
La tendenza generale del nostro tempo, a causa o grazie alla prevalenza del linguaggio parlato, è verso l’omologazione al primo grado, il più povero ma il più diffuso, congeniale a una società di massa favorita dalla globalizzazione dei mercati che richiede un nuovo “sabir”, la lingua comune, facile e povera, parlata nell’antichità nei porti del Mediterraneo a fini commerciali. È a questo livello che scopriamo infatti come la comprensione delle parole sia legata alla loro diffusione.
Prendiamo la parola “antifona”, figura retorica non meno complessa e difficile di altre quali “aferesi” o “litote”: senonché la troviamo in bocca anche alle mamme che rimproverano i loro bambini: «L’hai capita o no l’antifona?». Anche la parola “antonomasia” si va volgarizzando e circola con maggiore frequenza, mentre per esempio “onomatopeico” fa, nel grado basso e nel medio, le sue prime apparizioni, così come toccò a parole come “anagrafe” o “uxoricidio”, oggi del tutto popolari, come Kant vedeva gli esempi. Il grado popolare, o grado zero del linguaggio, è quello che raccoglie la stragrande maggioranza nel mondo di quanti parlano e scrivono. Ed è evidente quanto possa essere dominante nella società di oggi.
Un aggettivo che intanto sta facendo molta strada è “esaustivo”, usato anche al posto di “esauriente”, benché significhi altro, mentre la parola “approccio”, molto frequente nel commento calcistico, è oggi in bocca a chiunque voglia definire un avvicinamento. Capiamo allora che, come in passato, nemmeno oggi le parole sono facili o difficili, essendo semplicemente comuni. Non esistono in realtà parole difficili, ma solo parole di cui si conosce o meno il significato.
Tuttavia ce ne sono di due tipi: generiche e proprie per il cui uso non vale se siano entrate nel linguaggio quotidiano quanto la loro precisione ai fini di una migliore proprietà espressiva. Una cosa è infatti dire “albero” e un’altra “abete”. Se parlo di un forte vento non rendo lo stesso significato che se scrivo “grecale” per intendere anche molto freddo e una temperatura secca.
Va da sé dunque che occorre conoscere il significato del termine per comprenderlo (così com’è per qualsiasi mestiere del quale occorre conoscere ogni segreto), cosa che vale per tutti i vocaboli: che se usati nella loro accezione, col nome proprio anziché quello comune, come dovrebbe essere, risulterebbero incomprensibili alla società di massa di primo grado e perciò inservibili. Spiega Simenon: “Se dico tavolo capiscono tutti, se dico sublime ognuno dà la propria interpretazione”.
Rispetto ai secoli eruditi, Sette e Ottocento, nei quali lo sforzo era di elevare il parlato di primo grado, quello popolare, perlomeno al secondo, oggi assistiamo a una regressione che porta sempre – sia nella lingua scritta che in quella orale – ad adeguare il terzo al secondo e questo al primo. Parlare e scrivere facile è diventato un mantra del nostro tempo perché il marketing, dovendo scegliere un mezzo di comunicazione, ha optato per quello più popolare e quindi più diffuso: ciò che il linguaggio dei social, incline a usare anche il dialetto, oggi dimostra.
Esprimersi con parole facili per farsi comprendere non equivale sempre a chiarezza. Si può essere elementari e nello stesso tempo confusionari, viceversa si può essere chiari nell’esposizione ma servirsi di parole difficili. Questi giochi di ruolo appartengono propriamente al saggio, ma anche nel romanzo facilità di linguaggio e chiarezza diegetica possono agire su piani distinti. Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Gadda è tanto chiaro nell’intreccio quanto difficile nello stile. Il maestro e Margherita di Bulgakov è invece chiarissimo nella lettura e difficilissimo nella trama per i tanti piani interpretativi che propone.
La gran parte della letteratura contemporanea tende sempre più a coniugare facilità e chiarezza, allo scopo di rendere il romanzo quanto più accessibile al pubblico più vasto, che è sempre quello di primo grado. Il romance ne è un esempio clamoroso. Ma non è facile stabilirsi nel primo grado di espressione. Salinger diceva sulla sua difficoltà a scrivere semplice e naturale: “La mia mente è tutta piena di cravattini neri e, anche se li sto buttando via non appena li trovo, ne resterà sempre qualcuno”. La spinta è sempre ad annodarsi la complessità.
Eppure, nell’Ottocento, a un ammiratore che loda la sua chiarezza Mallarmé risponde: “Allora dovrò mettere delle ombre”. Non è superbia né solo amore per il simbolismo, ma rispetto di una regola, cui Citati ha dato una definizione: “Tutte le cose belle, buone e vere sono difficili”.
La rappresentazione spiccia non garantisce un risultato che superi la superficie delle cose. La voga di molti giornalisti – Cazzullo in testa, ma anche Augias, Angela e altri – di occuparsi di tutto e saltare d’emblée da Gianni Morandi all’Impero romano, con la pretesa di fornire una conoscenza sufficiente su un tema, si scontra con la necessità inderogabile e irrinunciabile non solo di una specializzazione tecnica su quel tema ma anche di un linguaggio specifico.
La strada oggi percorsa è, stando così le cose, quella dell’involuzione – una inversione a U rispetto al corso della storia fino a una quarantina di anni fa: manovra che anche gli scrittori hanno fatto propria. L’esperienza di Camilleri di scrivere in siciliano, quando Sciascia non era andato più avanti del dialetto borghese, comprova come ciò che era impensabile un tempo è diventato oggi non solo accettato ma anche perseguito.
Scrivere facile, con proposizioni elementari e parole di immediata e generale comprensione, è raccomandato anche dagli editori, che sanno bene come il mass-cult, il credo corrente, non ammetta l’erudizione ma la sola divulgazione.
Distinguendo le parole dai termini, le prime comuni e le seconde tecniche, Leopardi propende per quelle perché il suo è il secolo della dottrina, del bello scrivere, del sapere che richiede di esprimersi in maniera adeguata, un secolo nel quale parlare e scrivere sono capi del proprio guardaroba e fanno parte della mise con cui presentarsi in pubblico. È il tempo in cui la prevalenza generale, per potere brillare in società, è di cercare i termini quanto più esatti e ricercati rifuggendo la grossolanità delle parole plebee – parole che per essere bene accolte devono essere fortemente liriche. Oggi saper parlare e scrivere comporta viceversa il ripudio delle forme, della proprietà di linguaggio, dell’uso di tecnicismi, della mostra di una specializzazione. Per questa via più si scrive come si parla e più successo si ha.
Siamo nel mezzo di una stagione epocale di transizione, quanto ai modi di espressione orali e scritti. Prendiamo il caso dell’uso dei nomi comuni, ma anche propri, al femminile, che sottende un fenomeno contemporaneo in pieno svolgimento. E basta ricordare quando Giorgia Meloni, nominata premier, chiese di essere chiamata “presidente” con l’articolo maschile, ottenendo di accendere una questione già aperta e ancora tutt’altro che conclusa.
Diciamo subito che le parole non diventano femminili per decreto o decisione condivisa, ma seguono il criterio dei motori di ricerca su internet dove più vengono usate e maggiore rilievo assumono. Quelle che sono in uso da molto tempo, coetanee delle maschili, hanno addirittura non un genere diverso ma un termine distinto. È il caso di “moglie”, femminile di “marito”. O di “madre”. Via via che una parola prende corpo si fa perciò strada da sola e diventa autonoma acquisendo la qualità di nome proprio.
Un esempio sono i nomi delle città straniere. Hanno una versione italiana quanto più note la storia le ha rese in Italia, per cui non diciamo London o Paris ma Londra e Parigi, né diciamo Marseille o Moscow. Ma scriviamo e pronunciamo Manchester come gli inglesi e Amsterdam in olandese, così come diciamo Chicago e New York, mantenendo quasi la pronuncia originale, perché si tratta di arrivi semantici nella nostra terminologia registrati tra Otto e Novecento, quando, con le grandi emigrazioni, si hanno i primi vagiti della globalizzazione.
Nel caso invece di città come Londra e Parigi, o Lisbona, Berlino, Praga e tante altre, la loro frequentazione da parte italiana, anche solo letteraria, risale ai secoli ancora precedenti, diventando accezioni familiari come fossero Roma o Napoli, da rendere cioè italiane.
Per i nomi comuni vale lo stesso principio di frequenza lessicale: più una parola è corrente e storica e più acquista una sua fisionomia. Se perciò di molti termini maschili non esiste il corrispettivo femminile non è colpa della cultura patriarcale che dominerebbe anche le forme espressive, ma effetto della mancanza di un riferimento reale noto al femminile. Sicché abbiamo “la professoressa” accanto al “professore”, come “la bidella” accanto al “bidello”, perché le insegnanti e le bidelle ci sono note come entità concrete da un tempo che è stato sufficiente a legittimare un genere distinto, ma non abbiamo – se non forzando il senso e il linguaggio comune – “la pretessa”, “la prefetta”, “la questora” o “l’arbitra” né “la maggiordoma” perché si tratta di figure inesistenti o che soltanto da qualche decennio, salvo sparute eccezioni più remote, sono apparse nel nostro orizzonte: via via che nondimeno si avvicineranno declineranno il loro genere o si daranno un nome distintivo, com’è stato per esempio nel caso delle suore rispetto ai monaci o delle ancelle rispetto ai paggi.
Questo necessario stato di attesa ha determinato l’invariabilità di molti sostantivi e aggettivi, che non hanno un genere femminile ma neppure maschile: “vergine”, “gentile”, “celeste” (ma non rosso o azzurro), “onorevole”, “agente” e quante parole abbiano la desinenza in e.
Senonché anche sostantivi che finiscano in e come “generale” o altri quali “regista”, “astronauta”, “colonnello”, conservano una valenza maschile anche quando si riferiscano a cariche o gradi femminili. Tuttavia, in presenza di figure professionali o sociali che hanno guadagnato posizione, com’è stato per “senatrici” e “deputate”, il genere femminile si è affermato rapidamente: quanto più perciò un fenomeno si assesta tanto più un termine si attesta. Salvo verificare in futuro il peso delle parole straniere che difficilmente potranno avere in italiano due generi distinti e saranno definite in base al solo articolo: “la manager”, “la film-maker, “la bodyguard”.
Ma come ci sono termini che al momento conoscono il solo maschile (per esempio “bullo”, di recente acquisizione: a designare un atteggiamento machista), ce ne sono soltanto femminili perché nati ad hoc: le “prostitute” per esempio o le “vestali” o ancora le “nutrici” o le “balie”.
Un giorno le donne avranno anche un loro linguaggio cochon con il quale potranno, riferendosi a organi femminili, imprecare e dire volgarità. Per il momento devono servirsi, del tutto impropriamente e con effetti burleschi, delle parolacce dell’altro sesso. Di calchi linguistici. Sfruttando così le proprietà della metafora, altra parola di largo consumo, molte volte confusionario.
6 – continua
