
L’intervista di domenica di Aldo Cazzullo a Lilli Gruber sul Corriere della sera è il fiore del peggiore giornalismo che ci è dato vedere e subire, un concentrato di ipocrisia, opportunismo, servilismo e amichettismo: l’ipocrisia di due giornalisti che lavorano nella stessa televisione che si danno del lei per conferire una parvenza di attendibilità e rigore alle domande e alle risposte perché non appaiano le prime suggerite e le altre concordate; l’opportunismo della Gruber di lanciare la nuova stagione della sua trasmissione su La7; il servilismo di Cazzullo che risponde all’attesa di Urbano Cairo, proprietario de La7 come anche del Corriere dove il più grande tuttologo d’Italia è inviato ed editorialista; l’amichettismo di due conduttori che si lanciano le cime e celebrano la crescita della loro televisione.
Si tratta di due personaggi non solo noti al grande pubblico, ma anche di largo seguito: lui raduna platee come un guru e vende libri come pane, quale che sia il contenuto; lei è tra gli showtolker quella con maggiore forza persuasiva sull’opinione pubblica di sinistra.
In sostanza hanno convenuto un’intervista che parte dal successo dell’estrema destra in Germania e finisce con l’anatema, in fatto di femminicidi, contro “le destre arcaiche e reazionarie al potere” (per dire dell’obiettività di chi è stata parlamentare europea dell’Ulivo).
A parte i seri dubbi che domande e risposte siano state il risultato di uno scambio di email, dal momento che la Gruber si esprime con una proprietà di linguaggio che non è dato apprezzare quando parla, quanto sui social è stato stigmatizzato con durezza riguarda proprio la scelta di un’intervista affidata a un giornalista che è vicino di studio televisivo dell’altra, entrambi – per stessa candida ammissione della Gruber – proni e pronti alle strategie dell’editore.
Opportunità e rispetto del pubblico avrebbero dovuto anzichenò consigliare a Cairo e ai due suoi fedeli e vicini opinion maker di lasciare che fosse un altro giornalista del Corriere a fare domande alla Lilli nazionale, peraltro decisamente alla Cazzullo: banali, scontate, retoriche, scolastiche – con la sola differenza che stavolta manca quella irrinunciabile sulla morte. Ma si voleva l’intervista monstre che magnificasse la Gruber come regina del talkshow. Al cui servizio si è offerto il giornalista (più volte suo ospite ovviamente in occasione dell’uscita di un nuovo libro) che prima degli altri predica e professa il più severo atteggiamento di distacco e autonomia: facendo alla fine la figura del Marzullo che rivolge domande di cui egli stesso conosce e può darsi le risposte.
Una caduta di stile in tre che dà la misura di cosa oggi siano il giornalismo, l’editoria, lo spettacolo. L’intervista, la sola micidiale arma in dotazione ai giornalisti, ridotta a corriva arte del compiacimento. Oriana Fallaci si sarebbe mai prestata?
Ma del resto, se nel campo della critica letteraria è morta ormai da tempo la “stroncatura” ed è invalsa la logica del “tu recensisci me, io recensisco te”, perché mai nel giornalismo dovrebbe ancora resistere il caposaldo della professione costituito dalla più irriducibile e non negoziabile estraneità rispetto ai soggetti di cronaca? Ciò che infatti appare una sconcertante sconfessione del giornalismo come tale è il contenuto dell’intervista, quasi interamente dedicato, sin dal titolo, a temi di politica internazionale e nazionale su cui un giornalista dovrebbe invero tenersi il più lontano possibile. A meno che nel loro caso non si siano pronunciati il chierico che è in lui e la politica che cova in lei.
