
L’epitaffio “hic situs. luce finitā” inciso sulla tomba di Gesualdo Bufalino fu per lo scrittore comisano frutto di una “lunga meditazione” come avrebbe detto nel 1982 per le sue nozze. Sappiamo anche quando, come e dove lo fece proprio, non trattandosi di un costrutto latino di sua invenzione, avendolo letto su una delle lapidi che nel 1946 (l’anno in cui era ricoverato alla Rocca di Palermo) vide nell’attiguo cimitero del sanatorio, piccolo e spoglio, ricordato nel romanzo Diceria dell’untore, dove finivano i “condannati” dalla tubercolosi. Sotto il nome di Sebastiano Mancuso, nato nel 1918 e morto proprio nel 1946, campeggiava proprio la scritta “Hic situs luce finitā”. E c’è da supporre che Bufalino l’abbia letteralmente ricopiata così com’era, con il macron sull’ultima vocale, senza punteggiatura e l’iniziale maiuscola, dal momento che in questa forma compare nella sezione chiamata appunto “Lapidi ricopiate” che appartiene all’insieme dei paralipomeni del manoscritto.
Come “materiali da lavoro”, Bufalino aveva infatti tenuto a corredo del libro in fieri poesie, piante topografiche, cartelle cliniche, lettere di ricoverati, regolamenti sanitari, istruzioni di incenerimento, la codicistica di una partita a scacchi (utile per la partita con il Gran Magro) e poi ancora riviste e bozze. In più, dopo l’uscita nel 1981, lo scrittore scrisse e stampò a tiratura limitata una guida alla lettura del libro che, insieme con il resto dell’apparato, sarebbe stato pubblicato in una edizione Bompiani.
In questo quadro, Bufalino pensava peraltro di arricchire il volume di epigrafi a ogni capitolo e di servirsi degli epitaffi (dieci in tutto) del cimitero della Rocca tenuti ben conservati, perlopiù riferiti a defunti i cui cognomi risultano diffusi nell’area particolarmente della Sicilia orientale, quella dello scrittore, ad eccezione di alcuni che appartengono a regioni settentrionali. Tutte le iscrizioni riguardano pazienti della Rocca morti nel 1946 e fra questi figura anche quella di Mariano Grifeo Cardona di Canicarao, proprio il Gran Mago. Ma occorre, a questa altezza, sollevare un dubbio: giacché a Canicarao, contrada di Comiso cara a Bufalino, non è mai esistito un Grifeo Cardona di qualche nobile lignaggio, sorge il sospetto che l’epitaffio di quella lapide sia stato un’invenzione dell’autore. Che può, per gioco, per corrività, avere anche immaginato tutte le altre tombe, così come lo stesso cimitero, ma in questo caso non avrebbe inserito qualche suo epitaffio nel testo? Prestando fede a un giovane Bufalino pietosamente raccolto in un cimitero cristiano, non è dunque azzardato presumere che la prima idea del suo capolavoro gli sia nata davanti alle lapidi, il cui ruolo è stato nel romanzo di alimentare il clima di morte che vi aleggia. Di certo appare provato come il suo sentimento laico se non nichilista derivi da un’acquisizione giovanile, quindi compenetrata nella sua coscienza e non maturata con l’esperienza.

L’epitaffio, fulminante e sofisticatissimo, ispiratore anche di uno dei capisaldi della sua dottrina letteraria, l’antinomia che vedremo tra luce e lutto, ha certamente accompagnato lo scrittore lungo tutta la vita finché non è stato adottato per il sepolcro del viale numero 25 del cimitero di Comiso. Ma una croce filiforme e stilizzata, posta alla sommità, sembra contraddire lo stigma dell’ateismo.
Senonché la croce non sormonta la parte della lapide rivolta allo scrittore ma quella laterale del nonno paterno Gesualdo Bufalino che è priva della data di nascita, sostituita dall’indicazione “Visse anni 74”, ma riporta quella di morte, 9 luglio 1927, nonché la formula elogiativa “Lavoratore instancabile”. Lo scrittore, che lo perse all’età di sette anni, gli era molto legato al punto da avere scelto il suo sepolcro anche per sé e da farsi convincere dall’amico scultore Francesco Cassarino, progettista della tomba, ad accettare la croce avendola voluta lui: segno che la tomba era pronta già in vita e definita nei particolari.

Sotto la foto di età matura, sorridente e con gli occhiali scuri, Bufalino volle posta la specificazione “Scrittore”, considerandola quindi prevalente rispetto a quella di “insegnante” quale in realtà era stato, e in più i soli anni di nascita e di morte: un minimalismo che stride con l’altisonante attributo di “scrittore”, che tuttavia si rivale con la concisione dell’epitaffio alla base della lapide: tutto scritto in lettere minuscole, con l’ultima vocale accentata dal macron e l’aggiunta, virtuosistica, decisiva, originale e divergente, di un punto interruttivo tra i due sintagmi: a minimizzare sì la propria figura, ma soprattutto a rimarcare due significati di senso. Rendendo infatti l’ablativo assoluto un enunciato autonomo nei modi di una proposizione verbale non più subordinata a quella principale, Bufalino distingue la dimensione corporale dalla esistenziale, definendo due piani semantici: la morte fisica e quella spirituale nonché intellettiva. Il lutto e la luce (finita).
Su questo dilemma lo scrittore ha certamente operato a un’elaborazione della proposizione complessa che desse un significato distinto al senso della “luce”, fino a sdoppiarla in due accezioni: “Qui sono sepolto” e “La luce è finita”. Se dunque nell’epitaffio intero, quello di Mancuso, la luce (della vita) è causa, una volta finita o spenta, della morte del corpo, laddove è facile sottintendere che la causa sia divina, teista e deista, comunque opera di un agente, in quello spezzato intendere “(la) luce (è) finita” implica l’idea di una vita reificata, materialista, che si spegne da sola.

È bastato un punto per definire una sottile distinzione, che deve aver tenuto lo scrittore per anni in riflessione. Che quell’epitaffio gli tornasse sempre alla mente trova conferma in quanto diceva l’autista della sua Fiat 127, comprata pur non avendo la patente e costatagli poi la vita. Carmelo Barone era il suo “automedonte” e parlava con lui di calcio ma anche di religione. Ricordava da fervente cristiano di avergli una volta detto, a proposito dell’epitaffio scelto, che la vita dopo la morte non finisce ma comincia, parole davanti alle quali lo scrittore era rimasto zitto e si era assorto nei suoi pensieri.
Tale processo di riflessione si acuisce negli ultimi anni perché nel suo ultimo romanzo, Tommaso e il fotografo cieco, ricorre proprio l’epitaffio nella parte in cui Tommaso Mulè si chiede: «E che iscrizione funebre potrei proporre per uno che da una notte è passato all’altra più fonda, senza nemmeno poter salutare l’ultima volta la luce? “Hic situs, luce finita”, come su un sarcofago d’altri tempi? Ahinò, per Tir la luce era finita già prima». Come si vede, non c’è il punto ma la virgola e manca il macron finale. Soprattutto rileva una manifesta visione pagana con il richiamo al sarcofago e alla luce intesa come vita reale, giacché in un’ottica fideistica la luce non finisce da tempo essendo l’ultima a spegnersi.
Decidendo per una maggiore separazione con l’apposizione del punto, Bufalino sembra avere fatto alla fine una scelta a favore di un nichilismo senza luce. Ma quella croce in capo al sepolcro e soprattutto la lettera donata a un amico nelle ultime settimane di vita (qui l’articolo) depongono per una decisione che solo la morte improvvisa gli ha impedito di tenere ancora sospesa. Aveva bisogno di più tempo Bufalino per riflettere, ma la sua luce si è spenta o è stata spenta senza avviso.
