
La decisione dell’Italia di partecipare, con l’invio di forze navali a Cipro, al programma di interventi militari concordato dai Paesi europei, in forza di un accordo che li obbliga a soccorrere Stati dell’Unione pur non facenti parte della Nato, ci espone a una reazione diretta dell’Iran nel caso di un’ulteriore escalation.
La rassicurazione che non siamo in guerra data dal ministro Crosetto e dalla premier Meloni vale come dichiarazione unilaterale che va però verificata con la percezione che Teheran matura circa il nostro grado di ostilità. Conta in altre parole non quanto ci proponiamo di fare e fino a che punto intendiamo spingerci ma quanto il governo iraniano ci ritiene nemici e dunque minacciosi. In uno scacchiere di forti tensioni internazionali come quello che sta montando, nel quale le capitali si misurano, si affrontano e si coalizzano sulla base anche di supposizioni, premunizioni e presentimenti (le ragioni che scatenarono la Grande Guerra), scacchiere che è sull’orlo di uscire fuori controllo, ogni atteggiamento sottende una manifestazione di volontà entro un gioco di informazioni il cui scambio si fonda sul malinteso.
In sostanza se l’Italia non si sente in guerra contro l’Iran, ciò non significa che l’Iran non la senta in guerra, ancor più perché vista troppo corriva con le ragioni di Trump. Le recenti posizioni assunte dal nostro governo a favore di Israele aggravano peraltro il senso di pericolo che avverte l’Iran nei nostri confronti.
Ora, l’Italia è il Paese che, tra quelli compresi nella gittata massima dei missili balistici iraniani (Grecia, Turchia, Albania e Balcani), rappresenta l’obiettivo prioritario per la sicurezza dello Stato islamico perché nella parte meridionale, quella vulnerabile, conta Basi Nato di strategica importanza quali sono quelle di Napoli, con il porto di Gaeta a disposizione come attracco della Sesta Flotta della Marina Usa, e quella (senza contare il Muos di Niscemi) massimamente di Sigonella, la seconda in Europa per traffico aereo militare e nevralgica per l’assistenza logistica fornita a tutta la flotta americana nel Mediterraneo. Gli analisti ritengono che Sigonella possa essere il primo obiettivo nell’ipotesi in cui l’instabile e imprevedibile governo iraniano dovesse, in presenza di un attacco non più aereo ma di terra, pari quindi a un’invasione, rispondere con un contrattacco disperato e temerario.
Il nostro governo, ben lontano dall’assumere posizioni del tipo adottate da quello spagnolo, che ha negato agli Usa il proprio territorio per l’utilizzo dei siti militari, sembra preoccuparsi più degli impegni internazionali che della sicurezza della popolazione innanzitutto della Sicilia che dista da Cipro 1600 chilometri, la metà necessaria a un missile avanzato iraniano di coprire i circa 3000 chilometri di volo. L’art. 5 del Patto Nato prevede che un attacco a un Paese membro vada considerato come portato a tutta l’Alleanza, il che rende molto improbabile che Teheran voglia alzare il tiro fino a questo punto. E tuttavia il ministro Tajani ha raccomandato agli italiani di non stare alla finestra a guardare il cielo e di evitare di trattenersi all’aperto. Il rischio è dunque contemplato dallo stesso governo, ma evidentemente è stata considerata giunta l’ora delle decisioni irrevocabili.
Il governo Meloni sta confidando proprio su questa presunzione che paradossalmente si regge sull’ipotesi che l’Iran sia distrutto e perciò neutralizzato o su quella che il Paese degli ayatollah sia solo leggermente ferito cosicché possa sopravvivere senza doversi guadagnare sul campo la salvezza. Nel primo caso si renderebbe corresponsabile di violazione del diritto internazionale insieme innanzitutto con Usa e Israele, nel secondo contribuirebbe a determinato una crisi che sta pesando su ogni italiano per via dell’aumento delle fonti energetiche. La scelta più sensata sarebbe stata quella di osservare semplicemente l’art.11 della Costituzione che dovrebbe essere scolpito sui muri di ogni stanza parlamentare e governativa: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Ma l’Italia sta facendo esattamente il contrario. Mentre il presidente della Repubblica, il primo a dovere fare valere la legge fondamentale dello Stato, tace.
