
Gian Antonio Stella è un giornalista del Corriere della Sera, autore anche di libri civili e pamphlet di denuncia anche politica. La casta è rimasto una pietra miliare e una lezione di giornalismo d’inchiesta. Negli ultimi tempi si è però intestato, restringendo il campo e passando dal livello nazionale a quello regionale, una personale crociata contro la sola Sicilia, andando a caccia dei suoi mali vecchi e nuovi, nella consapevolezza – più che fondata – di avere trovato un filone inesauribile, propizio dopotutto per un giornalista finito nel cono d’ombra della scena mediatica dopo essere stato sulla ribalta.
L’ultima intemerata l’ha intentata oggi contro i ritardi secolari che hanno portato al dissesto geologico di Niscemi, il cui stato di precarietà è noto dal Settecento. Come nelle recenti vituperazioni, per la penuria di acqua nell’isola e l’ammaloramento dei mosaici di Piazza Armerina, Stella ha accusato le sfere politiche di mancanze e incompetenza, in sostanza parlando ai siciliani come di corda in casa dell’impiccato, perché non c’è geremiade maggiore che non si levi dalla coscienza siciliana contro la peggiore, storicamente parlando, classe politica italiana.
L’ultimo esempio è venuto in un’intervista dal ministro della Protezione civile Musumeci, governatore dal 2017 al 2022. Ha detto che nei cinque anni del suo mandato “ovviamente il Comune di Niscemi non ha sollevato il problema dell’abitato”: come giustificare il comandante di una stazione dei carabinieri di un paesello che non vada nel luogo del delitto perché la famiglia del morto non lo ha avvisato dell’omicidio.
Nella dichiarazione di Musumeci si annida invero lo spirito più autentico, lassista e pilatesco del tipico politico siciliano indotto a non rispondere mai di colpe proprie e sempre pronto a indicare quelle altrui, ovviamente di diversa parte politica. Difficile, nel caso di Musumeci, dare torto a Stella quando vede nella Sicilia, come Giorgio Bocca prima e peggio di lui, una specie di “inferno” da evitare e isolare. Ed è difficile non dargli ragione quando parla di “sberla in faccia” e di “beffa” pensando all’attuale governatore Schifani, nominato paradossalmente e cinicamente “custode dell’ambiente”, e al suo piano di riassetto idrogeologico di oltre due miliardi con il quale candidava la Sicilia a “modello di riferimento per la governance” del territorio. Una governance che però, come sottolinea Stella, non è stata capace di prevedere un evento annunciato da 236 anni, del quale era incerto non l’accadimento ma il quando si sarebbe avuto.
Schifani come Musumeci e prima ancora Crocetta, Lombardo, Cuffaro e a salire fino ad Alessi, il primo presidente autonomista: al 70 per cento tutti democristiani con la Prima repubblica e poi quasi interamentei di centrodestra, escluso per due anni Capodicasa. Ora, la soluzione prospettata da Musumeci qual è? Fare di Niscemi una nuova Gibellina, da ricostruire altrove, come se a fare scomparire piano piano Niscemi fosse un evento naturale qual è il terremoto.
Richiesto di valutare la proposta della Schlein di dirottare i fondi del Ponte sullo Stretto a favore del consolidamento di Niscemi, il ministro della Protezione civile se n’è uscito con una battuta da talk show: “Non sono iscritto al partito del Benaltrismo”: una maniera per glissare la questione, à la sicilienne. Questione, di fondi, di finanziamenti e di risorse, che si pone invece con tutta evidenza. Che senso ha costruire un ponte avveniristico che il più timido dei futuri cicloni renderà uguale a quelle passerelle di legno basculanti e sospese sui canyon del Far West quando paesi di ventimila abitanti richiedono di essere messi addirittura in sicurezza? “Il ponte è necessario “ribatte Musumeci, in lucco di aristocratico siciliano del Settecento che rabberciava la casa e lustrava la carrozza.
Ora, ha ben ragione Stella a esecrare, a piè sospinto e a ogni occasione, costumi, logiche, prassi e andazzi siciliani, ma perché la sua intrapresa non appaia ai siciliani accanimento, esercitato col gusto di disprezzare una terra che ama levare grida di dolore in nome del più vieto sicilianismo ma che sa anche raccogliersi nel suo dolore professando la più fiera sicilitudine (categorie entrambe sciasciane), riuscirebbe loro oltremodo gradita ogni tanto una paginata di buone cose made in Sicily: così, tanto per rompere la routine. Anche perché in Sicilia è facile passare per iettatori se non si sparge che veleno. Non ci vuole niente a diventare da buona Stella una cattiva da tirare giù.
