente lo Stato di diritto avrebbe dovuto disobbedire al potere esecutivo in nome di un bene superiore di civile convivenza”), Coco concede dal canto suo che il generale abbia “davvero sottratto una parte del memoriale, non però con il fine di sottoporre a ricatto qualcuno, ma in difesa delle istituzioni, ritenendo che la priorità fosse quella di evitare di farlo finire nelle mani sbagliate, quelle appunto di Andreotti”.
Epperò Dalla Chiesa incontra Andreotti (non si sa se su propria iniziativa o richiesto dal politico che ha definito “un uomo molto pericoloso”) all’indomani della nomina a prefetto di Palermo e intrattiene con lui un colloquio sul cui tenore si sono avute le versioni contrastanti dell’uno e dell’altro.
A quarant’anni dalla morte, il generale appare dunque una variabile indipendente nel contesto del suo tempo, il prodotto più originale di un’epoca fatta di misteri e di trame oscure, un vero rompicapo per gli storici. Dice all’Agi Coco, spiegando le ragioni del suo libro: “La novità sta nel fatto che per la prima volta si prova a ragionare di Dalla Chiesa in una prospettiva storica. Troppo spesso fino ad ora figure come quella del generale sono stati relegate nel campo delle semplificazioni e dei complottismi, senza tenere conto della grande mole di fonti a disposizione”.
In realtà Coco compie ogni sforzo (ottenendo che Nando Dalla Chiesa definisse “documentato” il suo libro) per portare il caso dal piano giudiziario a quello della ricerca storica, sgombrando il campo da ogni possibile zona d’ombra. “A me sembra” dice ancora “che da questo punto di vista il quadro sia ormai abbastanza chiaro. Fin dal maxiprocesso i giudici ritennero che la matrice del delitto fosse mafiosa e in particolare che le responsabilità fossero da attribuirsi allo schieramento dei corleonesi. Temo che la ricerca di una matrice politico-istituzionale del delitto si possa trasformare in un meccanismo di rimandi all’infinito”.
Nondimeno rimangono ad aleggiare interrogativi probabilmente destinati a persistere, quanto soprattutto all’ultimo atto palermitano. Aveva per esempio ragione Sciascia a sostenere che Dalla Chiesa non aveva capito che la mafia era cambiata ed era diventata eversiva, per cui poteva colpire anche lui, che non si era adeguatamente protetto? Coco scrive che “non è vero che non sapesse cosa lo aspettasse, forse non voleva accettarlo fino in fondo”. Dalla Chiesa dovette però dare a ragione a Sciascia quando il 7 agosto, poco meno di un mese prima di essere ucciso, a Casteldaccia fu lasciata davanti alla stazione dei carabinieri un’auto con due cadaveri incaprettati, gesto rivendicato con una telefonata anonima alla maniera delle Brigate rosse.
Un errore del prefetto fu allora quello forse di credere che l’attenzione nazionale avuta contro il terrorismo l’avrebbe guadagnata anche contro la mafia, benché senza più i suoi carabinieri da infiltrare (come aveva fatto negli anni Sessanta impiegando le squadriglie di Corleone da cui mutuerà la struttura del Nucleo antiterrorismo), né poteri speciali di coordinamento, né reale sostegno governativo e politico. Fino all’intervista con Giorgio Bocca, si impegnò in incontri pubblici e dichiarazioni, disdicendo un principio al quale si era sempre ispirato e che gli aveva fatto dire che “la nostra collettività rifiuta il safari con il piede sulla testa del leone”. Dall’assoluta riservatezza nella lotta al terrorismo era passato in Sicilia alla piena visibilità. Un atteggiamento che non poteva piacere. Ma che piace oggi a quanti amano i veri eroi.
“Per lo studioso” commenta Coco “la figura del generale Dalla Chiesa è di grande interesse. Si trovò ad affrontare fenomeni criminali complessi – su tutti la mafia siciliana e il terrorismo politico – mettendo a punto strumenti investigativi innovativi rispetto al passato, che hanno reso più efficace l’azione di contrasto. Penso che sia giunto il momento per gli studiosi di occuparsi di figure come quella di Dalla Chiesa e in generale della violenza criminale e politica che ha caratterizzato l’Italia del secondo Novecento. Del resto già da alcuni anni abbiamo a disposizione serie e documentate analisi sia sulla mafia siciliana che sul terrorismo”.
