
Prova di quanto il film Il padrino, dopo oltre mezzo secolo dal primo dei tre film, sia ancora oggi amato negli Usa (e per altri versi abbia continuato ad alimentare l’immaginario statunitense sulla mafia siciliana e i costumi italiani) si è avuta nel 2023 con il film Fast Charlie di Phillip Noyce (il regista di Il collezionista di ossa), tratto dal romanzo del 2001 “Gun Monkeys” di Victor Gischler, pubblicato in Italia da Meridiano Zero e poi da Fanucci con il titolo La gabbia delle scimmie. Protagonista è Pierce Brosnan, ma il film, anche quanto alla trama molto diversa dal romanzo, prende spunto dalla presenza, nei panni del vecchio boss malato di Orlando Stan Mullen, di James Caan, morto a 82 anni nel 2022, poco dopo il completamento delle riprese.
Il nome di Caan rimane legato, al di là delle sue interpretazioni quasi sempre di banditi italo-americani benché fosse di origine ebraica, all’indimenticabile personaggio di Sonny Corleone, figlio di don Vito, di cui era il reggente e l’erede al potere della famiglia, ucciso poi in una altrettanto indimenticabile imboscata tesa a un casello autostradale. Avuta assicurata la sua interpretazione, il regista e lo sceneggiatore Richard Wenk, lo stesso della saga di The Equalizer con Denzel Washington, hanno stravolto il film tradendo a tutta pianta il romanzo. Scopo esplicito: omaggiare appunto Il padrino attraverso una delle sue figure più significative, il Sonny violento e sciupafemmine che buca lo schermo.
L’omaggio si è avuto con il tributo all’Italia e in particolare all’Umbria di un encomiastico riconoscimento alle sue bellezze paesaggistiche e architettoniche, operando così un mirabile transfert che porta il cascame mafioso a tradursi in un’attestazione di merito. Non era mai successo che un film del genere action-thriller sfumato in un fondo di tipo crime nella specie della mafia si rivelasse non un’esaltazione delle atmosfere siciliane mafiolatriche intrise nel pieno consueto dei peggiori cliché italiani diffusi in America ma in una delicata celebrazione della cultura del Bel Paese.
Il sogno di Charlie, killer già avanti in età, è di comprare in Umbria un casale al costo di un euro da ristrutturare e da abitare. Dice che vuole andare a viverci perché, essendo già stato in Italia, si è innamorato innanzitutto della sua cultura. Il romanzo non menziona nemmeno l’Italia e non circonfonde Charlie di alcun velo malinconico, perché punta alla pura azione e concepisce un revenge thriller, entro il più corrivo dei modelli narrativi Usa, nel quale il protagonista deve pensare solo a salvarsi la pelle e vendicare gli assassini del suo capo.
Phillip Noyce invece dà un’altra trama e soprattutto un’altra morale: non la vendetta fine a se stessa e intesa a riconquistare il potere criminale contro la banda usurpatrice, ma la speranza in un ricominciamento che è riposta nelle dolci colline umbre di cui Charlie porta sempre nella giacca foto che ogni tanto guarda.
La chiave di volta è data dalla presenza nel cast di James Caan. Un’operazione di cassetta, è vero, quella di Noyce, che vuole innestare nel suo action suggestioni che evochino Il padrino, ma lo fa non scimmiottando i modi italiani visti dal cinema americano nel segno del canzonatorio se non del dileggio, né prendendo in prestito il cespite mafioso per rincarare, nello stile de I Soprano per intenderci, le più melense derive dell’iconografia culturale mafiosa. E’ un fatto decisamente nuovo. Film americani piuttosto recenti come The House of Gucci del 2021, The italian job del 2003 o reality di grande seguito come Jersey Shore, tutti rivolti a denigrare l’identità italiana, resa in toni macchiettistici e caricaturali, ci avevano abituati a considerare cronicizzato il giudizio americano sull’Italia.
Eppure, avendo l’occasione più che propizia per moltiplicarne gli effetti negativi, insistendo sui consunti temi che in America oppongono la bellezza naturalistica dell’Italia alla bruttezza antropologica degli italiani, Noyce rinuncia al facile mainstream e offre dell’Italia, per bocca del suo protagonista, il credo più autentico della cultura, promuovendo così non la natura ma gli italiani.
Il film, che gira solo su Prime Video senza un grande pubblico, anche perché non brilla né per resa interpretativa né per presa emotiva, porta un titolo che sa di “americanata”, “Veloce Charlie”. La produzione non ha voluto fare di un action movie un film spirituale o psicologico, venato di sentimentalismo peraltro filoxeno e per giunta di rottura dei pregiudizi radicati sul conto degli italiani, ma basta il suo spirito sottotraccia per parlare, se non proprio di cambio di passo, quantomeno di sguardo nuovo e smagato. E’ molto.
