
In un lungo e non sereno articolo sul Corriere della sera, Susanna Tamaro (che si è fatta un nome sulla disfunzionalità generazionale) condanna il sistema giudiziario e istituzionale che tiene i bambini del bosco lontani dalla casa-baracca dove i genitori avevano deciso di farli vivere, ipotecando il loro futuro di adulti. La scrittrice, che vive in un casale della campagna umbra dove ha voluto ritirarsi da quasi quarant’anni anche perché colpita dalla sindrome di Asperger che le rende difficile stare con la gente, giustifica ogni eccesso e abnormità della vita romita e rurale, che lei chiama “spartana” e che ben può essere detta “survivalista”, alla quale i coniugi australiani pensavano e pensano di votarsi insieme con i figli in una sorta di downshifting (letteralmente “scalo di marcia”), che integra il modello di vita di chi abbandona la frenesia urbana e le carriere competitive per ritrovare un ritmo biologico, dedicandosi all’autosufficienza e alla semplicità volontaria. Quello che ha fatto lei stessa.
“Quali sono stati i crimini per cui è stata sequestrata e distrutta una famiglia?” si chiede l’autrice di Va’ dove ti porta il cuore. “Non avere un bagno in casa? Negli anni Settanta in Friuli, dove vivevo, quasi nessuno dei miei compagni di scuola che viveva in campagna aveva il bagno in casa. La bambina di sei anni non sa leggere? Si tratta di bambini bilingui che hanno naturalmente una difficoltà ad apprendere una lingua sconosciuta. Non c’è riscaldamento in casa, ma solo una stufa? Devo confessare che anch’io, mentre sto scrivendo, sono seduta accanto alla stufa mentre il resto della casa non è riscaldato perché in campagna, da sempre, si scalda solo la stanza dove si sta più spesso. La vita campestre impone delle scomodità sconosciute a chi vive nel confort degli appartamenti moderni, ma la scomodità fa bene ai corpi e alle menti perché li rende capaci di adattarsi. Per quanto riguarda lavarsi e cambiarsi una volta alla settimana, anche questa è la norma d’inverno per tanti campagnoli: non si suda, non ci sono inquinanti, non c’è nessuna ragione per farlo”.
Sembra di sentire Crozza-Corona che inneggia alla vita in mezzo al pino mugo e soprattutto sembra di vedere allungarsi l’ombra di un Vannacci molto compreso nell’etica fascistoide dell’uomo forte, temprato, marziale e impavido. Scelte di vita dopotutto, occorre convenire, sebbene non poco discutibili e francamente non desiderabili, scelte che la Tamaro ha adottato per sé, ma che non possono essere estese a dei bambini che, entro questa sfera coercitiva, crescerebbero come nella caverna di Platone, perché non vedrebbero altra realtà che quella che vivono, a differenza dei genitori adulti che hanno conosciuto il mondo e che nella caverna non si lasciano ingannare dalle ombre proiettate nel muro, sapendo che sono persone che camminano e non mostri come li crederebbero invece dei bambini mai usciti fuori.
Tamaro vorrebbe che i bambini dei Trevillion tornassero nella casupola di campagna lasciando la società e la civiltà nella quale, assistiti da esperti in una casa-famiglia, hanno piuttosto rivelato di muoversi come estranei, avendo paura della doccia, non conoscendo l’alfabeto, rifiutandosi di cambiarsi gli indumenti intimi, temendo cibi sconosciuti e le persone in genere. Se questo è il meglio che si possa augurare a dei bambini del 2026 siamo di fronte a un vero e proprio fenomeno di Re-wilding, un rinselvatichimento per il quale è concesso perdere le proprie abitudini “civili” per riacquisire istinti e capacità sensoriali animali. Uno Stato, una “democrazia liberale”, per usare termini di Tamaro, può lasciare che si torni allo stato di natura incoraggiando in massa esempi del tipo Trevillion? Non avremmo una società anarco-primitiva dalla quale l’uomo moderno si vanta invece di essere uscito?
Che i genitori vivano secondo lo stile suggerito da Rousseau è un conto. Nessuno deplora anacoreti, asceti, eremiti, sebbene siano sempre di meno, ma tutti siamo pronti a soccorrere barboni, senzatetto, vagabondi che vivono nelle panchine e ne commiseriamo lo stato di degrado. Non certo ne esaltiamo le virtù se accusiamo le istituzioni di non fare il necessario in materia di asisstenzialismo e di servizi sociali. Ma che siano dei bambini a dovere accettare queste condizioni di vita, al di là dei loro desideri, che non potrebbero essere se non quelli di fare come mamma e papà, i migliori e unici esempi di vita che hanno, non è solo una forma di segregazione ma anche un atto di crudeltà e di inciviltà.
Bene fanno le autorità a prendere tempo per decidere, ciò che Susanna Tamaro stigmatizza come guasto del sistema e prova di ingiustizia. Non possono tenere conto di intemerate come quella lanciata dalla scrittrice oracolante, tranchant nel titolo imperativo dell’articolo, “Riportatela a casa” (la famiglia, dove casa è una stamberga), e non possono fare in fretta. Devono perseguire con molta prudenza e in nun caso di oggettiva difficoltà principi di umanità ma anche di equità: se lo Stato toglie il figlio minore al genitore che mostra di non essere capace di assicurargli le stesse condizioni di vita definite “normali” che sono proprie di tutti gli altri, perché deve lasciare a due genitori che hanno scelto di fare una certa vita di costringere dei bambini a fare altrettanto in nome del credo di una famiglia decisamente anormale se non disfunzionale?
