
L’overturism sembra diventato la maledizione del “Bel Paese”, così chiamato all’estero, in un clamoroso corto circuito, perché ricco di attrazioni turistiche. E sembra diventato una colpa il primato di siti Unesco degni di essere visitati. Il turismo impegna il 15% del Pil ma i suoi principali effetti benefici derivano dalla vendita di prodotti Made in Italy senza bisogno di esportarli e dalla diffusione uniforme in tutto lo Stivale, a differenza della prima industria nazionale che è quella manifatturiera ed è concentrata al Nord. Per il Sud e in particolare per la Sicilia il turismo è una vera e propria manna per la quale non dovrebbe nemmeno essere pronunciata la parola “overturism” che da qualche anno circola sempre più insistentemente soprattutto a Siracusa.
La più bella città del Meridione, una delle poche che vale non solo visitare ma abitare, sta facendo di tutto – attraverso i suoi più corruschi benpensanti – per combattere la “piaga del turismo”, il cui surplus viene additato addirittura come causa prima dell’escalation di violenza, della movida sostenuta, della bassa qualità della vita, dell’aumento dei prezzi e persino del traffico automobilistico, in analogia alla Palermo di Benigni.
Facile pensare che a non volere stranieri e forestieri siano i soli siracusani che abitano nelle aree a maggiore densità turistica e che evidentemente vogliono vivere nel centro più storico possibile ma con meno gente auspicabilmente attorno. A loro basterebbe suggerire di trasferirsi in una delle altre zone della Pentapoli, se non fosse che il “problema” dell’overturism è sempre più sentito anche tra le categorie che ne traggono il maggiore vantaggio: ristoratori, rivenditori al dettaglio, albergatori, come anche in una larga fascia di comuni cittadini: il prezzo che Siracusa sta pagando nella transizione da paesone di provincia e città d’arte alla quale non era ancora preparata o, meglio ancora, non è stata preparata dalle istituzioni locali.
In sostanza si rimprovera ai turisti (ognuno dei quali significa soldi lasciati da qualche parte a Siracusa) quanto è colpa unicamente di Giunte comunali, da Garozzo al suo ex delfino Italia, che non hanno immaginato né affrontato la crescente insorgenza turistica. Siracusa è da anni e di fatto una città d’arte che però non si offre come tale. Il colmo è che a lamentarsi non sono i turisti ma i siracusani, che accusano l’amministrazione comunale di incapacità non di gestirla ma di disfarsene. Vorrebbero che il Comune contingentasse i flussi turistici dopo aver sentito parlare di Venezia, Firenze e Roma e anziché spingere il Comune a entrare in competizione con esse, avendone tutti i titoli ma non certo lo steso numero di presenze, vorrebbero seguirle nella campagna contro il turismo in eccesso: salvo poi recriminare perché Siracusa non ottiene il titolo di capitale della cultura.
Non sapendo chi sentire, il sindaco Italia (non esattamente un’aquila: fu quello che presentò come vice di Garozzo, forse il peggiore sindaco di tutti i tempi, una mostra in cui Siracusa era indicata come “capitale della Magna Grecia”, per cui non gli si può chiedere davvero molto) prende tempo e intanto tempesta la città di piste ciclabili deserte e pure brutte, sottraendo spazio ai veicoli. Cosa dovrebbe fare? Vivere qualche mese a Noto, così da scoprire come si lancia una città turistica, dal momento che l’antica capitale del Vallo sta letteralmente superando Siracusa nel sentimento turistico nazionale, pur avendo un decimo delle meraviglie da proporre. Ci sarà pure un motivo se i Vip internazionali preferiscono sposarsi a Noto che non a Siracusa. Dacché, nel rapporto con la popolazione, Noto gode oggi di un maggiore turismo, ma nessun netino si sognerebbe di inalberare la bandiera di guerra dell’overturism.
Cosa dovrebbe in concreto fare il Comune? Piuttosto che calmierare l’ingresso in Ortigia dei visitatori, dovrebbe disciplinare la richiesta di nuove attività, decongestionando il quartiere barocco e deconcentrando la massiccia presenza turistica, semmai possa parlarsi davvero in termini di massività, per favorire la nascita di ristori e punti-vendita anche a ridosso di siti turistici che appaiono del tutto privi di strutture di supporto e che però non valgono meno delle pietre preziose di Ortigia.
Ma se il Comune non è nemmeno riuscito a installare un numero sufficiente di servizi igienici, costringendo i forestieri a mettersi malvisti in fila nei bar, è difficile supporre che riesca a immaginare una città a regola… d’arte. Di conseguenza si grida all’overturism, mentre Noto tifa a favore e intanto se la gode. Di questo passo si prenderà la rivincita mancata nell’Ottocento e virtualmente si candida a capoluogo morale di provincia.
