
Da Angelo Musco a Giovanni Grasso, Rosina Anselmi e poi Turi Ferro, Tuccio Musumeci e molti altri attori minori, il teatro catanese gode di un indiscusso primato europeo nel vernacolare e nella commedia delle parti. Si tratta di una vocazione innata, derivata anche dalla particolarità del dialetto e delle sue cadenze? A seguire i social, specialmente TikTok, sembrerebbe proprio di sì. Non c’è “video” o “live” in cui anonimi catanesi, uomini e donne, non si prestino alla farsificazione attraverso la salacità del linguaggio molte volte spinto gioiosamente fino alla scurrilità. La capacità di fare ridere mostrandosi soltanto autentici, senza infingimenti e paludamenti, quanto più in atteggiamento di assoluta serietà e compostezza, prorompe molte volte da situazioni reali tutt’altro che comiche. Qualche esempio tratto dal vero.
Qualche anno fa “La Sicilia” ha riportato la notizia di una rapina in banca a iniziativa di un bandito solitario, che pistola in pugno chiede all’impiegato allo sportello di chiamare il direttore ottenendo che l’addetto, alzandosi per eseguire, ripari in una stanza e non torni più: al che il rapinatore intima ad alta voce di uscire tutti fuori e invita un vecchietto accanto: «Ci u ricissi pure lei a chissi di nesciri” (Glielo dica pure lei a questi di uscire). L’uomo gli ribatte: «Ma chi sp…o mi stai contannu a mia? A rapina tu a stai facennu” (Ma che cavolo me ne frega? La rapina tu la stai facendo). In un momento di estrema tensione e di pericolo, il catanese si mostra pronto alla battuta tranchant che apre al lato umoristico, mentre il bandito trova utile chiedere manforte a un che ritiene un naturale accolito contro lo strapotere dei ricchi. A sua volta il vecchietto arriva a dare al bandito del tu in tomo cameratesco, incurante di una confidenza che può costargli cara, ma sa di poter contare su un rapporto che, benché tra estranei, è sempre e comunque di gomito, Non accoliti, ma accomunati.
Altra scena al casello autostradale di San Gregorio dove si raccoglie una lunga coda di auto. Dal finestrino di una in attesa a distanza si sporge un automobilista che si rivolge a quello fermo davanti alla cassa: «Ou ‘mbari, ma sta pavannu pi tutti?» (Ehi, amico, stai forse pagando per tutti?).
La vis comica connaturata nello spirito catanese nasce da un modo di vedere la vita improntato al più schietto disincanto. Credere al vero e al falso depone per i catanesi per la stessa misura delle cose. Non conta che un fatto corrisponda alla realtà, ma che sia avvincente. Se non è mai accaduto, non è comunque falso, ma finto. L’opra ‘i pupi nella versione etnea, diversa da quella palermitana anche nella foggia di paladini e saraceni, risponde a una domanda di meraviglia e non di rappresentazione storica. Così anche i cantastorie che hanno popolato le piazze della provincia cantando le gesta di eroi, fra cui lo stesso bandito Giuliano, sforzandosi di apparire quanto più iperbolici ed enfatici, indifferenti alla veridicità storica rispetto all’esuberanza immaginativa.
Nell’ottavo secolo i catanesi erano del tutto inclini a credere alle stregonerie di Eliodoro, che volava sulla città in groppa al Liotru da lui scolpito ed era sia a Catania che a Costantinopoli. Lo accettavano per vero, senonché quando il vescovo Leone II lo sfida a gettarsi entrambi nel fuoco rimangono profondamente delusi nel vederlo morire arrostito come un comune mortale. Da Eliodoro a Micio Tempio a Nino Martoglio, la verve ironico-satirico-sarcastica dei catanesi spumeggia in un crescendo che consolida e forgia una coscienza collettiva.
I catanesi amano l’incredibile sì, ma per riderne e farsene beffa. Vogliono le favole ma restando con i piedi a terra. Sono una fucina di motti allusivi e di barzellette piccanti, più bon vivants che beau viveurs, maschere atteggiate a un’espressione sempre tentata dal riso dentro la quale si apposta l’impulso alla battuta mordace e velenosa. Una delle più durature proteste (non di piazza – non se ne ricordano di alcun tipo – ma di cortile e bar) fu quella per il mantenimento di San Berillo nella parte sopravvissuta allo sventramento, perché lì era comodissimo arrivare e trovare sugli usci dei pianoterra le prostitute e i travestiti: senza scandalo per nessuno e con la gioia anzichenò di vivere al meglio e nello stesso tempo di fare teatro. La stagione più pruriginosa fu quella di fine anni Settanta quando Catania rimaneva insonne la notte per aspettare dopo mezzanotte i film hard di Sirio 55, un’emittente televisiva proprietà del deputato nazionale del Msi Orazio Santagati, del tutto indifferente a qualsiasi morale, alla faccia del credo “Dio, Patria, Famiglia”.
Tutto a Catania è teatro e niente viene preso sul serio. Persino il lutto, seppellito il morto, diventa rappresentazione e momento di ilarità con l’allestimento del “consolo” quando si ricordano del defunto non tanto le virtù quanto gli aneddoti. Teatrale è il detto tipico “finiu a tri tubi” (è andata male), frutto di una tragedia volta con invereconda nonchalance in commedia dopo l’inabissamento del piroscafo “Città di Catania” che vantava tre fumaiole e fu colpito e affondato da unità inglesi nella Seconda guerra mondiale. Teatrale è gran parte della toponomastica. Il nome comunemente dato alla Villa Pacini è quello di villa ‘e varagghi (villa degli sbadigli) perché meta soprattutto di anziani proclivi ad addormentarsi all’ombra; l’area settentrionale è conosciuta come Via Petra ‘i l’Ova in memoria di un punto vendita di uova rimasto nella memoria storica; ‘a vanedda a cucchiara è detta Via Carlo Forlanini, forse perché vi operava una merciaia di nome Ciccia Cucchiara. Poche città conservano tenacemente gli originari toponimi, tanto che ‘a fera o luni (la fiera del lunedì) continua ad essere chiamata così sebbene sia da decenni diventata quotidiana; Barriera è detta la zona che un tempo segnalava un confine doganale dove pagare dazio e Civita è chiamata la parte più antica e popolare della città, nel Settecento zona di residenza di artigiani e marinai che volevano distinguersi, come civili, dai semplici contadini.
Catania è teatro di strada e di vita, il regno del mimo, della gesticolazione, della voce alta. A Odessa, nell’allora Grande Russia, la compagnia di Angelo Musco fece nel 1916 sbellicare dalle risate il pubblico pur non facendo comprendere una sola parola, bastando agli attori i frizzi, i lazzi, la musicale cantilena, le esibizioni gestuali e la mimica corporea. L’umorismo amaro di Vitaliano Brancati e l’amarezza umoristica di Ercole Patti si incrociano al bivio di un’epoca i cui retaggi sono arrivati nel nostro tempo. Ma questa tipicità culturale, che meriterebbe il riconoscimento di bene immateriale dell’Unesco, sembra destinata a venire meno con i processi di globalizzazione galoppanti. È un fatto che attori del brio di Tuccio Musumeci non ne siano venuti più alla ribalta. Ed è un fatto che il Teatro Stabile vive una stagione di crisi, perde spettatori e prestigio, decade.
Catania sta dunque smarrendo la sua anima? I catanesi rischiano di uniformarsi al mainstream? Dopo ‘A birritta cu ‘i ciancianeddi messa in scena nel 1917 a Roma dalla compagnia di Musco, Pirandello pensò a una versione in italiano e finì per ingaggiare una violenta disputa con Musco durante le prove perché vedeva che gli attori indulgevano alla parlata catanese, che lui da agrigentino tollerava appena, credendo che fosse tale da soffocare il testo – ed era verissimo, come aveva dimostrato Odessa. Quel dialetto catanese, capace di rendersi protagonista da sé e per sé, dotato di vita propria e forte di una valenza che da inflessione diventa lingua e da qui carattere sociale, è la linfa vitale che corrobora la coscienza catanese. Non succederà a breve, ma si vedono i primi segni di una parabola discendente. Se si perde questo patrimonio, muore un mondo equivalente a una civiltà. Ma è anche certo che fin quando ci saranno due catanesi lesti a disputare come i teologi di Borgres ghigno e sghignazzo, ironia e parodia nei modi della cultura etnea rimarranno vivi.
