
Questo è il tempo dei tuttologi, che negli anni Settanta e dintorni (quando le ideologie richiedevano in ogni campo assoluta specializzazione e l’accesso alle fonti non era ancora affidato a Wikipedia prima e all’Intelligenza artificiale dopo) erano considerati incompetenti e saccenti. La figura emergente è divenuta l’intellettuale legittimato a saltare dalla storia alle neuroscienze allo sport all’arte e a qualsiasi materia di interesse pubblico. Ciò è stato possibile perché le arti liberali, ma anche le libere professioni, hanno perso sapere. Filosofi, matematici, letterati, musicisti, medici, artisti, ricercatori, giuristi vanno in televisione, scrivono sui giornali, pubblicano libri ma lasciando terreno libero a nuovi supponenti che non vedendoli ferrati e inconfutabili nelle loro conoscenze si fanno avanti trovando un pubblico che a sua volta non è più avvertito ed esigente come solo fino a trent’anni fa e quindi è incapace di valutare talenti, capacità e qualifiche.
La specializzazione ha lasciato il posto alla divulgazione, qualità che piace molto in chi possa rassicurare circa la possibilità data a chiunque di penetrare mondi nei quali il linguaggio tecnico si ritrae a favore del parlato comune, sebbene con esiti che innanzitutto scontano superficialità, approssimazione, improprietà e piattezza. Nell’epoca delle ideologie (che i danni li ha fatti sì, ma per l’estremizzazione del credo nella preparazione sfociata nell’insorgenza terroristica) la sfera esoterica era tenuta ben distinta da quella essoterica, al punto da aversi una diaframma al di qua del quale si credeva che rendere informato e istruito il popolo fosse lo scopo di una democrazia avanzata di tipo socialista e che abbattere l’egemonia della cultura in mano a pochi fosse lo scopo gramsciano dell’umanità.
Lo scopo è stato raggiunto con i risultati che sono davanti a tutti. Chiunque può elevarsi a profeta, che oggi si chiama influencer, fratello d’inchiostro del divulgatore dell’età digitale. La strada praticata è stata non quella di avvicinare il Mass-cult all’High-cult, ma al contrario di consentire agli studiosi, ai pensatori, ai teorici di andare incontro al pubblico, perdendo così inesorabilmente competenza e amore per lo studio continuo, non essendo più necessario.
I divulgatori, da Luciano De Crescenzo a Piero Angela, pionieri in Italia, sono nati sulla spinta di farsi capire dal grande pubblico innanzitutto televisivo così da avere pari consenso. Quelli oggi alla ribalta, i più acclamati, famosi, autorevoli e seguiti, sono Alberto Angela, Aldo Cazzullo e Alessandro Barbero. La loro opinione è verbo, che tanto più si fa “parola” quanto più acquisiscono popolarità e dunque la forza di richiamare migliaia di persone a conferenze che assumono per questa via il senso di “discorsi”. Ce ne sono altri, anche loro magnificati dalla Madre Televisione, il parnaso di oggi, sempre pronta ad assegnare programmi ad personam e consacrare “conduttori” comuni giornalisti come Massimo Gramellini, Roberto Saviano, Paolo Mieli, Enrico Mentana, Massimo Giletti e ancora altri.
Sono tuttologi che, capaci di qualsiasi salto acrobatico, rispondono a un gusto tutto televisivo e giornalistico per il quale chi è un campione, non importa in quale disciplina se sportiva o anche accademica, debba essere ritenuto pronto a pronunciarsi su tutto sulla base di una autorevolezza e una credibilità date per certe in capo a persone divenute personaggi e candidate ad essere personalità: con la pena di sentire calciatori, cantanti, attori parlare con il linguaggio della casalinga della periferia di Voghera di ogni cosa abbia un interesse momentaneo.
La legge del personaggio che con il suo trofeo può dire ciò che vuole ha immiserito il principio di Borges secondo cui “ogni uomo fuori dalla propria specialità è credulo” mentre ignorate allo stesso modo sono le parole di Charles Régismanset: “Un uomo troppo pieno di sé è sempre vuoto”.
Prendiamo un astro nascente oggi diventato una stella fissa. Aldo Cazzullo. È decisamente il re dei tuttologi. Non c’è argomento che lo faccia arrossire o davanti al quale si dia impreparato. Può intervistare un cantautore come scrivere un best-seller sull’impero romano e sulla Bibbia, dopo magari averne stampati tre letterari su Dante, e con la stessa facilità e generosità, nel nome del sacro idolo della divulgazione, per il quale il giornalista è tanto più bravo quanto più parli facile e discuta di tutto, scrivere di geopolitica, discutere di astrofisica, parlare di calcio. Se lui è il re, Alberto Angela è il principe, ma i due sono un po’ come Sinner e Alcaraz che si avvicendano al primo posto nel ranking Atp. Il figlio di cotanto padre passa con assoluta disinvoltura dall’archeologia all’ecologia alla storia alla geografia e al touring internazionale da fare credere a milioni di entusiasti telespettatori e a migliaia di fans dediti al firmacopie che sia nato con la scienza infusa. Salomone più Pico della Mirandola.
Poi c’è Barbero, che sembrava il più ortodosso perché concentrato solo sulla storia, prima medievale e poi aperta a ogni epoca e latitudine (cosa inconcepibile non solo in una qualsiasi università ma anche nella logica del tempo della specializzazione sempre più specifica: la sola che possa provare e garantire competenza), fino a quando, preso da concreti furori di imprecisata origine, si è gettato da laico in politica vestendo il lucco del giurista e posando a giuriconsulto per riempire social e saloni di intemerate contro il referendum sulla magistratura. Anche lui ha scoperto la televisione o la televisione, che è sempre a caccia di fenomeni da cattedra o da banco, ha scoperto lui: che si è dato un ruolo mimico fortemente attrattivo nel lessico, nella gesticolazione, nei modi di espressione, tale che tra i personaggi di moda è quello che vale più vedere dal vivo per vedere l’effetto che fa.
Sono loro tre a dominare in Italia, insieme con i romanzi per sole donne, le classifiche dei libri più venduti. Si potrebbe pensare che con il romance imperversi oggi il divulgance, per dare un nome a un genere che sta dando ossigeno all’asfittico sistema editoriale. La televisione li osanna, i giornali li celebrano, il pubblico li venera. Ma nessuno fa loro le pulci e si chiede se tutto ciò che scrivono o dicono sia davvero oro colato. La loro parola è vangelo. Le moltitudini li seguono con amore e tremore. Eppure sono capaci di infilare bufale e cavolate da fare impallidire il cardinale d’Este quando chiede ad Ariosto: “Messer Lodovico, da dove avete tratto tutte queste corbellerie?”.
Pendiamo Barbero e Cazzullo, neoteologi tutt’altro che disputanti e riconosciuti (dal solo pubblico, of course) esperti di San Francesco, ma uno con le note a piè pagina e l’altro con le canoniche note di rimando al presente: in occasioni diverse hanno dato la loro spiegazione sull’origine della “democrazia”. Per il docente torinese la parola democrazia nasce nella lingua italiana durante il Rinascimento ad opera di un poligrafo, Tommaso Garzoni, che scrive: “Quando la moltitudine ingiustamente oppressa tratta dall’ora e spinta dal furore si delibera vendicare gli oltraggi ricevuti subito ne nasce la democrazia”. Per Barbero dunque il governo del popolo prende vita nell’Età della Controriforma “in un momento di eccessi”, cioè “bisogna essere in preda al furore perché si arrivi alla democrazia”. Parole sue rese in una conferenza con l’imprimatur del pugno chiuso tirato in giù con fermezza risolutoria.
Senonché Cazzullo scova dal canto suo le scaturigini della democrazia, come scrive in Quando eravamo i padroni del mondo, in tutt’altra epoca: a Roma, dove “nacque l’embrione di quella che oggi chiamiamo democrazia”.
Ora sarebbe bastato a entrambi rileggere una delle prime tragedie del repertorio classico, Le Supplici di Eschilo, datata pressappoco al 463 a.C., per farsi un’altra idea e non propinare corbellerie. Nella tragedia le Danaidi, profughe dall’Egitto con il padre Danao, aspettano di ricevere asilo ad Argo. Re Pelasgo dice loro che sarà il popolo a decidere e, interrogata la volontà popolare, il Coro chiede: “In che modo la mano sovrana del popolo ha decretato a maggioranza?” demou cratousa keir ope pletunetai. Danao, che ha assistito all’assemblea popolare, può riferire allora alle figlie: “Fremeva l’aria quando il popolo tutto levò in alto la destra, decretando così: ‘Vivrete in questa terra libera e non sarete preda di nessuno’”. La democrazia nasce perciò nella prima metà del quinto secolo in Grecia con un gesto simbolico: l’alzata di mano da parte del popolo sovrano. Né nell’epoca romana né tantomeno nel Cinquecento.
Cazzullo (l’ultima boutade del quale riguarda il calcio e le sventure della Nazionale: “Il calcio è da sempre il romanzo popolare per noi italiani, che non abbiamo avuto Balzac e Flaubert, Tolstoj e Dostoevskij, Steinbeck e Hemingway; ma abbiamo avuto Meazza e Piola, Mazzola e Rivera, Rossi e Tardelli, Del Piero e Totti”, sic! – come se Verga, Manzoni e Pirandello o il suo Dante fossero da meno) è lo stesso che, sempre in Quando eravamo i padroni del mondo, scrive che “se oggi siamo cristiani è perché Roma diventò cristiana”: dimenticando o ignorando che, già trecento anni prima di Costantino, Siracusa, sede del primo vescovo d’Occidente, era popolata da cristiani visitati da San Paolo e San Luca nel 60 o 61 d.C.. E Siracusa era la capitale del Mediterraneo nel momento in cui il cristianesimo prendeva corpo in Occidente. Ancor prima che a Roma peraltro la croce non si eresse solo in Sicilia ma anche in Provenza, dove la tradizione vuole che la Maddalena sbarcò lasciando la Palestina e probabilmente approdando a Siracusa e poi in Sardegna dove esistono tutt’oggi località chiamate “La Maddalena”. Roma insomma divenne cristiana, come scrive Cazzullo, dopo che il cristianesimo da tre secoli aveva già messo radici. Nessun editto avrebbe potuto di fatto dichiarare ufficiale la fede cristiana senza che i cristiani fossero stati presenti in partibus infidelium.
Quanto infine ad Angela, anche lui è autore di best-seller. L’ultimo dedicato a Cesare ha venduto più di Theodor Mommsen, il massimo esperto della storia di Roma. Segno, anzi sego, dei tempi. Di Cesare (sottotitolo a uso massivo: “La conquista dell’eternità”) basta l’introduzione per capire come Angela tenda a mutare anche una ricerca storica, che dovrebbe distinguersi per serietà e rigore, in un programma tv di prima serata, da farcire di curiosità, singolarità, suggestioni, scoperte sensazionali: tutto quanto insomma faccia spettacolo e piaccia al pubblico. Nell’introduzione ci dice che il De bello gallico “lo abbiamo sempre e solo considerato una fonte di versione di latino” e che lui lo ha scoperto leggendolo in preparazione di un programma televisivo su Pompei. Non ha tenuto minimamente conto che decine di migliaia di studenti lo hanno invece letto quando lui dice di averlo da studente abbandonato, trovandovi le meraviglie che lui ammette di avere scoperto solo adesso. Leggere il libro richiede, come per tutti gli altri di Angela, l’assunzione del ruolo non del lettore ma del telespettatore. Narra come se fosse davanti alle telecamere sul luogo da descrivere e anziché dire per esempio “Avete letto bene” preferisce la più televisiva e capziosa espressione “Avete capito bene”: dimostrando che è una qualità letteraria piuttosto rara, almeno apprezzata dal pubblico, quella di scrivere come si parla.
Questi sono i nostri portavalori, aruspici della più stringente stagione della Post-verità nella quale la notizia è data non più dai fatti – da ricercare, da studiare, da capire, da approfondire – ma dall’opinione, che fa stato e diventa pubblica. Dalla Post-verità deriva lo Storytelling, la formula magica per veicolare messaggi innanzitutto pubblicitari ma che possono diventare politici, anch’esso fondato non su una tendenza o una corrente, ma su un’opinione individuale. Gli influencer sono i suoi sacerdoti e con essi lo sono diventati i nuovi divulgancer, una volta chiamati interpreti del tempo. Nel clima soporifero attuale di appiattimento i Cazzullo, i Barbero e gli Angela sono visti come intratteniteurs, un po’ showmen e un altro po’ hucksters: quello che in fondo e in verità vogliamo e cerchiamo e che dunque i media ci danno. Oggi per interessare il pubblico a Dante è necessario non un Sermonti ma un Benigni.
