
Aldo Grasso, opinion maker della Tv da immaginarsi sempre in pantofole e in divano, loda sul Corriere della sera lo share sempre alto che la serie Tv di Montalbano continua a registrare in prima serata pur a distanza di venticinque anni e, per il suo lodabile vezzo di fare le pulci a tutto, si industria per trovarvi difetti di natura narratologica: in sostanza giudica la tenuta narrativa, la struttura diegetica, la composizione delle parti in telefilm che sono non ispirati ai romanzi di Camilleri ma del tutto tratti di peso da essi senza variazioni significative. Se quelle che Grasso chiama “incrinature” sono davvero presenti nella serie Tv (reiterazione della struttura narrativa, eccessiva idealizzazione del protagonista, disomogeneità del ritmo narrativo, persistente staticità dei personaggi minori) dovrebbero dunque e a maggiore ragione segnare innanzitutto i romanzi.
Ma così non è, per modo che è da credere che Grasso parli di ciò che non conosce, o meglio della copia e non del modello: come giudicare la luce naturale studiando i raggi solari e non il sole. Una cosa è esercitare la critica televisiva o cinematografica e un’altra è esperire quella letteraria. Adottare strumenti narratologici propri del romanzo per giudicare regie televisive e prestazioni interpretative degli attori è come valutare una partita di calcio con i canoni, il linguaggio e lo spirito prestati a un incontro di tennis. E questo fa Grasso. Che cercando pecche in Alberto Sironi o in Luca Zingaretti le troverebbe semmai in Camilleri.
La reiterazione della struttura narrativa. Scrive Grasso, che evidentemente non ha letto un solo libro del ciclo di Montalbano: “Molti episodi si dispongono secondo un identico tracciato: ritrovamento del cadavere, indagine apparentemente lineare, deviazioni fuorvianti e, infine, l’intuizione risolutiva del protagonista. Un dispositivo che, se inizialmente persuasivo, finisce col farsi prevedibile col procedere delle stagioni, attenuando tensione ed effetto sorpresa. È ciò che si definisce «sequenza formulaica»: la nuotata mattutina, il battibecco con Livia, il pasto silenzioso da Enzo, l’illuminazione conclusiva. Una stabilità rassicurante che, però, trattiene la serie da una piena evoluzione stilistica”.
Tale “reiterazione” è anzichenò tipica del romanzo giallo e Camilleri non ha fatto che attenersi alle regole del genere. Composizione, complicazione e scioglimento sono le tre parti ineludibili del giallo sia di tipo whodunit che whydunit come anche howdunit. Il sospetto è che Grasso non abbia mai letto un giallo, altrimenti avrebbe incontrato la sua “sequenza formulaica” in Simenon, Chandler, Hammett, Christie, Conan Doyle e in tutti gli altri. La “prevedibilità”, la “stabilità rassicurante” che Grasso lamenta nella serie, per opporla invero al ciclo letterario, costituiscono il propellente dell’esplosione finale, il setup che prepara il payoff entro una tecnica che ricorre anche nell’horror e nel noir: rappresentazione dell’ordine, che viene rotto da eventi che ne moltiplicano il disordine per poi arrivare alla ricostituzione della condizione originaria. Se in un giallo del tipo camilleriano mancassero inizialmente la reiterazione di gesti, atti, rituali che servono per tipicizzare l’ordine voluto, ne risentirebbero inevitabilmente sia il plot twist, cioè la complicazione della trama, che il dénoument, ovvero lo scioglimento finale. Nel giallo classico, fabula e intreccio osservano criteri che rovesciano le due grandezze, nel senso che è l’intreccio a fare premio sulla sequenza logica, analogica esattamente, donde la grassiana “sequenza formulaica” si ha come dovuta.
L’eccessiva idealizzazione del protagonista. Scrive Grasso che “Montalbano si impone come figura quasi infallibile, sorretta da un intuito prossimo al sovrumano e di rado realmente messa alla prova. Una caratterizzazione che, se da un lato ne alimenta il fascino, dall’altro finisce per comprimere il conflitto drammatico, rendendo meno incisivo lo sviluppo delle indagini”. Una solenne corbelleria. Se Grasso avesse letto i libri di Moontalbano e non solo visto la serie Tv, avrebbe scoperto che da L’odore della notte in poi il commissario diventa una figura psicomachica, tormentata, non con uno ma con dieci “conflitti drammatici” e ben lontano dall’apparire e sentirsi “infallibile”, tanto da arrivare a crearsi – interioramente, cerebralmente – un “Montalbano Secunnu” che evolverà fino a Riccardino. La verità è che la serie Tv ha totalmente ignorato, per ragioni che proprio Grasso dovrebbe capire per primo, ragioni di rappresentazione realistica, la sfera psichica del commissario, quella delle fobie continue, dei tormenti dell’anima, dei ripetuti attacchi di panico che del commissario camilleriano fanno un esmeplare unico.
La disomogeneità del ritmo narrativo. Secondo Grasso “alcuni episodi indulgono in tempi dilatati, con sequenze descrittive prolungate o dialoghi poco incisivi che rallentano l’azione. Se questo contribuisce alla costruzione dell’atmosfera, può al contempo mettere alla prova chi predilige una narrazione più serrata”. Vero, ma se è così non è la storia che pecca, per cui non ci sono incrinature nel racconto, perché sono gli interpreti e con essi la regia televisiva a favorire una caratterizzazione che, specie in Zingaretti, si muta in un ingessamento dei ruoli che in realtà può dare la sensazione di tempi morti, prolissità, lentezza, pleonasticità. In Camilleri queste zeppe non si avvertono perché le sue “inquadrature”, le sue “scene”, sono sempre tenute su un ritmo estremamente serrato e i dialoghi, mutuati come sono dal linguaggio mimetico del parlato dialettale, risultano tutt’altro che poco incisivi e tali da rallentare l’azione.
Infine la persistente staticità dei personaggi secondari come Catarella, Mimì Augello o Fazio, figure che per Grasso “restano spesso ancorate a caratteristiche stereotipate, con un’evoluzione limitata nel corso della serie. Questo riduce la profondità complessiva del racconto corale”. Nell’opera camilleriana non succede tutto ciò, giacché non mancano racconti nei quali le figure secondarie diventano protagoniste, mentre nei romanzi del ciclo esse seguono un compito da comprimari la cui funzione – com’è in tutti i gialli: Watson per Sherlock Holmes, Hastings per Poirot, Goodwin per Nero Wolfe – è quella di far brillare il protagonista facendogli da “spalla”. Peraltro “la profondità complessiva del racconto corale” non si ha mai in un ciclo di gialli mercé i personaggi secondari bensì quelli occasionali che cambiano di episodio in episodio, perché sono loro a portare di volta in volta il fatto nuovo nel racconto e dunque sono loro incaricati a fare il racconto corale. Ad ogni modo in Camilleri proprio Catarella, Augello e Fazio, pur ben caratterizzati, non appaiono stereotipati perché danno prova di manie evolutive, mutamenti nelle loro vicende personali e percorsi anche psicologici così variati da tenerli vivi, mentre altre figure “secondarie” come Livia, Adelina, il questore Bonetti-Alderighi, Pasquano, Jacomuzzi si offrono a continui mutamenti di atteggiamento e condotta: senza considerare che Camilleri propone personaggi che rimangono fissi solo per alcuni episodi, come è per il professore Burgio e la signora Clementina Vasile Cozzo, che nei primi numeri contribuiscono a risolvere indagini del commissario e sono capaci di dare dinamicità all’evoluzione del ciclo.
Infilando un’improntitudine dietro l’altra, Grasso (che in un colpo di resipiscenza finisce comunque per dire che “questi difetti costituiscono una delle più solide ragioni del successo popolare di Montalbano”, sic!) dà ragione a quanti sudano per far capire a chi come lui non accetta che la televisione debba essere tenuta ben distinta, nei giudizi di valore, dalla letteratura che essa pur fagocita.
