
Una filologa detective è difficile da immaginare, ma lo è ancora di più se a farle da spalla è la madre. Paolo Di Stefano, giornalista siciliano del Corriere della sera e scrittore non certo giallista, è giunto con Ragazze troppo curiose (Bompiani, pp. 240, euro 17) al secondo titolo del ciclo poliziesco con protagonista Rosa Lentini dopo La parrucchiera di Pizzuta del 2017. Ma non è il suo nome che si legge sulla copertina dove campeggia una foto della siciliana Nerina Toci, scelta da Di Stefano su una serie di proposte dell’editore. L’autore risulta Nino Motta, uno pseudonimo di plateale accezione siciliana. «Si tratta in realtà di un eteronimo – corregge lo scrittore di Avola – che mi dà la possibilità di “prendere una pausa da me stesso”, come diceva l’autore inglese Julian Barnes a proposito del suo Dan Kavanagh, pseudonimo utilizzato per i suoi romanzi polizieschi. I due gialli di Nino Motta sono infatti un’esperienza parzialmente estranea alla mia narrativa: utilizza l’invenzione letteraria molto più che negli altri libri. È puro divertimento».

Il divertimento è certamente assicurato, benché si tratti di un giallo dove c’è da scovare un assassino ancora una volta relativo a un cold case. Il tono leggero deriva dalla veste delle due singolari investigatrici, che si servono della sola logica filologica per risolvere indagini mai chiuse. Un modello tale di giallo non si era finora visto, definito com’è nella ricerca della chiave in testi quali lettere e documenti pari a codici, stesure e varianti da decifrare non con la lente di Sherlock Holmes ma con gli occhiali della professoressa Miranda Conti, la maestra di Rosa Lentini chiara trasposizione della filologa italiana Maria Corti.
Ma c’è un perché a questa scelta di Di Stefano giallista en travesti. «La figura della filologa – spiega all’Agi Di Stefano – viene dalla mia biografia intellettuale: ho studiato filologia romanza e sono un appassionato lettore di edizioni critiche, oltre che un ammiratore della logica investigativa richiesta dalla ricostruzione dei testi antichi». Ma i dialoghi gustosi e sapidi tra madre e figlia come tra tutti i personaggi in genere, fatti di ammiccamenti e sottintesi, non sono un tributo alla filologia quanto un distillato di una certa koiné siciliana alla quale il Di Stefano scrittore e non filologo ha saputo guardare con “acribia”, sostantivo che gli è piuttosto caro e familiare.<
Rosa e la madre Evelina tornano a Pizzuta (una riconoscibilissima Avola) per scoprire chi ha ucciso 39 anni prima, cioè nel 1974, un facoltoso play boy e antiquario di Ragusa, l’ingegnere Angelo Valvo, delitto che è costato la vita anche della giornalista Wanda Girlando, a sua volta uccisa a Siracusa in macchina davanti al carcere, per motivazioni mai chiarite, dal figlio del presidente del tribunale aretuseo Roberto Infantino, che si costituisce immediatamente. La giornalista aveva adombrato l’ipotesi che Infantino fosse coinvolto nel delitto Valvo una volta che l’ingegnere missino aveva lasciato Ragusa per Pizzuta (se non era stato lui l’assassino) e aveva seguito la pista delle trame nere e del traffico di antiquariato controllato dalla mafia.
Lo sviluppo del romanzo richiama fin troppo da vicino il caso Tumino-Spampinato avvenuto a Ragusa nel 1972: Angelo Valvo è Angelo Tumino, Roberto Infantino è Roberto Campria e Wanda Girlando è Giovanni Spampinato, lui come lei con un padre comunista e una grande idea del giornalismo d’inchiesta. Ma Di Stefano nega recisamente che il suo romanzo sia un remake: «Non lo considero tale. Ci sono molti elementi di pura invenzione mescolati a elementi reali di cronaca: i nomi, i luoghi e le date non coincidono affatto con quelli del caso Tumino-Spampinato. Ho agito da scrittore e non da giornalista. È dunque una ricostruzione del tutto immaginaria, con personaggi di fantasia, anche se a volte utilizza materiali autentici. Si tratta di un modo di procedere non insolito nella letteratura: l’esempio più illustre è quello di Manzoni».
Personaggi di fantasia sono Melina e Teresa, che in tempi diversi hanno indagato sul caso Valvo, così come per prima ha fatto Wanda, morte tutt’e tre giovanissime perché “ragazze troppo curiose”. E forse anche Melina e Teresa sono state uccise. L’autore lascia aperto l’interrogativo, ciò che fa pensare a un sequel, ma lui smentisce: «Non credo che ci sarà. Credo che ogni mistero in natura conservi delle zone oscure». Un mistero è certamente rimasto il caso Tumino-Spampinato, che quest’anno tocca il cinquantesimo anniversario: occasione nella quale era ipotizzabile che Di Stefano, intervenuto sul Corriere più volte a ricordare il giallo siciliano del secolo, volesse con un romanzo a chiave offrire una sua soluzione. «Escludo che il mio romanzo – dice invece – possa valere come pezza d’appoggio per prove o congetture in ambito giudiziario». Eppure una pista l’ha già offerta, sebbene inconsapevolmente: quella filologica. Chissà che il delitto di Tumino e il gesto omicida di Campria non vadano appunto “letti” reinterpretando i documenti e le carte dell’inchiesta giudiziaria, così come Rosa e la madre fanno per la morte di Valvo e quella di Wanda.
