
Se i prigionieri austriaci della Prima guerra mondiale o le loro guardie non li avessero bruciati per riscaldarsi, sarebbero stati parecchio di più i libri custoditi nel vecchio monastero basiliano di Mezzojuso divenuto poi caserma e oggi affidato a un prete di rito ortodosso. Sommati a quelli del Collegio di Santa Maria delle Grazie e della chiesa bizantina di Sant’Annunziata si arriva a circa undicimila volumi: quattro per ciascuno dei duemilasettecento abitanti. Il paese popolato di libri è stato fino al fascismo un faro di cultura alimentato da un vasto patrimonio librario che conta circa cinquecento manoscritti antichi, non pochi incunaboli, rari codici greci e opere dal quattordicesimo al diciottesimo secolo: a costituire un fondo di oltre 1500 titoli perfettamente conservati anche grazie all’opera certosina di una scuola di restauro che a Mezzojuso si è affermata nel tempo in campo nazionale e che consente alla biblioteca sfuggita a Borges ed Eco di essere un caposaldo negli studi di bizantinistica come anche nella ricerca della lingua arbëreshë parlata fino a Piana degli Albanesi.
Ma perché Mezzojuso, quaranta chilometri dal capoluogo nell’entroterra palermitano, un paesino a spiccata vocazione contadina e migratoria, appare tanto illuminato dal genio dell’intelletto? Il merito è proprio dei monaci basiliani che arrivarono a più riprese nel Seicento adempiendo appieno la regola di San Basilio di stare tra la gente, vivendo in un cenobio anziché in un eremo. Arrivarono da Creta e dalla Grecia portando una fede ortodossa e una liturgia di tipo orientale i cui uffici sono rimasti nel corredo iconografico che pavesa tutte le chiese del paese, che oltre ad essere una biblioteca è anche un museo. Per volontà del fondatore, il monastero doveva ospitare solo monaci albanesi e greci. E così è stato.
Con i loro mantelloni scuri, la barba lunga e una passione per i libri e la cultura vissuta come culto, i basiliani hanno fatto di Mezzojuso (conservando la “i lunga” a presidio di un ancestrale etimo di origine araba rimasto nel tempo dei rifondatori arbëreshë e arrivato chissà come fino a noi: quasi un segno della caparbia volontà collettiva di custodire la memoria storica) una incredibile piccola Atene che manteneva missioni in Albania e dove convergevano, per studiare e farsi novizi, giovani da tutta la Sicilia. I monaci dotti fecero di Mezzojuso una enclave bizantina ed elessero il libro a sacramento della loro presenza: senza integralismo alcuno, perché le tre biblioteche, di gusto molto eclettico, allineano titoli del tutto estranei alla confessione ortodossa e ostentano larghe vedute. Tali furono i basiliani, stranieri in fondo, che ovunque si insediarono conquistarono i siciliani brandendo libri. A Mezzojuso ottennero forse la loro più grande vittoria.
Basterebbero le due chiese attigue, latina e bizantina, così vicine e così lontane, con i loro campanili irti come pennoni, a meritare il contatto con un singolare contrasto di storia e geografia. Abbarbicato su un fianco della famigerata Rocca Busambra e a ridosso dell’altrettanto malfido bosco della Ficuzza, nomi che evocano pagine fosche di storia di mafia, al contrario Mezzojuso (la “dimora di Yusuf”) si offre come un paradiso d’Armida nel cuore di antichi feudi, di sentieri perduti e dismesse mulattiere, tra sapori dimenticati e saperi tenuti prodigiosamente in vita, nel misto di sacro e profano, folclore e cultura: il Castello comunale, la visita al Museo “Mastro di campo”, la figura più caratteristica della tradizione di Mezzojuso, con l’esposizione dei costumi dei Carnevali storici siciliani, la tappa alle due chiese e al convento basiliano, la rappresentazione infine di un’opera dei pupi nel relativo museo.
Abbiamo detto “infine” ma sbagliando, perché segue, a piedi o in mountain bike, l’escursione di quattro ore lungo uno di tre itinerari paesaggistici per i quali bisogna dotarsi di molta lena ed essere perlomeno cicloturisti se non allenati bikers, certi comunque di essere ripagati dai panorami, le masserie e le chiesette rurali lungo il percorso, prima di arrivare alla borbonica Reale casina di caccia e tirare il fiato e le somme della giornata. Magari dopo avere avuto la fortuna di capitare in una grotta e trovare uno dei tesori incantati che, come a Pizzo Marabito, sono custoditi da demoni posti marzialmente all’ingresso.
