
Gli uomini primitivi disegnavano figure e condividevano le loro esperienze trasmettendo conoscenza. E ciò facevano per il tramite del racconto, orale e pittografico, che implica in sé, come forma di divulgazione, il senso dell’artificio, dell’adulterazione soggettiva. La mediazione non è mai innocente. Anche quando una comunità apprendeva dell’arrivo di una mandria di rinoceronti da cacciare, della morte del capo di un’altra tribù, dello straripamento di un fiume, era sempre un racconto altrui a informarla – a meno di essere testimoni diretti come nel caso di una eclissi o di un terremoto oppure di una battaglia combattuta personalmente.
Prendiamo quest’ultimo esempio. Un guerriero che fosse reduce da uno scontro intertribale non aveva bisogno di ascoltarne il racconto dagli altri compagni – semmai avrebbe richiesto le loro impressioni in sede di bilancio dei fatti. Il racconto era invece atteso da quanti non avessero preso parte alla battaglia. E sentendo narrare i fatti, ricavavano immancabilmente impressioni che erano doppiamente diverse, secondo la natura dell’ascoltatore e secondo quella del narratore: chi avesse avuto paura delle armi o fosse stato contrario alla guerra avrebbe dedotto dal resoconto considerazioni ben diverse rispetto a chi fosse stato un guerriero e un guerrafondaio, accogliendo una rappresentazione differenziata circa lo stesso svolgimento dei fatti; che peraltro sarebbero stati creduti in funzione dell’interesse suscitato dal narratore, della sua compenetrazione, della credibilità di cui godeva come pure delle sue idee sulla guerra e del suo modo di raccontare.
Questo modello di comunicazione rimarrà pressoché inalterato fino ai nostri giorni, anzi si consoliderà proporzionalmente al progressivo moltiplicarsi delle ragioni date per conoscere da fonti diverse fatti avvenuti sempre più lontano. Decisiva sarà proprio la differenza stabilita dalla presenza e dalla partecipazione alla determinazione degli eventi: se un tizio mi colpisce con un pugno, compiendo dunque un’azione, riceve senz’altro una mia reazione che può essere immediata, se rispondo con un altro pugno, o differita se vado dai carabinieri a denunciarlo.
Quando però un tizio, me assente, colpisce con un pugno mio fratello, la mia reazione non potrà che essere mediata dal racconto che mi sarà fatto e tanto più sarà tempestiva e furiosa quanto più mi verrà data una versione dei fatti che mi convinca, suggestionandomi secondo gradi di persuasione, del torto dell’aggressore.
A un’azione corrisponde dunque una reazione che può essere immediata, se dell’azione sono destinatario o testimone diretto, e mediata se l’azione mi viene riferita. Ma è nella sola seconda ipotesi che la portata della mia reazione dipende dal racconto che mi è stato fatto, cioè dal modo in cui la notizia mi è stata riportata.
Facciamo l’esempio di due guerre moderne provocate da reazioni immediate e mediate: la Prima guerra mondiale scoppia subito dopo l’attentato di Sarajevo, mentre quella del 2003 contro l’Iraq sulla base di un rapporto dei servizi segreti inglesi e americani secondo cui Saddam Hussein è in possesso di armi di distruzione di massa. Il primo casus belli si ha attraverso documenti e foto reali, mentre il secondo si determina all’insaputa del mondo ed è frutto di un racconto. Ma in realtà anche sui fatti di Sarajevo si hanno ricostruzioni e interpretazioni risultato di informative e dunque di racconti.
A ben riflettere, data la totale connessione che collega simultaneamente e sempre più ogni angolo del pianeta, non dovrebbe esserci alcun fatto al quale, grazie al progresso tecnologico, non assistiamo che direttamente, senonché ci rendiamo conto come non ci sia azione alcuna che non esiti una reazione mediata mercé un rapporto, un racconto, un servizio giornalistico, un allarme, un decreto, un provvedimento, che sono manifestazioni umane sempre soggettive.
Questo effetto si ha perché la reazione è sempre dipendente non tanto dall’azione ma dal suo resoconto, ovvero dalla sua rappresentazione. Se corro lungo una strada gridando che sta arrivando un Tir che arrota la gente suscito una reazione certamente diversa da quella che provocherei se dicessi a un paio di persone di farsi di lato perché sta arrivando un Tir a velocità. Non conta perciò la sola rappresentazione che faccio dei fatti a mia conoscenza, ma anche l’interpretazione che ne do: posso peraltro dire che sta arrivando un Tir a velocità aggiungendo che mi è sembrato di aver visto l’autista accasciato sul volante forse per un malore, oppure posso dirmi certo di aver visto alla guida un probabile terrorista islamico.
Nel caso della polemica nata in Italia circa l’accoglienza ai migranti, la decisione attesa dal governo è stata legata non solo all’esatta rappresentazione dei fatti ma anche e soprattutto all’interpretazione che del fenomeno è stata fornita dalle diverse parti sociali e politiche, interpretazione che peraltro implica ragioni ideologiche, culturali, religiose e sociali. Il caso di Anfitrione, che ha certezza del tradimento della moglie Alcmena dal racconto che lei gli fa circa gli avvenimenti della notte, prova quanto la capacità di interpretazione possa essere decisiva nell’accertamento della verità dei fatti.
La celebre legge di Nietzsche per cui non esistono fatti ma solo interpretazioni, sicché la realtà cambia secondo il punto di vista, tanto da far dire a Nabokov che la parola “realtà” andrebbe scritta sempre tra virgolette, coglie un aspetto che premia il racconto (e quindi la letteratura) come strumento posto a fondamento del nostro modo personalissimo di vedere il mondo e immaginarlo.
Goethe in Viaggio in Italia sostiene che “ciò che si conosce attraverso il racconto risulta deludente nella realtà perché il rapporto tra fantasia e realtà concreta è il medesimo che tra poesia e prosa: la poesia penserà sempre il proprio oggetto imponente e alto, la prosa tenderà ad espanderlo in larghezza”. Secondo Goethe l’immaginazione umana pensa più in alto che in largo “perché in tal modo acquista maggior carattere, gravità e decoro”. Il rischio è dunque sempre di dare una rappresentazione non corrispondente al vero. Il che può spiegare le disastrose conseguenze di cui l’umanità è preda.
Schelling afferma che “una conoscenza raggiunge il suo scopo quanto arriva al racconto” stabilendo il principio che nulla può sapersi se non lo si apprende da una narrazione, ma poi avverte che “solo ciò di cui abbiamo conoscenza può essere raccontato” ed è vero. Sancisce così la grande contraddizione fra immaginazione e realtà, che è poi il segreto della letteratura.
In effetti è l’invenzione alla base della letteratura, nel duplice significato che ha la parola invenio, di cercare nel vero e di scoprire dal nulla, scopo cui assolse il mito che viene portato in teatro nell’antica Atene perché il racconto di esso venga creduto reale se riferito agli dèi, diventando quindi sacro, e mero frutto della fantasia di aedi se relativo agli uomini o agli eroi, salvo che non si tratti di semidei, una via di mezzo escogitata per tenere insieme entrambe le dimensioni del naturale e del soprannaturale. Tale ambivalenza tiene il mito sospeso e lo rende rappresentabile e interpretabile: può in sostanza essere creduto una favola o essere interpretato nei suoi significati simbolici, che siano divini o umani, ricavandone norme politiche ed etiche. Il mito greco-romano si trasfonde poi nella parabola cristiana, anch’essa fondata su un racconto rappresentabile e interpretabile.
Nati come una funzione indivisa, gli esercizi di rappresentazione e interpretazione hanno mantenuto i loro ruoli complementari, ponendo artefice e fruitore del racconto nella condizione di creare un’immagine e aggiungere ad essa un concetto. Ma è un’operazione molto delicata. Ne I promessi sposi Manzoni tratta della corrispondenza dicendo come la comprensione di una lettera dipendesse dall’interpretazione dello scrivano segretario. Così è oggi anche per i capi di governo di due grandi potenze. Hanno notizia dei fatti nel mondo attraverso canali fidati che veicolano gli eventi potendo filtrarli. Le decisioni che alla fine i due plenipotenziari prendono non dipendono più dalle oggettive circostanze di fatto di cui non hanno contezza diretta ma dai rapporti, rectius racconti, che ne ricevono. Gli incontri bilaterali di vertice nascono quindi dall’esigenza di assumere i fatti direttamente.
È nondimeno lo stesso Manzoni nel suo capolavoro a dire: “Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta d’aver dei fatti da raccontare”. Un buon proposito da lui stesso clamorosamente disatteso dal momento che leggiamo anche a scuola I promessi sposi come opera morale.
In realtà, nell’esempio in cui mi trovo ad assistere a un incidente stradale, posso riferirlo raccontandone la dinamica ma anche provandomi a delinearne lo svolgimento indagandone le cause e le responsabilità: nel primo caso racconto e rappresento, nel secondo spiego e interpreto. Volendo rappresentare e contemporaneamente interpretare, otterrei di non apparire attendibile perché in sospetto di piegare i fatti alle mie ragioni o queste a quelli.
Sembrerebbe dunque impossibile, com’è per l’immedesimazione interna ed esterna, rappresentare e interpretare senza che una funzione ridimensioni o sovrasti l’altra, assumendo che in letteratura mentre per rappresentare e raccontare si possa essere liberamente soggettivi, per interpretare e spiegare occorra diventare del tutto oggettivi.
Secondo questo postulato, soltanto nell’àmbito sacro la rappresentazione di un evento è infungibile perché ritenuta opera divina e perciò non spetta che il solo compito di spiegarlo (come per gli hadith musulmani o Gli atti degli apostoli), ma in tutti gli altri casi che implichino fatti umani posso raccontarli o interpretarli. Restando nella sfera di queste ragioni, arriviamo dunque a teorizzare che raccontare e spiegare, rappresentare e interpretare, ricordandoci della capanna di Jakobson, siano il portato di metonimia e metafora, romanzo e saggio, sicché prima di raccontare, scrivendo o parlando, dovremmo decidere quale modalità adottare.
L’esperienza quotidiana ci indicherebbe la via. Se depongo come testimone davanti a un tribunale non mi è permesso esprimere la mia opinione e il mio punto di vista, al giudice importando soltanto i miei sensi corporali della vista e dell’udito che egli utilizza in maniera strumentale e materiale. Né da imputato mi è consentito difendermi, perché la mia spiegazione dei fatti è condizionata dall’istinto a sfuggire alla punizione e dal mio modo di “vedere le cose” e giudicarle. Dunque le circostanze mi obbligherebbero a scegliere tra fare opera di rappresentazione o di interpretazione.
Chi voglia nello stesso tempo narrare e interpretare rischia l’esito conseguito da Rousseau, che quando decise di rivelare la sua vita, scrivendo Le confessioni, promise che sarebbe stato sincero e oggettivo fino anche a darsi torto, ma fallì per l’impulso a giustificare ogni volta la propria condotta e infine fu costretto a confessare di aver voluto non dire la verità ma farla credere. Autori come Camus e Sartre hanno scritto romanzi per filosofare, considerando la forma narrativa il modo più convincente per esprimere concetti esistenziali ipostatizzandoli in personaggi identitari e portatori di specifici valori morali. I loro romanzi nelle loro vicende si raccomandano allora come esempi addotti a dimostrazione di una teoria, quella dell’uomo in rivolta nel primo e dell’uomo straniato nel secondo.
Interpretare alla fine può vuol dire raccontare e viceversa, giusta la natura umana nella quale è insita la vocazione a chiedersi infantilmente perché di fronte a un evento, non potendo nessuno di noi accettare di non avere risposte né potendo accontentarci di riferire e basta. Quando ci troviamo a raccontare un fatto, ci rendiamo conto senza volerlo che non riusciamo ad evitare di spiegare perché e come secondo noi è avvenuto.
8 – continua
