
Avendo votato per corrispondenza alle elezioni Usa di medio termine, Papa Leone XIV ha voluto affermare la propria qualità di cittadino chiamato ad esercitare il diritto- dovere di partecipazione alla vita democratica del proprio Paese – anche se lui ne ha altri due: Perù e Città del Vaticano. Ma se il pontefice è il vicario di Cristo in terra, dove il messia è venuto per dichiarare la separazione di Dio e Cesare, può anche essere un cittadino che debba prendere una posizione di parte intervenendo in scelte politiche, ovvero ideologiche, materialiste, di interessi di classe, di scenari di partito?
Mai un Papa ha votato per elezioni nel proprio Paese. Non lo hanno fatto gli ultimi, Bergoglio, Ratzinger, Wojtyla, non tanto per tenere viva l’enciclica di Pio IX “Non expedit” che vietava ai cattolici di prendere parte alla vita elettorale, quanto per occupare una rigorosa qualità di autorità super partes che dovrebbe per principio di fede essere un caposaldo della Chiesa. Lo ha fatto l’americano dell’Illinois Prevost che sin dal primo momento non ha fatto mistero della sua avversione anti-Trump suscitando perplessità che ora si sono pronunciate in una dirompente iniziativa.
Un Papa che vota sceglie uomini quando Cristo cercava pescatori di anime. Un Papa che vota dopo avere abbondantemente reso note le sue intenzioni di voto, schierandosi da una precisa parte, influisce in maniera pesantissima sulla coscienza nazionale e certamente nel proprio collegio elettorale. L’aria di crociata non può non gravare su una battaglia personale che appare come “santa”, ancorché Prevost ad Assisi abbia detto che “nessuna guerra è santa e solo la pace lo è” – ma la pace alla quale egli inneggia è del tipo, parole sue inaugurali del pontificato, “disarmata e disarmante”, ovvero capace di fare deporre le armi: un annuncio del quale oggi si colgono i significati reconditi, la sua missione e idea di pace apparendo sostanzialmente giusta, giacché diretta contro un tycoon al potere che costituisce la più temibile minaccia al ripristino della pace nel mondo, per la quale certamente il pontefice è, a modo suo e con mezzi inaspettati e opinabili, strenuamente impegnato.
Nondimeno, un Papa che vota diventa un Papa politico nei modi di un retaggio che nei secoli bui della Chiesa ha significato anche l’orrore dell’Inquisizione e della guerra armata. Dal “Papa buono”, che sessant’anni fa raccomandava di portare una carezza ai bambini a casa, al “Papa militante” che parla con capi di stato, prefigura accordi di pace comprensivi di clausole, parla di strategie militari, non esita, politicamente, a comminare la scomunica ai lefebvriani, il cambiamento può essere visto come uno scoraggiante regresso ma anche come un audace salto in avanti che posiziona il capo del Vaticano al centro dello scacchiere internazionale e dei processi storici.
Forse l’esercizio del voto, nella sua inaudita forza di rottura, rappresenta un colpo di ariete al sistema, un modo per conclamare una presenza che vuole essere attiva e visibile, o magari vistosa. Ma lascia certamente attoniti e preoccupa non poco per quanto riguarda i prossimi rivolgimenti e riposizionamenti della Chiesa cattolica, tuttavia è certamente un fatto nuovo, potenzialmente foriero di effetti a catena. Per Papa Leone XIV, appassionato e giocatore di tennis, il voto è stato come un servizio lanciato per fare ace. Aspettiamo ora la risposta dello spoglio per vedere come andrà questa partita di vertice.
