
Kant nella Prefazione alla Critica della ragione pura si promette chiarezza discorsiva (logica) per concetti e chiarezza intuitiva (estetica) ossia per mezzo di esempi e chiarimenti in concreto. Cura con scrupolo la prima, ma rinuncia alla seconda perché pensa che il libro diverrebbe troppo lungo. Così, mentre la stesura originaria dell’opera abbonda di esempi e chiarimenti, in quella aggiornata Kant giudica inopportuno allungare il testo con esempi e chiarimenti che “del resto – scrive – sono necessari solo dal punto di vita popolare”.
In un trattato filosofico, ancorché l’esemplificazione possa giovare alla comprensione, è normale aspettarsi concetti che non campioni, che indulgono alla narrazione. Di converso, è altrettanto normale non trovare concetti in un romanzo. Tuttavia è difficile che un autore non si faccia tentare dalla vena moralistica per farsi avanti e prendersi la scena; ciò che lo porta a fermare la narrazione per dare spiegazioni, cadendo anche nella descrizione. Da Fielding in Tom Jones, dove ogni capitolo si apre con un commento, ai veneratissimi McEwan e Foster Wallace, gli scrittori vogliono essere profondisti, compresi i grandi realisti dell’Ottocento francese e russo.
Il romanzo si atteggia a un modo di farsi che il racconto orale però ripudia. Nessuno si sognerebbe, raccontando un fatto, di inframezzarlo di considerazioni e concetti, perché verrebbe subito ripreso e zittito. Chi scrive narrativa si sente invece libero di dire la sua, esclusi perlopiù i narratori statunitensi che indulgono alla concitazione come nella loro cinematografia. La vera questione non è tuttavia l’intrusione del saggio nel romanzo, quanto il fatto che per ciò solo l’autore tende ad assumere una cifra diversa, scrivendo per concetti, cioè difficile.
Siamo per nostra natura portati tutti ad adeguare il linguaggio all’interlocutore e facciamo come un tempo i baroni siciliani che in salotto parlavano francese e nelle stalle in dialetto. Ma quando scriviamo riteniamo di farlo in una forma più ricercata, perché ci è sempre stato detto che una cosa è scrivere e un’altra è parlare.
Negli ultimi anni questo modello espressivo, dopo l’accelerazione che ha avuto il mondo digitale, si è però esaurito e si scrive (nel web soprattutto, tra posta elettronica e messaggistica) sempre più come si parla. La proliferazione dei canali audiovisivi anche sui nostri telefoni mobili ha favorito l’atto dell’ascolto su quello della lettura e quindi il parlato. Si vanno quindi velocemente uniformando i modi di espressione, a prescindere dall’interlocutore.
Se scriviamo come parliamo, lasciando anche gli errori ortografici nelle nostre email e soprattutto nei messaggi – «perché tanto si capisce lo stesso» – diventa consequenziale parlare con chiunque allo stesso modo. L’email, il mezzo di scrittura oggi più diffuso, ha sostituito insieme con WhatsApp la lettera ma non ne ha mutuato la sostanza di luogo solenne e ufficiale di pronunciamento. Morta la lettera, è morta anche la filologia. Lo scrittore non lascia più stesure o versioni dei suoi testi, né chiose né correzioni: scrive al computer e procede eliminando. È cambiato il mondo e oggi sembra più importante insegnare a scuola come scrivere tecnicamente al computer che cosa scrivere e in quale forma stilistica.
Con la filologia vanno tramontando la linguistica e la semiotica dopo che da tempo ormai sono morte la retorica e l’eloquenza. I corsi di scrittura creativa si conformano più alla sceneggiatura che alla narrativa e si insegna a scrivere non romanzi ma “soggetti” in vista di trasposizioni televisive o cinematografiche.
Che sia di presenza o in via telematica, il parlato (l’equivalente di estemporaneità e approssimazione) sta diventando rapidamente il solo mezzo di comunicazione: al punto che nei social invale la trasmissione di messaggi vocali più che scritti, perché si fa prima e si è più presenti.
È davvero cambiato il mondo. Se un tempo si comunicava scrivendo, nella certezza che il proprio testo sarebbe finito in casa del destinatario dentro un carteggio (che oggi è diventato al più una cartella sul desktop mentre in libreria è del tutto scomparso il settore epistolare), oggi ci si connette parlando. Ma anche il discorso orale più ricercato e riuscito non raggiunge mai la perfezione stilistica di quello scritto.
In compenso il destinatario può riascoltarlo come una volta poteva rileggerlo, con la differenza che può gustarne le inflessioni di voce, carpirne le emozioni e coglierne magari le intenzioni recondite, se non la sincerità, cosa che un tempo otteneva rileggendo a voce alta e provando a interpretare l’autore per immaginarne i retropensieri. Un grande passo avanti, senonché riascoltare chi parla comporta l’accettazione, senza fastidio alcuno, degli errori commessi e irreparabili.
I libri di oggi, in forza di questo costume, tracimano di errori ortografici che non suscitano più impressione, né le case editrici si prendono più cura di allegare il classico foglietto di un tempo con gli “errata corrige” o aggiungerli in una apposita pagina finale. L’errore fa parte della scrittura perché, a maggior ragione, è parte ormai endemica del parlato. Corrisponde non altro che a un inciampo della lingua, un tentennamento della pronuncia e dell’esposizione. Impossibile perciò immagine oggi un autore che si disperi per un refuso nel libro stampato, come fece una volta Bufalino che se ne fece una malattia e cercò disperato in tutti i modi di trovare vanamente un rimedio.
Si scrive dunque come si parla, ma è rimasto in eredità un retaggio ineliminabile: sia scrivere che parlare sono atti che possono essere compiuti, secondo una discutibile ma resistente opinione, in maniera facile o difficile. La differenza è nata con il Romanticismo e il consolidamento del romanzo settecentesco che ha introdotto lo stile prosastico, ma anche con la massificazione della cultura, alla quale oggi chiunque può provare ad avvicinarsi mentre un tempo occorrevano capacità non comuni, a cominciare da una base di alfabetizzazione.
Per millenni l’uomo in genere non si è posto il problema se un discorso, scritto o orale, fosse facile o difficile, ma solo se egli fosse in grado di capirlo. Il problema è sempre stato visto del destinatario e non del mittente, autore o nuncius che fosse, il quale poteva esprimersi nel solo modo ottimale che premiasse lo stile. La differenza tra chi sapesse o meno esprimersi era la stessa che divideva chi sapesse o no recepire: richiedeva cioè un’attitudine e poneva un problema personale, non altrui.
In tempi in cui il latino era la lingua scritta ufficiale – e in ambienti protocollari anche quella parlata – l’accostamento a un’opera era legato alla conoscenza del latino e non alla comprensione del volgare. Che in Italia si affermò progressivamente per il proposito degli autori come Dante e poi Galilei di rivolgersi a un pubblico più ristretto su scala europea ma molto più ampio in Italia. Quel processo di facilitazione è oggi giunto al massimo compimento e vale sia per l’artefice che per il destinatario: il primo è indotto a essere semplice per via del secondo che vuole comprendere senza sforzarsi. Dunque sono stati banditi la ricercatezza di linguaggio, l’uso di termini scientifici e di parole specialistiche e desuete, le costruzioni elaborate. Il vocabolario si è smagrito e si calcola oggi che non servano in Italia più di duemila accezioni.
Per questa via facilitazione è diventata sinonimo di banalizzazione. La cultura si è bignaminizzata e nello stesso tempo benignizzata. Anche La Divina commedia può diventare (sia pure con risultati magistrali) materia di un comico che cerchi in essa più la curiosità che la profondità, nei modi in cui Alberto Angela, come il padre, tratta la scienza, ricercando la sensazione anziché la riflessione.
Ma è davvero fondata, come regola generale, la distinzione tra facile e difficile o essa dipende come in passato dal livello di preparazione di chi si accosti alla lettura o si cimenti nella scrittura? Come in un gioco, ogni parola ha tre versioni di base, ognuna delle quali appannaggio di un ceto e del grado di istruzione dell’interlocutore: bassa, media e alta. Perciò dirò “tumore” se parlo con una persona di bassa estrazione e istruzione, “cancro” se mi rivolgo a chi appartiene al ceto medio ed è dotato di una buona preparazione culturale e “neoplasia” se parlo con uno specialista o un referente molto istruito. Allo stesso modo, dirò “erba di mare”, “santolina delle spiagge” e “otanthus maritimus” secondo le tre diverse destinazioni d’uso.
Anche la cultura è tripartita. Secondo Northrop Frye, la letteratura risponde a una distinzione archetipica di tipo antropologico che da un lato suppone in ogni scrittore una metodologia biografica privata (“una banda spettroscopica, una formazione specifica di immagini e di simboli”) e da un altro mette in capo a tutti una metodologia pre-biografica “che costituisce come un fondo comune a cui ciascun poeta attinge”. Entrambe le funzioni sono esercitate in maniera non del tutto consapevole e si precisano in un campo del sapere riservato a pochi, esoterico, e in un altro, essoterico, aperto a tutti.
Per fare degli esempi, esistono modi di dire, appartenenti al linguaggio comune come «andare a Canossa», «il dado è tratto», «c’è un giudice a Berlino», che sentiamo in bocca anche a chi non abbia idea dell’origine né di Canossa né del dado né del giudice. Poi ci sono espressioni in uso a una cerchia più ristretta che attinge a un patrimonio di conoscenze comunque largamente disponibile e sono di tipo perlopiù allusivo e citazionista come per esempio «frammenti di un discorso amoroso» supponendo la conoscenza di Roland Barthes, oppure «batracomiomachia» pensando a Omero o «cum grano salis» ricordando il latino.
A ben vedere le metodologie sono tre, quanti sono i gradi di preparazione personale. Se perciò nella sfera del grado basso sentiamo circolare espressioni molto diffuse come «massimi sistemi» (“Stiamo parlando dei massimi sistemi”) e in quello medio sentiamo dire «i due massimi sistemi», sicché deduciamo che solo nel secondo si ha contezza della differenza tra copernicano e tolemaico operata da Galilei, nel terzo grado la frase che sentiamo citare è riferita a un dialogo sui due massimi sistemi.
Così, al primo grado appartiene il sapere che riconduce al luogo comune, il topos linguistico mass-cult per eccellenza che vedremo più avanti, al secondo il linguaggio borghese e al terzo è riservata la conoscenza corporativa e specialistica dove i diversi linguaggi tecnici operano all’interno della sola classe di riferimento, per cui i medici si capiscono tra loro, come gli avvocati, gli architetti o gli astrofisici. Solamente in questo àmbito il linguaggio può dirsi difficile e inaccessibile a chi non lo impari, mentre negli altri due è legato alla diffusione dei termini e delle parole, che quanto più entrano nell’uso comune tanto più diventano facili.
5 – continua
