
Vedere Giovanni Falcone in balia di un dibattito più rovente del clima di questi mesi ha il senso di una blasfemia. Figura che campeggia in foto con Borsellino in luoghi istituzionali e nella migliore memoria storica, il magistrato ucciso dalla mafia è stato trascinato dal suo mausoleo in piazza per diventare oggetto di contumelie e denigrazioni. Da un lato Ranucci ha preteso di indicarlo come proprio simile sull’ara dei sacrifici dei parresiasti (gli uomini che nella cultura greca dicevano la verità anche a costo della vita) e dall’altro Travaglio, suo commilitone nelle schiere pentastellate, lo ha bollato come uomo del governo Andreotti. Sproposito questo che ha indotto la sorella del giudice ucciso e Rita Dalla Chiesa a insorgere per mettere a tacere il giornalista che, insieme proprio con Ranucci, è il più querelato d’Italia per un reato, la diffamazione, che è un marchio d’infamia.
Entrambi sono stati molte volte condannati a risarcimenti milionari, ma è anche vero che sono stati altrettante volte assolti, equivalenza naturale ed oggettiva per due giornalisti militanti che concepiscono e praticano un “giornalismo d’inchiesta” prevalentemente votato a indagare nel malaffare del centrodestra. Meriterebbero ogni onore e tutti gli omaggi se improntassero la loro attività professionale a criteri di assoluta imparzialità e oggettività, mossi solo dall’importanza pubblica dei fatti. Ma così non si conducono. Del resto sono i primi a sapere che per un giornalista essere neutrale significa non avere padroni ma nemmeno padrini e soprattutto di trovarsi tutti contro, mentre prendere posizione e fare una scelta di campo comporta una specie di assicurazione rilasciata dalle forze politiche e dai leader che riconoscono loro un attestato di adesione e dunque il diritto ad essere sostenuti. Quello che Cinquestelle, Pd e le altre forze di minoranza stanno facendo, un po’ osservando il più ostinato silenzio e un po’ lasciando che i loro paladini come Travaglio si gettino nella mischia con tutta la loro bava.
Senonché in questa battaglia senza quartiere e senza qualità sono state portate armi non convenzionali del tipo proprio la denigrazione di Falcone. Si sta trascendendo. Travaglio si è lasciando andare a una battuta al curaro non accettando che sul Foglio Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala si pronunciassero in coro sostenendo che mai Falcone sarebbe andato a cena con Lavitola, evocando certo l’esempio più luminoso di buon comportamento offerto dalla storia recente dell’Italia ma anche compiendo un atto dissacratorio, uguale al divieto cristiano di nominare Dio invano.
I tre grandi amici del magistrato immolato allo Stato hanno inteso respingere la pretesa di Ranucci di accostarsi a lui. E Travaglio è accorso per metterlo in salvo sparando su Falcone con una battuta tranchant. Battuta che dopotutto ha un fondamento storico perché nei fatti Falcone lavorò davvero per il governo Andreotti, decisione che Ayala in televisione deplorò presente lo stesso Falcone, e di conseguenza operò per lo Stato, come ha voluto precisare indignata la sorella Maria. Ma è come accusare Paolo di Tarso di essersi da cristiano consegnato ai Romani essendo cittadino dell’Urbe. San Paolo resta un santo veneratissimo, così come Falcone un martire italiano, la cui memoria non può essere profanata in dispute come quella in scena. Non dovevano nominarlo né Ranucci, né Violante, né Grasso, né Ayala e nemmeno Travaglio. E forse anche Maria Falcone e Rita Dalla Chiesa sarebbe stato meglio che non buttassero nuova benzina sul fuoco.
