
Più che la gente di spettacolo e i politici, sono i giornalisti – a quanto è dato vedere specie negli ultimi tempi – i più litigiosi e rissosi nel mondo dei nomi noti. Se memorabili rimangono gli scontri tra Fede e Mentana, Del Debbio e Nuzzi, Vespa e Santoro, Augias e Gabanelli, Giletti e Ranucci, e ancora tra Mentana e Gruber, Travaglio e Giordano contro tutti (in un novero che comprende tutte le reti), oggi il caso Lavitola, che inevitabilmente è diventato il caso Ranucci, tiene uno contro l’altro rabbiosi gran parte degli opinionisti nazionali, secondo schieramenti che ormai si sono configurati di appartenenza politica. Garlasco ha lasciato il posto a Report e non c’è argomento che susciti maggiore animosità e interesse. Del resto, se il Corriere della sera arriva a dedicare quattro pagine di apertura alle pinocchiate di Ranucci significa che la questione è davvero seria.
Ma c’è, nella categoria degli informatori di mestiere, chi l’ha presa tanto seriamente da farne una questione personale. Salvo Sottile, il più vanesio e borioso dei conduttori di approfondimento, un clone di Andrea Giambruno in cotta tenebrosa, che però rimane abbarbicato alla Rete come ostrica allo scoglio per meriti non premiati dall’audience, si è lanciato con tutti i suoi tatuaggi di pellerossa del Far West contro Ranucci per colpirlo al cuore del vero problema: la doppia morale di un garantismo inalberato oggi a propria difesa visto per decenni come inapplicabile quando si è trattato, nei modi di un giustizialismo senza concessioni, di insinuare sospetti sul conto di altri.
In un video postato sul suo blog, Sottile dice che il collega della sua stessa azienda dovrebbe pensare non a sé ma alla sua trasmissione, chiamandosi fuori e lasciando che il programma sopravviva: come se il suo caso personale possa mai minacciare il mantenimento di un format che nessuno si è sognato di rimuovere, nemmeno La Russa e Gasparri. Già Gasparri: quello che Sottile pensò bene di portare nel Far West perché potesse replicare alle accuse di Report. Una vaccata sia di Sottile che di Gasparri come pure di Ranucci che dal canto suo non aveva osservato il principio numero uno: sentire anche la parte offesa. Sottile non doveva usare il proprio spazio per sindacare quanto era stato detto in uno altrui e Gasparri non doveva rispondere da un pulpito diverso, ma querelarsi nelle forme più conformi e legali. Ma ormai, a furia di digrignarsi i denti l’un l’altro mostrando i coltelli, è invalsa una pratica del cattivo costume che le reti, Rai, Mediaset, La 7, dovrebbero scoraggiare introducendo un codice di comportamento la cui necessità supera oggi la libertà se non la licenza concessa ai conduttori di cui gli editori menano vanto. Invece viene permesso dalla Rai a Sottile di sbrodolare contro Ranucci quando un giocatore di calcio verrebbe giustamente punito dal club e dalla Federazione se parlasse male di un compagno di squadra. Il risultato è che Cairo liquida dalla sera alla mattina un Giletti reo di aver brigato per portare nella sua trasmissione quel sensazionalismo che a tutti gli altri viene invece perdonato.
Ma perché Sottile ce l’ha tanto con Ranucci e coopera per farlo cadere? Al di là della chimera del subentro, ipotesi che nessuno in Rai ha mai solo ventilato, la vera ragione è la vendetta. E lo dice lui stesso nel suo video: il coinvolgimento del padre Giuseppe, giornalista di un’altra pasta, in un’inchiesta del 2010 di Report sulla cricca della Protezione civile per i Grandi Eventi e la presunta loggia segreta denominata “P3”, cricca che (guarda un po’ gli scherzi della vita) faceva capo a Valter Lavitola, sul quale praticamente a quel tempo Ranucci indagava in prima persona per poi diventargli meglio di un fratello. Report citò il nome di Giuseppe Sottile accostandolo alla reticolare rete di contatti e raccomandazioni gestita da Lavitola nel sottobosco mediatico e politico-affaristico dell’epoca. Il figlio Salvo, rimasto appostato ad aspettare il momento per colpire il detrattore del genitore, un’altra delle vittime di Ranucci che nei suoi libri e nel suo show si vanta come un eroe acheo dei nemici sui quali ha calato la sua spada, ha colto l’occasione per fare come un sioux e saltare alla gola, anzi allo scalpo, dell’odiato collega: in barba all’art. 2 della legge istitutiva 69/63 che recita: “Devono essere promosse la solidarietà fra i colleghi, la cooperazione reciproca e la fiducia tra i giornalisti e i lettori”; e in doppia barba all’art. 13 del Codice dentologico dei giornalisti che al primo comma non ammette equivoci: “Nei rapporti con i colleghi il giornalista si ispira al principio della solidarietà e della collaborazione, evita forme di concorrenza sleale e non lede la dignità e la reputazione professionale degli altri giornalisti”.
Sottile è stato invece pesante.
Ma la riesumazione da parte sua di una vicenda dimenticata ha nondimeno sortito l’effetto di integrare il prequel della storia tra Ranucci e Lavitola. Nel 2010 fu lo stesso Ranucci a realizzare una serie di servizi televisivi (quando conduttrice era Milena Garbanelli, mai sfiorata dal più minimo sospetto e andata via troppo presto) su Lavitola e sulle sue varie vicende, tra cui i casi legati alla P3, ai fondi all’editoria e ai grandi appalti. Poi, intorno al 2019, i rapporti si sono via via mutati in uno stretto rapporto di amicizia, di intesa e, ce lo diranno i magistrati, forse anche di complicità.
