
Sono state sicuramente le muse, che – canta Esiodo principiando la Teogonia – “sopra l’eccelse d’Elicóna santissime vette han soggiorno”, a volere che Montalbano Elicona vincesse nel 1915, superando Cefalù, il titolo di più bel borgo della Sicilia e poi, nell’agone del programma Rai “Alle falde del Kilimangiaro”, guadagnasse quello italiano di “borgo dei borghi” superando diciannove concorrenti di altrettante regioni.
Il paesino degli ultimi Nebrodi, irto prima che i più selvaggi Peloritani si pongano in mezzo tra i monti e il mare, con l’Etna sullo sfondo assiso in bianco sembiante dell’altissimo vulcano spento della Tanzania, dell’Elicona greco ha nella sua etimologia la tortuosità delle stradine e dei sentieri che dal borgo medievale e dal castello aragonese portano proprio alla dimora delle muse, sulle cime del bosco impenetrabile di Malabotta e nel ventoso pianoro dell’Agrimusco dove arcaici megaliti stagliati pesantemente nel cielo fanno da guardia, in figura di Orante, di Aquila, di Teschio, di Fallo, a un luogo sacro chiamato “la Stonehenge siciliana” e dall’origine oscura: forse opera di extraterrestri, o di popolazioni sicane che vi compivano sacrifici o magari se ne servivano come calendario astronomico osservando la sconfinata volta celeste, ancora oggi maestosa seppur con altre stelle, o forse grande tempio dedicato a potenti divinità sconosciute.
La Sicilia favolosa, sprofondata nell’età del bronzo, degli dèi e degli eroi, più antica dell’attuale orografia, si conserva integra entro quest’area gravida di mistero chiamata Valdemone e dove un’antica capitale scomparsa, dal nome fascinoso come tutti quelli del posto, Abacena, si è resa introvabile pur avendo lasciato a Cluverio una traccia preziosa dicendosi “in bocca al fiume d’Elicona, oggi d’Oliveri”.
Questi luoghi stregarono anche Elio Vittorini che in Le città del mondo, immaginando in un plenilunio una convergenza al centro della Sicilia di viandanti di ogni polo, volle che “una giovane donna presa di paura” provenisse dalle erte nebroidee e gli sembrò di scorgerla nottetempo supponendo che “non fosse ancora uscita dall’interno del Valdemone e che si trovasse, avendo continuato il cammino per gole e portelle, nei dintorni di Triario dei Carbonai, sul versante meridionale dei Nebrodi”: cioè vicino Fontana d’Ercole, una contrada di Montalbano. Aveva paura dei luoghi la ragazza di Vittorini? Probabilmente della notte, che da queste parti ha sempre il significato di notte dei tempi.
