
Comprendendo nella stessa gamma le figurazioni complementari della metonimia e della sineddoche, la metafora è diventata il primo mezzo di abbellimento del discorso, certamente il più abusato. Il commento calcistico ha trovato in essa una chiave di colore privilegiata, ogni telecronista esercitandosi a inventarne sempre di nuove (“trovare la porta chiusa”, “accompagnare all’uscita”, “giocare al flipper”, “infilare il corridoio”, “aprire una prateria”, il rutilante refrain “aggredire la profondità”…), spinto com’è a puntare le proprie quote professionali proprio sulla loro fortuna.
È un segno del nostro tempo: il lessico non viene arricchito ma solo decorato. La bellezza del discorso è affidata a un fondo di belletto da passare in superficie e che non può che destare una fugace ammirazione e appena un sussulto.
La metafora, storicamente considerata una divagazione poetica, da usare in narrativa con prudenza perché anche qui il troppo storpia, è nel linguaggio scritto diventata un virtuosismo bello da esibire. Ma non è che una trovata. L’errore che comunemente viene commesso è di ricorrere ad essa senza poi “mantenerla” coerente. Se scrivo
Il partito ha preferito abbandonare la linea del Piave scegliendo di attestarsi su quella di Caporetto
intendo significare che da una possibile vittoria si è passati a una sicura sconfitta e uso una metafora storica che fa riferimento a due eventi compresi nello stesso contesto e omogenei. Ma se scrivo
Il partito ha preferito abbandonare la linea del Piave scegliendo di attestarsi su Forte Alamo
rendo la stessa idea di resa, ma – sottolineando peraltro che a un atto di eroismo non è seguito uno di codardia come per Caporetto ma di immolazione patriottica – confondo epoche, nazioni e soldati risultando certamente grottesco. Altro errore comune, oltre a non mantenere la metafora, è di non riuscire a “tenerla”. La frase
Deciso a giocarsi il tutto e per tutto, l’uomo affidò le sue speranze a un miracolo
si serve della metafora del gioco, ma poi sceglie di invocare un miracolo per indicare le pochissime chances dell’uomo, così cadendo in una incoerenza e anche in una punta di blasfemia. La frase compatibile con la metafora è allora quest’altra:
Deciso a giocarsi il tutto e per tutto, l’uomo affidò le sue speranze alla dea bendata
Un titolo su Repubblica spiega bene l’errore:
Colpito, assediato, ma ancora in sella. Così Hamas resiste alla pressione militare israeliana
Chi è assediato non può essere in sella. La metafora, che oggi vediamo riprodotta a ritmo industriale (stavo per scrivere “a piene mani”, ma non avrei tenuto la consonanza) e addobba l’impianto narratologico è un eccipiente esornativo, un elemento il cui abuso porta al kitsch, al cattivo gusto. Ma nasce come figura retorica originaria nelle caverne della preistoria, dentro le quali sono stati rinvenuti disegni rappresentativi di sentimenti quali paura, coraggio, contentezza attraverso figure intente alle diverse attività fonte di essi.
Se oggi diciamo che ci ribolle il sangue per la rabbia è perché davvero i primi uomini, colti da furore, sentivano questa sensazione interna e avrebbero giurato che il loro sangue fosse come su una marmitta al fuoco. Dicendo “buio pesto” intendiamo uno stato di assoluta oscurità, ma nella primitiva accezione metaforica era implicato in coerenza un senso di paura per il timore di venire pestati nella notte, soprattutto da carri e carrozze.
Parliamo di metafora, distinguendola innanzitutto dalla metonimia, forma affine della narrazione. La differenza è capitale e segna un vizio radicato nella letteratura contemporanea avvezza a usare un linguaggio sempre più analogico. Il felice esperimento compiuto dal semiologo e linguista russo Roman Jakobson serve a stabilire l’enorme diversità.
Proponendo un’associazione di idee alla parola “capanna”, ci fu chi rispose per somiglianza o sostanza (è di legno) e chi per contiguità e sviluppo narrativo (brucia). Nel primo caso si ha una metafora, nel secondo una metonimia.
Da queste osservazioni jakobsoniane – riprese in seguito da Roland Barthes – si può ricavare la differenza strutturale tra il discorso che procede per analogie e quello narrativo che avanza per contiguità, distinguendo così il saggio dal romanzo: la metafora agisce per analogia come fanno il saggio e la poesia, rispondendo alla domanda “com’è fatta la capanna”, mentre la metonimia opera per contiguità, rispondendo alla domanda “cosa succede alla capanna”, da cui il racconto, la narrativa.
Se con la metonimia immaginiamo quanto avviene dopo, spostandoci in un’area semantica più avanzata e diversa, è dunque della metonimia e non della metafora che si serve il romanzo, contrariamente a quanto si crede. Quando la nota semiologa Maria Corti disse “Mi sono scappate tutte le metafore” intendeva riferirsi ai significati di senso che le sfuggivano in sede di stesura di un saggio e non di un romanzo. In riferimento al quale si sprecano piuttosto i rimandi, da parte dei più illustri critici letterari, all’uso della metafora come elemento di qualità in romanzi recensiti con somma lode.
Invero il romanzo è di per sé allergico alla metafora, che fa la stessa strada del luogo comune e va riguardata perciò con grande accortezza. Eppure generalmente abbonda in narrativa, a prescindere dall’autore, che difficilmente resiste alla tentazione di ricorrere a immagini, figurazioni, topoi, che non sono in relazione con la narrazione, quella alimentata dalla metonimia, ma con la descrizione, la dimora appunto della metafora, che appartiene di più al saggio.
Ma mentre questa può essere in un romanzo tollerata, se particolarmente riuscita e non inflazionata, il luogo comune – la locuzione idiomatica, la frase fatta – va invece decisamente bandito. Il lettore più avvertito chiude il libro e lo butta dietro la poltrona appena ne incontra uno. Quello meno esigente ci passa sopra, quando soprattutto è preda dell’immedesimazione interna. Ma dev’esserlo in maniera totale, perché il luogo comune è un freno del page turner.
Lasciando da parte il romance che è una batteria pirotecnica di luoghi comuni e metafore alla spiccia, gli scrittori meno mass-cult, quelli che non impiegano due mesi per scrivere un romanzo ma almeno tre anni, esperiscono tentativi a volte strenui per evitarli (tanto che Gustave Flaubert scrisse un catalogo, Dictionnaire des idées reçues (dove le idee ricevute sono proprio i luoghi comuni), per metterne all’indice i più diffusi), ben sapendo che il ricorso allo stereotipo, che sia un luogo comune (“Non esistono più le mezze stagioni”), una frase fatta (“volontà di ferro”), una metafora (“cuore d’oro”), una similitudine (“correre da pazzi”), un cliché insomma, suona al lettore come una perdita di identità autorale, secondo l’equazione per cui uno scrittore che se ne serve è un narratore privo non solo di capacità inventiva ma anche di proprietà di linguaggio: un deficit che costringe molti a utilizzare le virgolette quando devono usare un termine che già sanno non appropriato ma solo accostabile.
Non è invero raro in un romanzo incappare in espressioni come “piedi di piombo”, “ingannare il tempo” o magari “ammazzarlo”, “sonno smanioso”, “paura mostruosa”, e in scene dove la luce è soffusa o diafana, un sorriso è radioso, un sogno ricorrente, il cielo livido e il paesino ridente. La loro presenza tradisce in un autore una capacità espressiva che, riguardando il patrimonio lessicale comune, suona come mancanza di un bagaglio personale, che è quello in verità a lui richiesto.
Da un autore infatti ci si aspetta che ogni parola e ogni idea siano frutto del suo talento inventivo e dell’estro personale piuttosto che la copia di un canovaccio di dominio pubblico. Come scrive Jon Fosse in Il mistero della fede, “l’arte non risiede nel somigliare a qualcun altro ma nella sua unicità”.
La metafora è sempre minacciata dal luogo comune nel quale finisce per confondersi quanto più sia reiterata. Persone che oggi dotiamo di “multiforme ingegno” o quotiamo come “piè veloci” rimandano all’Ulisse dell’Odissea e ad Achille nell’Iliade. La “selva oscura” di Dante è espressione – saputa, scontata e stucchevole – che evochiamo di fronte a ogni incognita, ma in origine apparve piuttosto una brillante arguzia, vista la fortuna che avrebbe avuto.
Quando un’espressione abusata entra nel linguaggio comune si parla di “metafora spenta” ed abbiamo la cosiddetta “catacresi”. La reiterazione ossessiva produce in sostanza una sorta di capacità espressiva che in realtà è il risultato di un processo di inflazione di locuzioni abusate. Che sono molto piaciute alla loro prima apparizione ma che hanno finito per stancare, come una gustosa canzonetta divenuta un tormentone. Il loro eccesso nel linguaggio comune, sia orale che scritto, trova spiegazione nella facilità dell’impiego. È molto più semplice, sbrigativo e d’effetto, oltre che di immediata comprensione per via della condivisione dello stesso modello linguistico, dire
Alla fine non ho potuto che arrendermi all’evidenza
anziché ricercare un modo per dire la stessa cosa senza usare un altro modo di dire, come per esempio
Alla fine non ho potuto che dargli ragione
sempreché anche “dare ragione” non sia un’espressione inflazionata.
Sorge di fatto la questione se il luogo comune non sia che una frase nota, al pari di un singolo vocabolo che è ricorrente per sua natura più sia appropriato. Se è così, è solo l’eccesso dell’uso a disturbare, come nel caso di un vocabolo più volte ripetuto. Personalmente non dimentico quanto mi disse Gesualdo Bufalino annunciandomi di avere appena completato il romanzo Tommaso e il fotografo cieco: «Completato tanto per dire, perché adesso devo cambiare le ripetizioni, soprattutto i “che”». Il “che”, come aggettivo, pronome, particella, congiunzione, è la parola più diffusa in italiano e nello stesso tempo la più cacofonica in un periodo dove ricorra più volte. Sostituirla con costrutti sintattici equipollenti costituisce una prova tanto faticosa e ardua quanto è quella che comporta mutare un luogo comune.
Ma la questione è anche un’altra: siamo sicuri che la frase non fatta sia preferibile a quella fatta e abbia la stessa fragranza? E siamo oltretutto certi che l’intero nostro sistema linguistico non sia un grande apparato di citazioni (secondo i risultati di certi studi semiologici) prese da un fondo di vocaboli disponibili e già combinati e associati tra di essi? Il pubblico di primo grado non vuole proprio sentire parlare e leggere la lingua dei luoghi comuni?
Verga si è rivelato in questa chiave un formidabile costruttore di modi di dire e, nello stesso tempo, un esperto raccoglitore di proverbi. “Accumulare roba”, “mettere in mare la barca”, “fare il compare Alfio”, “assomigliare alla Lupa” e tante altre locuzioni tratte dalla sua opera si costituiscono come modi di dire entrati, quali citazioni, nel linguaggio quotidiano di grado medio. Per diventare luoghi comuni hanno bisogno di uscire dal piano della letteratura ed entrare in quello sociale, scendere dunque di categoria e farsi popolari.
La massificazione della letteratura, grazie agli effetti del Romanticismo, ha reso ordinario – soprattutto dopo il recente avvento dell’Intelligenza artificiale – un linguaggio scritto che mutua quello parlato e attinge al fondo del lessico comune.
In questo quadro, i proverbi fanno parte della stessa classe e proprio in Verga assumono un ruolo elitario. Rappresentano la punta avanzata del luogo comune, la sua consacrazione, quando la ripetitività è diventata massima interiezione complessa.
Il processo di degenerazione parte dall’uso delle virgolette in termini o espressioni che sono citazioni. Che diventano metafore quando perdono le virgolette e si fanno frasi fatte e poi luoghi comuni dopo che sono entrate nel linguaggio corrente.
Diversa la metonimia, figura retorica propria del romanzo, ma incorporea. Non si ostenta né pesa come la metafora, anche perché non può essere letterariamente bella per natura, epperò costituisce la materia oscura del testo narrativo, lo tiene unito e coerente. Meno si vede e più il romanzo regge. Preferisce nascondersi nelle pieghe del testo piuttosto che ostentarsi beffarda. Peraltro gioca a rimpiattino con la sineddoche con la quale divide i princìpi non di somiglianza ma di contiguità e si scambia le vesti.
Dire “Leggere Dante” (metonimia) e dire “Leggere le tre cantiche” (sineddoche: la parte per il tutto) ha lo stesso significato, che non si presta ad alcun malinteso. Ma dire “leggere un’opera dantesca” mette davanti a un bivio con più uscite: crea la metonimia se riteniamo di leggere una delle opere di Dante; crea la sineddoche se consideriamo l’opera dantesca nelle sue pagine e nei suoi versi; e crea la metafora se intendiamo l’opera dantesca come un testo monumentale, complesso, lungo e difficile o anche se pensiamo a un’azione alla maniera di Dante secondo la sua rocambolesca vita o ancora a un atto degno della cerebralità di Dante.
La metafora mina sempre il romanzo, ancorché non dovrebbe nemmeno starci. Induce confusione. Il che può essere letterario e vagheggiare effetti lirici, ma occorre molto talento come anche molto studio. Quello che gli autori di oggi giudicano compreso nel primo.
A questo punto vale considerare i risultati degli studi cui è pervenuta l’americana Annie Murphy Paul, autorevole giornalista scientifica specializzata in neuroscienze. Secondo lei la letteratura modifica i nostri comportamenti: una teoria che ribalta il principio di indeterminazione (per il quale è il soggetto che modifica l’oggetto) e dà ragione Kant che dà valore a come appunto l’oggetto modifica il soggetto. Sottoposti a risonanza magnetica i lettori reagiscono a parole come “caffè” e “profumo” con l’attivazione della corteccia olfattiva primaria e ad altre come “giornata pesante” innescando quella sensoriale, così come è la corteccia motoria a venire sollecitata con frasi come “afferrare il braccio”.
Secondo la Murphy Paul i romanzi superano la realtà perché permettono di penetrare i penseri e le sensazioni altrui. Questa capacità la chiama “teoria della mente” la quale spiega perché più storie si raccontano ai bambini – e non solo a loro – e più essa cresce. La studiosa sostiene che i romanzi sono ricchi di metafore, ma in verità sono presenti anche metonimia e sineddoche, come nel caso della frase da lei usata “Afferrare il braccio”. Senonché penetrare i pensieri e le sensazioni altrui è operazione che riguarda non il romanzo ma il saggio, che è la sede deputata della metafora. Ma è pur vero che i romanzi abusano nell’uso della metafora.
7 – continua
