
Chi dice allora la verità? La letteratura o il giornalismo? Più che all’una e all’altro, verrebbe da pensare alla storia – a non dare ragione a Flaubert secondo il quale “essere storiografi significa bere un oceano e pisciare una tazza”, intendendo che raccontare i fatti a distanza di tempo è come guardare un panorama infinito e dipingerne solo un angolo. Ma è anche vero che vedere le cose da lontano è come non essere a teatro in prima fila, da dove si scorgono i dettagli ma si prendono anche gli sputi degli attori. Lo storiografo è peraltro uno studioso e non un autore quale può dirsi sia il giornalista che il narratore. Non racconta la verità ma la ricostruisce e in ogni caso offre una versione personale dei fatti, allo stesso modo del giornalista imperfetto e del narratore inattendibile.
Volendo rilasciare alla storia la patente di oracolo, il grande storico Leopold von Ranke propugnava l’applicazione dei metodi della filologia dopo aver letto un romanzo di Scott che trovava con orrore pieno di inesattezze. Quelle inesattezze si chiamano però “adattamenti” e si legittimano nello spirito del romanzo, sia pure un romanzo storico alla Scott, e non già della storia.
Nella generalità dei casi lo sforzo cui assistiamo oggi da parte degli storici è di smettere i panni di Senofonte, testimone e coprotagonista dei fatti che vive e poi racconta, per indossare quelli di Erodoto, interprete incline a forzare le notizie per renderle credibili con l’uso di un linguaggio meno filologico e più enfatico, adatto a proporre appunto “storie”. Erodoto è uno storico che sta con un piede nel romanzo ed è in antitesi con Tucidide, la cui disciplina è di stabilire la verità ricostruendo la storia comprovata, con il distacco dai fatti che l’assenza personale dalla scena comporta. Tucidide, padre della storia, interviene quando i campi di battaglia sono ormai scacchieri di nuove strategie militari, oggetto di studio: ma invece che andare a raccogliere reperti tra le macerie, recupera documenti scritti custoditi in archivio. Così affidandosi a fonti lasciate generalmente dai vincitori.
La verità non può essere dunque data dalla storia (“che sarebbe una bella cosa” diceva Tolstoi “soltanto se fosse vera”), come nemmeno dalla scienza, soggetta com’è al principio di falsificazione stabilito da Popper per il quale nessuna scoperta può essere definitiva in vista di quella successiva che la supererà. Nemmeno la religione dice la verità, essendo subordinata alla fede e dovendo fare i conti con la sua molteplicità e diversità. Resta la letteratura, universale nel tempo e nello spazio. Ma di per sé è la meno affidabile perché è retta sulla menzogna: parola di Manganelli, come anche di García Márquez che proponeva di “pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente”.
Vero e falso, verità e menzogna, sono – a ben vedere – i punti cardinali anche dell’attività onirica e i cardini della vita. Ogni giorno esperiamo questa dualità dovendo in ciascuna circostanza decidere cosa è vero e cosa non lo è. Giuseppe Bonaviri individua così nello stato di dormiveglia la vera natura dell’uomo, quella condizione in cui per pochi secondi ogni mattina non riusciamo a capire se siamo nel sogno o siamo tornati nella realtà. Questa sensazione immediata e momentanea, di chi si ritrovi in un non-luogo temporale e spaziale, è quanto la letteratura tende a rendere stabile e duraturo, stendendo un lungo e reale “bagnasciuga” tra due opposti che si alternano e si combinano: asciutto e bagnato, terra e acqua, caldo e freddo. Ma anche vero e falso.
La letteratura, come il sogno, è un’iride che vediamo da svegli nella quale distinguiamo i colori ma non riusciamo a indicare dove finisce uno e comincia l’altro. Essa soltanto, come il sogno, può interrogarsi su cosa sia vero e cosa falso e prescindere nello stesso momento dal darsi una risposta. Inventa fatti che nulla importa se siano accaduti o meno, ma che possono essere creduti veri nello stesso tempo in cui essa stessa li definisce falsi. La letteratura – ed eccoci ad una prima definizione: paradossale e dunque verosimile – è un gioco di “carte” le cui regole sono stabilite da ciascuno dei partecipanti. Il solo obbligo fatto a tutti è quello di barare. Vince chi dice meno verità.
E allora? La letteratura è finzione, ma dando una rappresentazione del mondo e della vita ne offre i processi invisibili, le dinamiche sottese, in una parola l’anima. Si costituisce al contrario del giornalismo che del mondo e della vita propone una riproduzione analogica presentandone i rivolgimenti apparenti e manifesti, gli accadimenti esteriori, in un’altra parola il corpo.
Se le cose stanno così, ne consegue che la letteratura, esplorando l’animo dopo aver registrato l’atto, supera il giornalismo – che si ferma all’apparente, giusta la regola di Camus ne La peste: “A un cronista spetta solo di dire ‘è successo questo’ se questo è davvero successo” – assicurando una verità più compiuta. “In hinteriore homine veritas” scrive Sant’Agostino.
Ma a chi spetta la primogenitura? Né al giornalismo né alla letteratura perché sono nati insieme in maniera indistinta quando l’uomo primitivo, per spiegarsi i fenomeni del creato, dall’eclissi agli uragani, “ristà”, come dice Vico, colmo di meraviglia. Un’emozione che diffonde informando, con buona dose di esagerazione, e nello stesso raccontando, con altrettanta parte di esaltazione.
Ma già nella Genesi troviamo che racconto e informazione vanno a braccetto e si confondono: Eva racconta al serpente del divieto posto da Dio e il serpente la informa che se invece mangia frutti dell’albero della conoscenza diventa come Lui. Mente il serpente, ma mente anche Eva che aggiunge al divieto di mangiare anche quello di toccare l’albero in mezzo al giardino. Fanno letteratura pensando di fare giornalismo. Pessimo giornalismo. Né si riabilita e prende le distanze dal racconto quando offre la prima vera informazione nella storia dell’uomo, se storia può dirsi quella raccontata dalla Bibbia: l’’informazione che la colomba dà a Noè che il Diluvio è cessato.
Ma sono distanze ancora molto timide, se Oreste, travestito per non farsi riconoscere, porta a Clitennestra la falsa notizia della propria morte e agisce da giornalista, che però mente, mentre Ulisse si fa narratore raccontando ai Feaci le proprie avventure, incline a dire il vero, pur sapendo di non poter essere smentito e rendendosi quindi inattendibile. Per moltissimi secoli, il giornalismo, come il racconto, involge una questione di sincerità e di affidabilità. Ma anche di tempi necessari alla divulgazione. Ancora nel 1516 il viceré di Sicilia Ugo Moncada, temendo una rivolta popolare, riesce per molti anni a tenere nascosta la morte di Re Ferdinando il Cattolico, confidando negli effetti di un fenomeno che è connaturato al mondo della comunicazione: il ritardo. Non c’è giornalismo se i destinatari di una notizia, non uno ma una pluralità, sono presenti: è un annuncio. Il giornalismo presuppone che un’informazione viaggi. Il racconto non soffre invece di questo difetto di fabbrica, perché è immediato.
Essendo tale e dunque di maggiore presa, il racconto prevarica sull’informazione e si sostituisce ad essa nella rappresentazione della realtà, diventando esso stesso mezzo di comunicazione. È quanto succede oggi con l’affermarsi della post-verità e soprattutto dello storytelling che premiano la forma sulla sostanza, l’appeal della notizia alla verità fattuale, l’interpretazione suggestiva alla mera ricostruzione. La ricerca degli elementi che colpiscono di più l’immaginario, come anche la pruderie, trova anche la stampa più autorevole maggiormente interessata rispetto alla registrazione di un’arida realtà. Lo show don’t tell richiesto a un narratore diventa per questa via un principio anche del giornalista: “mostrare, non riferire” è la prima lezione impartita nelle scuole di scrittura creativa, ma anche il primo tradimento del giornalismo, che per sua natura deve riportare le notizie nei modi a cui solo le agenzie di stampa oggi si attengono: periodi brevi, paratassi, asciuttezza, concisione, stretta aderenza ai fatti, rispetto delle fonti.
Invale invece, con il traino della televisione che chiama anche i dibattiti in studio “talk show”, il giornalismo testimoniale, reso in prima persona come esperienza che per essere tale viene raccontata. E “narrazione” è il termine invalso oggi per definire, anche in campo giornalistico, proprio la ricostruzione di un caso o di una vicenda.
Ma mentre in passato il giornalismo di questo tipo, esercitato da testimoni del tempo quali Terzani, Fallaci, Barzini, Buzzati, Parise, si faceva letteratura nella forma della prosa d’arte e concepiva il reportage come elzeviro (modello di giornalismo-saggismo miseramente tramontato), oggi eredi ed epigoni si fermano al resoconto scialbo e piatto, né mordace né tantomeno salace, ma straripante di “cravattini neri”, quelli che in un’intervista Salinger si lamentava di non riuscire a eliminare per potere scrivere semplice come voleva: “La mia mente è tutta piena di cravattini neri e, anche se li sto buttando via non appena li trovo, ne resterà sempre qualcuno”.
“Discorso uguale, secondo chi lo fa, muta di peso” fa dire Euripide a Ecuba. I fatti insomma possono essere riferiti in modalità divergenti secondo chi ne sia artefice. Una modalità emula il racconto, l’altra richiama il rapporto. Fra le due, preminente è la prima, per modo che Pamuk può dire che “l’arte del romanzo è nella capacità di raccontare le nostre storie come se appartenessero ad altri e le storie degli altri come se fossero le nostre”. Questa regola non vale però per il giornalista, il quale è tenuto a riportare sic et simpliciter “le storie degli altri” chiamandosi fuori da ogni storia, perché più si implica in essa e più induce il lettore o il telespettatore a pensare a un racconto e non a un resoconto.
Come a un sacerdote che somministra l’eucarestia non si guardano le mani se le ha sporche perché è ministro di una liturgia che si compie comunque (la transustanziazione eccepita da Sciascia), così al giornalista non si legge nella testa che pensieri gli passino essendo agente di una funzione che si raccomanda per essere impersonale. Diceva Niccolò Tommaseo, giornalista di forte impegno civile, oltre che scrittore, che “prima di mettersi a scrivere conviene avere in capo la forma del bello”. Esaltava il bellettrismo molto in voga. Ma un giornalista deve avere in testa innanzitutto e soprattutto la forma del vero. Il bello viene da solo, se ce n’è.
2- continua
