
Scrollare è diventata l’azione più diffusa al mondo. Si scrolla sul pc con il mouse e con l’indice sullo smartphone e il tablet. I social media hanno locupletato questa esperienza quotidiana, divenuta compulsiva e per molti ossessiva: una pratica che, creando forte dipendenza, spinge a usare i social per scorrere video e meme come in una full immersion dalla quale si esce perlopiù storditi se prolungata. Chi nel feed non scrolla verso il basso, sfoglia, cioè cambia card, contenuti o post che siano in senso orizzontale, ma è molto più comune lo srotolamento. In entrambi i casi si ha un atto di lettura e di visione che rimanda per ciò stesso agli antichi papiri greco-romani che contenevano testi da leggere aprendo via via il rotolo tenuto con due mani.
Siamo dunque tornati, nel massimo progresso raggiunto, alla più remota forma di comunicazione scritta, per dire che gli opposti anche diacronici si toccano. E come i papiri, generalmente ricchi testi di un solo genere, potevano nell’uso quotidiano del commercio e degli affari essere dei poligrafi e riportare recto e verso note, appunti, poesie, conteggi e memo in una sarabanda di tipologie confuse tra loro senza alcun ordine, oggi scrollare su un social significa, allo stesso modo, passare in qualche secondo da una barzelletta alla recensione di un libro o uno scherzo, da un continente all’altro e in un vortice di lingue diverse.
I social hanno ricreato una Babele che ciascuno – secondo i contenuti che il suo algoritmo, favorendone i gusti, gli propina – vive da sé in una condizione di straniamento che lo stressa proprio perché non sa su quale campo di interesse si trova o è finito. La dipendenza nasce dal disorientamento che matura frequentando social uguali a un barnum fantasmagorico e caleidoscopico di content i più disparati e quindi capaci di far perdere stabilità. Si scorre l’eterogeneo e più si scorre meno si trova l’assestamento necessario al cervello per avere un ubi consistam.
La miscellanea, che nell’antichità si consolida con il codex, il libro rilegato da sfogliare soltanto, è il credo del nostro tempo come lo fu in quello classico, ma gli effetti sono oggi ben diversi: il geyser che lo scroll dei feed determina non è solo vertiginoso e interminabile, ma anche eteroclito e comprensivo di tutto ciò che può essere, scritto, detto e visto. Un tourbillon senza criterio di messaggi che, per essere eterogenei, colpiscono come una pioggia di neutrini. Per i minori un mezzo psicologicamente letale e per gli adulti una droga che adduce assuefazione e che porta all’obnubilamento della mente e per questa via alla nebulizzazione della coscienza dovuta all’azione dei recettori della dopamina continuamente stimolati dall’aspettativa della novità successiva, che però arriva in modo caotico sicché la promessa di ricompensa viene continuamente rinnovata ma mai soddisfatta, mantenendo la mente appunto in uno stato di sospensione e smarrimento. Quel che il cervello fa è rilasciare cortisolo, l’ormone dello stress.
Tale deleterio fenomeno introdotto dai social, per soprammercato e ad aggravare lo stato delle cose, è stato preso di peso dai giornali online e adottato dai siti web dei quotidiani cartacei. Visitare (termine ormai desueto) il sito del Corriere della sera, il primo giornale italiano, significa passare, senza pausa e distinzione alcuna o avvertimento, da una partita di calcio a un vertice politico internazionale, da un video curioso a una lezione filosofica. Insomma prende piede il multigusto, l’assortimento, il minestrone, il suk dove trovare di tutto. Se il Corriere della sera, La Stampa, la Repubblica, e a scendere tutte le testate su carta, scimmiottano nei loro siti i social (trattati a volte come agenzie di stampa), il risultato è l’appiattimento verso il basso e il conformismo. Una recidiva più grave della corriva indulgenza prestata alla televisione della quale la stampa si è resa ancella. Oggi insegue i social sul loro terreno, stregata dalla quantità di visualizzazioni che contano: un inseguimento che punta al sorpasso, tant’è che i siti dei giornali sono diventati pressappoco un display da scrollare come TikTok.
Ecco il grande pericolo: gli organi storici di informazione usano le pratiche dei social e li legittimano e nobilitano, rendendoli autorevoli e giustificati agli occhi dei più giovani, che si ritengono nel giusto se, insieme ai genitori in stanze diverse, smanettano tutti nello stesso momento sui telefoni, rispondono ai commenti infervorandosi, imprecano al rinvio al primo commento, ridono di stupidi sketches africani e strizzano una lacrima vedendo un cagnolino abbandonato. Tutti insieme a rimbambirsi, magari a letto aspettando il sonno, che arriva per saturazione e non per stanchezza. Perché no dopotutto, se anche i grandi giornali invitano a scrollare alla ventura e danno l’esempio?
