
Il tramite dei social adottato sin dagli inizi della legislatura da Giorgia Meloni per comunicare con l’elettorato, scavalcando d’emblée la stampa, portatrice ed espressione dell’opinione pubblica, le si è ritorto alla fine contro. Una specie di nemesi. Proprio sui social ribalzano video e meme che, ripescando quanto disse in campagna elettorale – e prima ancora dai banchi dell’opposizione – e proponendo nel confronto quanto ha detto da premier, bollano la leader di Fratelli d’Italia del marchio più deleterio di quella figura di politico che pure si era prefissa di smantellare. I social impazzano impietosamente a chi la inchioda meglio alla sua infingardaggine, all’ipocrisia, alla menzogna eletta a prassi. Chi come me ha visto in lei non solo la donna che riscatta il genere femminile, la prescelta del popolo che conquista il palazzo della nobiltà, ma anche l’esponente politico che porta ossigeno dove c’è anidride carbonica deve ricredersi di fronte ai risultati, ai comportamenti, agli esempi che sta dando.
Guadagna quasi seicentomila euro l’anno, ha comprato una mega villa di due milioni, ha utilizzato per circa duecentomila euro tutti i bonus e superbonus disponibili al di là di ogni limite di reddito, ha permesso che ministri, parlamentari e sottosegretari sostituissero il modello di amichettismo caro alla sinistra con la ben più grave formula del familarismo, in forza della quale parenti, fratelli e coniugi trovano posto nei migliori enti pubblici in posizioni apicali. L’elenco è lungo e lo chiude per ultima la sorella del ministro Guidi assunta per chiamata diretta all’Ufficio stampa della Camera.
A Bari, vicino al suo buen retiro, ha festeggiato il record di durata di questo governo quando avrebbe dovuto celebrare l’apoteosi di un sogno italiano vagheggiato e promesso per decenni.
Esaltare l’aspetto esteriore e più formale è sempre segno di debolezza. Chi ha argomenti da far valere non si affida al maquillage per conquistare una platea, che non voglia essere abbagliata ma convinta. Meloni non ne ha. Al di là dei risultati sciorinati in una brochure di appena ventotto pagine quando in quasi cinque anni ne sarebbero occorse almeno duecentoventotto se ci fossero stati contenuti rilevanti, la premier sembra essere partita all’alba per una caccia grossa ed essere tornata al tramonto con un coniglietto. Sbandierare come a Bari slogan del tipo “Governo stabile” e “Italia forte” (pur con quel segno “più” a forma di croce che suona a sconfessione) depone per una forma di distorsione della realtà vissuta in maniera psicotica. Il governo è stabile come può esserlo l’unico edificio del Nepal rimasto in piedi sotto la valanga e l’Italia è forte come possono pensarlo i fans di Sinner e Antonelli – un vero infingimento se si pensa a Trump che maltratta la premier e alle foto ufficiali di gruppo dei capi di governo dove bisogna cercarla.
Circondata da compagni di avventura mediocri, sfortunata per le due guerre che ha trovato nelle quali siamo coinvolti come cittadini per il rialzo dei prezzi e come Paese per gli aiuti offerti, impotente di fronte a un debito pubblico che c’era già, ha risposto – lei della Garbatella: e si sente – affettando un contegno di regina che non conosce le condizioni dei sudditi e prova ad accattivarsene la simpatia con trovate come quella inscenata a Bari dove qualcuno le ha gridato “Bella” e lei gli ha risposto dal microfono “Magari, dopo…”, con il gesto della mano che si usa per intendere tresche e intese sotterranee.
Quel gesto potrebbe assurgere a simbolo di un governo che cerca nella condiscendenza quanto ha perso in responsabilità.
Molto probabilmente perderà pure le prossime elezioni. Ed è questa la vera preoccupazione, perché oggi non c’è nessuno degno di sostituirla, soprattutto nel campo largo. Conte è sinonimo di sperpero, Schlein di propaganda, gli altri di evanescenza. L’intero schieramento di centrosinistra (compresi Renzi e Calenda che fingono di pendere al centro) e ciascuna delle sue formazioni mancano di reali programmi e di visione politica. Il fatto nuovo dovrebbe allora venire da fuori, dove però c’è la desolazione oltre che la segnaletica che indica la via del ritorno al passato. Se si potesse avere Mattarella come premier sarebbe facile rimettere in piedi il Paese e riunirlo in coscienza, ma il capo dello Stato non vede l’ora di diventare emerito.
In una situazione come quella che si è venuta a determinare, la possibilità di insorgenze che richiamino l’exploit dell’ultradestra in Sassonia diventa una concreta eventualità, essendo già ben pronto a coglierla il Vannacci che sembra il padre putativo di Ulrich Siegmund.
Se lo scenario è questo, il paradosso è uno stallo: Giorgia Meloni è al momento il minore dei mali possibili. Forse la sola capace di fermare il generale, non foss’altro perché l’ultimo leader è nato da una sua costola dalla quale si teme la più copiosa emorragia di consensi.
