
Antonio Tajani, primo lacchè di Berlusconi, al quale deve la leadership di Forza Italia, ministro che quando dice qualcosa “esce male”, come ha detto Giorgia Meloni alla sua ultima esternazione sulle donne, ha rivelato un aspetto che generalmente la classe politica tende a dissimulare: quello umano. Per la perdita del suo cane ha postato su facebook un ricordo e una foto che lo mostrano uguale al comune pensionato seduto a una panca malmessa con il suo fido al guinzaglio, contento di essere lì e di fare quanto sta facendo: Tajani gode della compagnia di Ugo che ha un bastone in bocca e vuole giocare.
Quel sorriso sincero che ha in faccia non è politico, non è di circostanza, né la foto sembra costruita come lo stesso Tajani ama condursi al momento di girare un video: famosa quella volta che ripeté tre volte la ripresa di lui che esce di casa e finge di imbattersi in una telecamera con annessi giornalista e microfono.
“Ciao Ugo!” ha scritto. “Te ne sei andato all’improvviso dopo tredici anni di vita insieme. Ti ho preso in braccio per l’ultima volta sperando di poterti aiutare come tu hai sempre fatto con me. Grazie per avermi accolto festante ogni volta che tornavo a casa, grazie per aver giocato con i piccoli Matteo e Penelope. Grazie per essere stato un grande amico”.
Parole semplici, genuine, di un uomo addolorato per un vuoto improvviso che sente il bisogno di condividere – non con i suoi parigrado, non con una ristretta cerchia di illuminati, ma con la gente qualunque – uno stato d’animo che chi ha un cane in età avanzata non può non comprendere e chi ha sensibilità per i moti del cuore non apprezzare. Con un solo gesto di dimissione della veste pubblica Tajani ha riscattato l’immagine di uomo di potere altero e scostante, ma si è attirato una bordata di commenti al fulmicotone: “Era lui che ti scriveva i discorsi?”, “Come ce l’aveva la gonna Ugo, lunga o corta? O forse aveva il burka?”, “Quando si fa il funerale, lutto nazionale?”, “Cosa ne pensava il povero Ugo del Ddl caccia?”, “Ha pubblicato qualcosa x i bimbi di Gaza?”, “Eh già, è un grande dolore di fronte al quale la strage di Gaza è poca cosa” e via di questo tenore.
Molti hanno riprovato la manifestazione da parte di un politico di un sentimento ritenuto “intimo” e contestato la cura verso un cane rispetto ai mali del mondo: “Ma si può… può un ministro pubblicare una cosa del genere in un momento storico come questo?” ha postato un internauta. Un altro si è fatto una domanda in circolo: “Ma questo lo sa che è un Ministro della Repubblica?”.
La perdita di un cane non suscita in un ministro o nel Papa reazioni diverse che nell’ultimo bifolco, né un uomo politico, consigliere comunale o vicepremier che sia, è tenuto a soffocare i suoi sentimenti in nome di un decoro intestato alle personalità istituzionali, da vedere intangibili e infrangibili.
Se la regina Elisabetta II ruppe in lacrime per la perdita del suo yacht, non può un ministro affliggersi per la scomparsa del cane? Dopotutto Obama e la moglie Michelle fecero la stessa cosa e postarono un annuncio analogo: “Per più di un decennio, Bo è stato una presenza costante e dolce nelle nostre vite. Ha sopportato tutto il trambusto che derivava dallo stare alla Casa Bianca, abbaiava forte ma non mordeva mai… È stato esattamente ciò di cui avevamo bisogno e più di quanto ci aspettassimo. Ci mancherà tantissimo”.
Da Boris Johnson ai Bush padre e figlio, i politici addolorati per la morte dei loro cani hanno riempito i giornali e intenerito anche gli avversari politici. Tajani ha invece scatenato uno scontro nel suo profilo Fb se sia giusto o meno piangere un cane da parte di un ministro degli Esteri al quale non mancano certo ben altri motivi per contrirsi.
La domanda vale anche nel caso di Ignazio La Russa che si è fatto fotografare in aereo prima del decollo con il suo pastore tedesco femmina ai piedi aggiungendo una didascalia: “In viaggio insieme alla mia Sciara”. Si vede il presidente del Senato che guarda sorridente, compiaciuto e orgoglioso il suo cane che qualche commentatore si è chiesto se si chiama Benita e qualche altro se ha imparato il saluto romano.
La differenza è innanzitutto nel cane. Quello di Tajani era un Flat-Coated Retriever, noto per la sua mitezza ed espansività, mentre quello di La Russa è un pastore tedesco che insieme con il dobermann e il rottweiler è passato alla storia per l’impego massiccio che le SS e la Gestapo ne fecero nella loro azione repressiva e bellica. Hitler ne aveva uno chiamato Blondi che coccolava e addestrava come La Russa fa con Sciara, nome derivato dalle colate laviche fredde dell’Etna. E mentre il trasporto, in mortem, di Tajani è ispirato a un vero sentimento di sofferenza, quello ostentato di La Russa rimanda automaticamente a concezioni di dominio e appare una sorta di dimostrazione di muscoli, un’esibizione sufficiente a far dire nei commenti “Chi è l’animale?”, “Qual è il cane?”, “È ariano?”, “Se pò invertì la museruola?”. Chiose eccessive e tranchant, certamente fuori luogo, ma che colgono un atteggiamento difficilmente accettabile, fonte di un interrogativo legittimo: può la seconda carica dello Stato dedicare tanta premura a un cane, da portarlo con sé in viaggio, quando non dovrebbe trovare tempo che per rivolgere quei sorrisi e quelle attenzioni a esseri umani che nelle sciare ci vivono davvero?
Il cordoglio da un lato e l’orgoglio dall’altro. Un ministro può piangere un cane che muore, ma non può gioire della sua salute. Il dolore è condivisibile, l’esibizione no. Si può perciò partecipare al patimento di Tajani, ma non si può convenire con chi sprizza gaudio ad avere con sé un cane, che sarà il più intelligente e fedele, ma che ha anche una brutta storia alle spalle. Quel cane in quella foto ce la ricorda.
