
È stato il giornalismo ad imprimere alla letteratura una svolta radicale contribuendo a determinare il passaggio dalla lettura ad alta voce, indiscreta, a quella “nella propria testa”, discreta. Oggi leggiamo un libro da soli e in silenzio, cioè mentalmente, ma ogni altra attività ricreativa di genere anche culturale ci piace svolgerla in compagnia: dall’andare al cinema al visitare una mostra al vedere un talk show o una partita in televisione.
Per millenni però, fino ai primi decenni del Novecento, la lettura è stata collegiale, nel senso che un lettore era rivolto a un uditorio, non solo perché pochi sapessero leggere e lo facessero per gli altri come mestiere, o che nelle scuole e nelle funzioni religiose costituisse un atto obbligato, ma anche per il fatto che la lettura di un testo mutuava la forma di spettacolo più antica e diffusa, cioè il teatro, una cui pièce si poteva, unico caso di fruizione intellettiva, sia ascoltare e vedere che leggere.
Quando, nell’alto Medioevo, il teatro fu però bollato come pratica anticristiana e divenne inviso alla Chiesa, cominciò a essere guardato con un certo favore l’esempio dei monaci, i soli a osservare una lettura muta o sottovoce, a ragione della loro missione. Oggi la lettura mentale è divenuta prevalente e troviamo naturale, senza rimando alcuno a costumi claustrali, leggere in raccoglimento e stando zitti. Cosa è successo per essersi determinato un mutamento così radicale?
Il decadentismo seguito nel Novecento al romanticismo, con il tramonto della ”declamazione” e l’insorgenza di un gusto letterario rivolto all’introspezione dell’io che invitava all’interiorità; la fine del “dicitore”; la chiusura dei salotti sinonimo di società mondana; il declino dell’opera lirica, dei feuilleton e dei grandi romanzi epocali che creavano immedesimazione come oggi una serie Tv; l’avvento della radio e del cinema: sono questi i fenomeni che hanno decretato, insieme soprattutto con la crescita dell’istruzione, il passaggio da una lettura indiscreta e collettiva a un’altra discreta e individuale.
A contribuire soprattutto a questa mutazione anche di costume è stata la diffusione dei giornali, i quali hanno imposto, a differenza dei libri, una selezione degli articoli da leggere e diversificato quindi gli interessi. Dalla lettura solitaria dei giornali, divenuta tale anche nei circoli e nei luoghi di aggregazione come i bar, l’uso della fruizione mentale è arrivato ai libri, rinverdendo una pratica, quella monacale e clericale a sfondo religioso, alla quale nei secoli si è poi opposta un’attitudine alla lettura discreta di tipo essenzialmente laico ma scoraggiata e rimasta per moltissimo tempo minoritaria.
Il libro, nella specie soprattutto del romanzo (e prima ancora della poesia, del poema e della tragedia, generi non di studio, come la manualistica e la trattatistica, ma di diletto), nasce per essere letto in pubblico a voce alta. Dagli aedi greci che cantano Achille e Odisseo a Torquato Tasso che legge la sua Gerusalemme liberata a Eleonora d’Este fino al salotto del principe di Salina dove la sera si leggono romanzi intimi, storici e sociali (i tre generi in voga), la lettura è partecipazione e convivialità perché mezzo per tenere unite più persone su sentimenti ed emozioni condivise.
Chi sa come leggere – in salotti dove la nobiltà disdegnava la volgarità anche di scrivere, ma non il buon gusto – vale quanto chi sa cantare o suonare al pianoforte appartenendo a una élite di favoriti ricercati e privilegiati, benché relegati a un basso rango sociale. La lettura ad alta voce è anche la conseguenza dell’enorme grado di analfabetismo per cui la gran parte della gente, anche di ceto elevato, può solo ascoltare qualcuno che legga, così come ascolta chi canti e chi suoni.
Ascoltando, il pubblico esprime un giudizio e di conseguenza induce l’autore ad adattare, di esibizione in esibizione, la propria opera come fa oggi un cabarettista. Nell’alto Medioevo canterini e cantimpanca modificano all’infinito i “cantari” novellistici, sicché un libro non è mai, al tempo della lettura ad alta voce, considerato finito, ma passa attraverso ripetuti rifacimenti. Fin nel letto di morte, Goethe modifica infatti il suo Faust ancorché pubblicato da tempo. E ciò fa soddisfacendo il gusto del pubblico in forza degli effetti sortiti dalla lettura indiscreta. La quale diventa così un’attività di massa mentre quella discreta un esercizio di pochi, al punto che Sant’Agostino si stupisce quando vede Sant’Ambrogio leggere in silenzio. Anche per lui la lettura mentale è infatti inconcepibile perché nella coscienza comune suona come segreta e quindi sospetta. La regola è, al suo tempo e per molti secoli ancora, la lettura corale.
Già gli antichi Romani avevano istituito la figura dell’anagnostes, amando durante i pranzi che uno schiavo istruito leggesse un libro in papiro ai commensali. Il servo di una certa inventiva poteva perciò modificare il testo assumendo la veste dell’autore oltre che quella dell’esecutore. Seneca, nell’Epistola a Lucilio, riferisce di un patrizio romano che assegna ad ognuno dei suoi schiavi più colti il compito di studiare un autore greco o latino cosicché a richiesta possano non solo recitarli ma anche parlarne. Potendo imporre una sua verità, l’anagnostes deteneva lo stesso potere che l’invenzione della stampa introdurrà nei rapporti tra quanti sapessero leggere e gli altri che potevano solo ascoltare. Chi sa leggere esercita un potere che è un’arma di persuasione di massa. In Farhenheit 451, il romanzo diventato metafora della lotta contro questo tipo di deficit, Ray Bradbury immagina persone comuni che imparano, alla maniera degli antichi anagnostes, testi a memoria che poi ripetono a voce alta perché non si perdano, così da aggirare l’editto che ne impone la distruzione e l’oblio.
Il silenzio introdotto come regola nei monasteri ha via via determinato la prevalenza della lettura mentale che è oggi la sola in uso: il libro viene letto tra sé e per sé, senza parlare né gesticolare né muoversi, e l’autore non vi apporta generalmente alcuna modifica, perché non può saggiare la reazione di un pubblico. Prende quindi conoscenza del suo lettore-modello pubblicando nuove edizioni che si valgono delle critiche mosse alle precedenti le quali fungono così da letture ad alta voce.
Espandendosi l’alfabetizzazione, chi ha imparato a leggere ha imparato anche a scrivere, attività questa che i Greci tenevano in ubbia perché rompeva il legame comunicativo soltanto orale tra autore e pubblico. Nel Fedro Socrate, esaltando l’oralità, bolla la scrittura accomunandola alla pittura: «Anche le immagini sembrano vive, ma se si chiede loro qualcosa tacciono con molta solennità».
Imparare a scrivere ha comportato di conseguenza una maggiore valorizzazione della parola. Che se ha molte più accezioni in riferimento al parlare che allo scrivere (pronunciare, dire, sussurrare, esclamare, mormorare, bisbigliare, gridare…) è perché la parola detta è sempre stata più diffusa di quella scritta, purché pronunciata ad alta voce.
Chi parlava infatti sottovoce suscitava sempre diffidenza, perché ricordava il cospiratore e il delatore, mentre chi volesse farsi sentire da tutti veniva assimilato al predicatore, colui che generalmente porta la “buona novella”, cioè la parola. Le immagini iconiche sono da un lato Giuda che parla all’orecchio del sommo sacerdote e da un altro Gesù che arringa la folla nel Discorso della montagna. Ma l’arrivo della lettura discreta ha stravolto la sensibilità comune incidendo profondamente sulla sfera anche etica: chi parla ad alta voce è diventato uno che grida, apparendo anche volgare, mentre chi parla piano o, meglio ancora, legge mentalmente denota serenità d’animo, creanza e buoni modi. Zittiamo perciò chi, in treno con noi, legge indiscretamente un libro e disturba, perché ci sembra che mugugni e parli da solo, segno di instabilità mentale. L’uomo taciturno diviene invece persona riservata, composta, appunto “monacale”, mentre il predicatore veste i panni del provocatore, dell’invasato, dell’esagitato.
Cambiano i costumi sociali e cambia perciò l’approccio alla parola e alla lettura. Parlare pacato è indice di capacità di persuasione e leggere concentrati un libro è diventata la posizione più bella ed elegante che una persona possa assumere. Il lettore dei secoli della lettura indiscreta era asseverativo di essa, quello della lettura discreta è oggi assorto in essa. Ed ha cambiato comportamento: non legge declamando in sé e sé, non gesticola per dare peso alle parole, non si dà un tono, ma impara piuttosto tecniche di lettura rapida e si prefigge di arrivare alla fine velocemente, esattamente come fa se legge un giornale, dal quale ha infatti mutuato l’educazione alla lettura discreta, che significa soprattutto rapidità. Così facendo ha perso il piacere della lettura fine a se stessa e più che alla forma bada al contenuto, immedesimandosi in esso.
La lettura silenziosa ha cambiato il mondo, tanto da supporsi che abbia contribuito al tramonto della poesia, della tragedia, dell’epica e della “prosa d’arte” (generi letterari squisitamente declamatori) o ne sia stata conseguenza. Piuttosto è successo che, cambiando l’orizzonte culturale e lo sguardo con il quale vediamo il mondo, è stato naturale adattare ai nuovi schemi i mezzi in uso per la loro fruizione. Ma non si tratta, come sempre del resto, di dinamiche valide in assoluto. Poemi e tragedie continuano ad essere scritti, come ad essere letti, e ogni persona si avvicina ai libri con un proprio bagaglio di aspettative e strumenti personali.
Gli effetti della lettura discreta sono stati rivoluzionari, incidendo forse anche sulle forme di scrittura, che evolvono più velocemente di quelle orali, ma da misurare nel lunghissimo tempo, di secolo in secolo. Sono cadute in disuso espressioni ottocentesche quali invegnacché, imperrocché, così come è stata dismessa la prosa d’arte primonovecentesca, bellettristica e di stampo dannunziano.
Leggere mentalmente non ha favorito il bello scrivere, per cui oggi scriviamo in maniera meno ricercata, più analogica e vicina ai modi dell’epistola e dell’oralità. Sono venuti meno i generi letterari classici mentre sono invalsi gusti anglosassoni piuttosto di maniera. Si scrive sempre più come si parla, secondo una prassi che suscita apprezzamento, quando un tempo una cosa era scrivere e tutt’altra parlare. Ha finito per contare di più la seconda capacità, in grande considerazione nell’antica società greco-romana, ma poi relegata nel conto del sospetto e adesso tornata di enorme rilievo con il boom dei mezzi di comunicazione radiotelevisivi e telematici.
Sinonimo di spigliatezza e considerato una dote naturale, il parlare “a braccio” vale molto più che lo scrivere “bene” ed è visto anche come gesto di cortesia, per cui apprezziamo chi tenga un discorso orale e disapproviamo chi legga un proprio testo scritto, mentre dovrebbe essere più gradita la seconda modalità, che assicura accuratezza, studio e consapevolezza e che è divenuta quella protocollare, richiesta negli interventi ufficiali e solenni.
In collegamento telefonico a “Zapping”, trasmissione radiofonica Rai, una signora fu zittita dal conduttore perché stava leggendo un testo preparato. Avrebbe detto le stesse cose anche senza leggerle, forse addirittura meno precise ed esaurienti, senonché ciò che contava per il conduttore e per il pubblico era non il “cosa” dire ma il “come” dirlo. Prima della sigla de “L’Istruttoria”, talk show di un tempo, Giuliano Ferrara si preoccupò di chiedere a un ospite se sapesse parlare in televisione, nulla importandogli cosa avesse da dire in diretta.
La scuola ha dal canto suo favorito questo modello: dopo l’epoca romana non ha infatti più insegnato l’eloquenza, la forma di espressione orale più vicina a quella scritta. Conta saper parlare in pubblico e non al pubblico. Eppure Cicerone valutava una persona secondo come parlasse, ma teneva in prioritario conto cosa dicesse, dando quindi più importanza alla retorica che all’eloquenza. Sciascia dimostrò con la sua opera che conta molto più sapere scrivere. In realtà era la timidezza a impedirgli letteralmente di parlare in pubblico e la volta in cui allo Stabile di Catania, per il suo L’Onorevole, fu invitato sul palco lasciò di corsa la prima fila e scomparve.
Riesce ad avere successo in pubblico non chi affascini parlando sapientemente ma chi sappia attirare l’attenzione, anche valendosi di mezzi quali la mimica, la voce, la veemenza, l’aspetto. Cosicché chi scrive e pubblica libri rimane uno studioso destinato ad essere anonimo, mentre chi sa parlare (pur avendo pochi titoli per farlo) assurge alla dignità di personaggio, al di là di quello che dice.
Parlare e non leggere un testo scritto, ecco il nuovo talento. Cosicché al dicitore si è sostituito il conferenziere, al godimento della lettura collettiva quello dell’ascolto (quindi preferiamo vedere un film tratto da un romanzo piuttosto che leggere il romanzo), allo stile ricercato la parlata fatta di vocaboli poveri e priva di una sintassi elaborata, ma diretta e di facile comprensione.
Eppure per secoli saper parlare è stata una pratica per legulei, imbonitori, logorroici, un mestiere di agitatori, politici e predicatori, mentre un’arte è stata ritenuta il sapere scrivere, qualità che richiedeva peraltro l’alfabetizzazione. Ma oggi è tornato in voga il piacere di parlare e ascoltare, con la differenza che non prestiamo orecchio a un leggitore, che tantomeno declami, ma ad arringatori che pontificano urlanti (il primo Sgarbi docet), mentre abbiamo imparato a scrivere currenti calamo e leggere currenti oculo.
La letteratura è diventata così intrattenimento, vista perlopiù come soggettistica per future trasposizioni cinematografiche e televisive, ancella di una musa cresciuta come un mostro divoratore. La realtà è che se non induce il piacere di leggere, un romanzo si riduce a sceneggiatura, nel grande timore che sia proprio il mercato a volere così. Insieme con il bello scrivere è venuta di conseguenza meno anche la cura nello scrivere, a cominciare dalla punteggiatura. L’uso della virgola e dei due punti, così come vedremo per le virgolette, è mutato in abuso generalizzato.
5 – continua
