L’uso di chatbot di cosiddetta “Intelligenza artificiale”, capaci di generare testi scritti sia di tipo saggistico che narrativo, sta scuotendo e preoccupando il mondo editoriale, impegnato a trovare riparo allo spaccio di romanzi opera di algoritmi e non di menti umane. Dopo il caso di Thélyson Orélien, il cui romanzo è stato escluso dal Premio Goncourt perché frutto di una IA (accertamento riuscito non solo con l’uso di un altro chatbot, ma anche per la scoperta di tracce di metadati nel file), gli autori soprattutto più noti sono entrati in paranoia nel timore di essere accusati di servirsi di generatori di testi.
Oltre allo scrittore tahitiano, molti altri si sono trovati a doversi difendere non avendo come mezzo di prova se non la buona fede e la sincerità. I premi letterari pongono generalmente il divieto di usare l’IA oltre una certa percentuale, la fissazione del cui grado è lasciata a estemporanei giudici di fronte ai quali l’autore si trova nei panni della lepre della favola di La Fontaine che si chiede come possa mai dimostrare al leone di non avere le corna, per cui può rimanere nel regno degli animali, dal momento che vede a terra l’ombra lunga delle proprie orecchie che possono farlo sembrare cornuto.
Gli editori utilizzano software capaci di verificare l’originalità di un testo, ma si tratta di prove empiriche prive di ogni certezza. Il rigore riguarda sia la narrativa che la saggistica, nel cui campo il sapere è preteso più esclusivo che non l’invenzione letteraria. La quale, se artificiale, si maschera più facilmente. Gli LLM propendono infatti per uno stile piatto, uniforme, una costruzione paratattica fatta di proposizioni principali e poche subordinate disposte regolarmente, tradiscono l’uso di segni grafici inusuali, prediligono l’elencazione e un vocabolario base e comune.
A conti fatti, gli editor delle maggiori case editrici non operano nello stesso verso, refrattari quali sono al linguaggio tecnico, al periodare complesso, allo stile troppo ricercato e ostentato? Hanno nella sostanza anticipato di gran lunga la IA che adesso vedono invece come l’entità da esorcizzare a tutti i costi.
Se nessuna obiezione destava in passato il ricorso compulsivo a Wikipedia per attingere informazioni da riportare a piene mani nel proprio romanzo, come del resto in precedenza si era fatto utilizzando le enciclopedie cartacee, il servizio reso da una IA, che comunque attinge anch’essa al Web, è considerato invece una forma di appropriazione indebita, quando non di truffa, perché è visto non come un prestito circoscritto ma al pari di un prelievo totale di testi altrui già bell’e pronti. Ancorché ad essere messo sotto accusa sia il contenuto, in realtà è la forma che è imputata di non essere personale e originale – si fa per dire, perché lo stesso chatbot produce per altri testi se non uguali comunque analoghi.
Eppure è molto comune e di vecchia data il ruolo del ghost writer, autore non fittizio ma reale di discorsi che personalità come il presidente degli Usa o di una multinazionale pronunciano attribuendosene la paternità senza che nessuno gliela contesti, sebbene sia noto a tutti che quella farina ufficialmente sparsa non è del loro sacco. Autori di grande successo internazionale come James Patterson, Tom Clancy, Clive Cussler, Ken Follett operano peraltro come committenti di romanzi di cui forniscono solo soggetto e linee generali lasciando a scrittori diversi o addirittura riuniti in gruppi di stendere la prima stesura e abbozzare le singole scene che poi loro, in qualità di brand-authors, cuciono e amalgamano firmando l’opera finale e attribuendosela.
Il problema è di titolarità e richiama la natura stessa del racconto. Come un’azione nasce da un racconto che viene fatto o si riceve e tuttavia ne risponde chi compie quella e non chi riporta questo, così di un discorso scritto e orale, molte volte opera collettiva e risultato di più revisioni da parte di una molteplicità di autori, ad assumersene la responsabilità non può che essere chi lo renda pubblico. Dopotutto nessun testo, secondo i principi stabiliti dalla legge dell’intertestualità, dal canone del citazionismo e dal principio della polifonia, il dialogismo di Bachtin, può dirsi innocente e vergine: ogni parola mutua infatti i significati che in quel momento storico si sono nel tempo accumulati a formare un’unica accezione.
Anche la IA non si sottrae a tale fisiologia dell’espressione, anzi più di un autore umano si serve delle acquisizioni che i processi verbali hanno maturato, sia pure contenuti entro uno stadio mass-cult. Definiamo impropriamente “intelligente” un sistema algoritmico di elaborazione che si fa forte di un attributo che è piuttosto la memoria, dando così ragione a Montaigne quando dice che, dovendo scegliere tra l’una e l’altra facoltà mentale, non ha dubbi per la seconda. Alla capacità di immagazzinare dati va aggiunta la doppia qualità, presa dalla natura, di scegliere la soluzione meno complicata e di aprirsi la strada in linea con il rasoio di Occam.
E così come un girasole non è intelligente se segue la luce diurna e aspetta di notte l’alba guardando ad est, né le foglie di un albero riescono intelligentemente a non farsi ombra per non privarsi di clorofilla, una IA quale che sia, impegnata a scrivere un racconto, non ha guizzi di intelligenza, non compie mosse del cavallo, non concepisce svolte e colpi di scena, ma segue le regole generali che governano la natura umana.
Ora, mettiamo che un autore voglia sperimentare proprio questo modello e che dunque progetti un romanzo come se fosse scritto da un chatbot: può ottenere un risultato ben maggiore di quello che la IA guadagnerebbe se volesse rendersi “umana”. Un lavoro ben fatto, a regola d’arte, come potrebbe essere smascherato da controllori di originalità, umani o artificiali, che possono osservare semmai il processo inverso?
Un romanzo creato con l’uso o l’abuso di elaboratori di testi anche molto sofisticati non risponde che della sua qualità letteraria. Se oggi non valesse l’autore prima del romanzo, al lettore poco importerebbe chi l’abbia scritto, quando, dove e come, né se l’autore sia lo stesso il cui nome compare in copertina. La prevalenza diventata di moda del primo porta il lettore a vedere in un romanzo il prodotto di uno specifico autore e di giudicarlo in base alla considerazione che nutre di lui. Nel secolo scorso, nel clima della ricerca dell’impersonalità, del libro che si fa da sé, del romanzo come unica istanza e dell’autore negletto, la IA sarebbe stata accolta con curiosità dai sacerdoti dell’analisi del testo, fatte salve le riserve sulla povertà linguistica che è propria del narrato IA.
A ben vedere, se il lettore riesce ad attivare l’immedesimazione interna e quindi a mettere in essere la sua vocazione di riscrivere il romanzo, che importanza può avere per lui chi sia l’autore? Forse che, se sente raccontare una storia in un social network, si chieda chi ne sia il narratore, che gli piaccia o no? Un romanzo anonimo o ufficialmente scritto con uno pseudonimo determina qualche desistenza nel lettore? Le esperienze di scrittura collettiva degli Wu Ming e di Fruttero & Lucentini, come anche il caso di Elena Ferrante, non dimostrano forse – sempreché non valga per loro massimamente lo spirito univoco dell’autore implicito – come siano la storia e il suo tempo a valere sulla narrazione e il relativo tempo della scrittura?
La IA può piuttosto servire a riportare il romanzo al livello di interesse dell’autore equilibrando il rapporto reciproco oggi sbilanciato a favore del secondo, qualora il lettore si rieduchi però a considerare un romanzo semplicemente bello o brutto e non d’autore o meno. In quest’ottica, piuttosto avveniristica se non utopistica, si avrebbe la normalizzazione del mercato libraio che oggi appare drogato, gli autori di successo dovrebbero rinunciare a vivere sugli allori e gli editori ridarsi al loro primigenio mestiere di cercare belle storie da pubblicare.
La questione è se possano trovarne… in natura, giacché quanto può fare un elaboratore è utilizzare i dati forniti dall’autore virtuale per concepire una fabula standard che si rifà al patrimonio narrativo già a disposizione di tutti sulla rete quanto a meccanismi diegetici, sviluppo delle scene, scambi dialogici, divisione in parti e capitoli, tutto entro un intreccio che sente sempre del déjà lu.
Quel che il lettore, di fronte a un romanzo creato dalla IA, non può certamente fare è cedere all’immedesimazione esterna, dal momento che non può essere lo stile il suo punto di forza, dipendendo esso dalla cifra compositiva dell’autore, dalle scelte lessicali, morfologiche e sintattiche che ha voluto assumere. Altresì l’autore algoritmico non può utilizzare gli elementi che appartengono al rapporto con il lettore: essere inattendibile, variare con il gioco di prolessi e analessi l’articolazione dell’intreccio rispetto alla fabula, scomporre oltre un certo limite i due tempi della storia e della scrittura. Può farlo tecnicamente e formalmente, come capacità di sistema, ma non agli effetti di una riuscita artistica, per necessità interna, coerenza e valore espressivo.
La IA deve poi bilanciare i fondamentali del romanzo, narrazione, descrizione e interlocuzione, ma con una marcata preponderanza del primo. Insomma l’IA può scrivere un romanzo, a patto che gli si trovi un altro nome, buono a definire la sua particolare natura ancora da scoprire del tutto.
Ad ogni modo la domanda è se sia letteratura, pur di nuovo conio. A volere essere sottili, se per fede crediamo che la Bibbia sia l’insieme dei libri scritti da Dio, rispecchiando la sua parola, per finta – l’anima delle Lettere dopotutto – possiamo anche dare credito agli scritti di un’entità trascendentale. Che tuttavia non fa letteratura così come la conosciamo, ma narrazione di grado zero.
In un libro Mondadori del 2024 di Gabriele Di Matteo e Eugenio Zuccarelli, Intelligenza artificiale, i due esperti pongono un punto fermo:
Questo libro poteva essere scritto da ChatGpt in un week end di pioggia, a costo zero, evitando lunghe discussioni sul taglio e sulle scadenze? Secondo noi la risposta è: no. Online, si vendono già dei libri scritti da chatbot, redatti con un lavoro di appena quattro ore. Hanno molte pagine, scritte a pappagallo ma non trasmettono la benché minima emozione. Ripetono concetti che hanno memorizzato nella fase di addestramento. Le macchine di OpenAI e simili sono formate da trilioni di parametri, che permettono loro di gestire, oltre al testo, suoni e immagini, destreggiandosi nelle attività più disparate. A una mente umana non basterebbero seicento anni per fare tutto questo. A differenza di Gpt, noi umani leggiamo lentamente e abbiamo ricordi labili che a volte ci vengono incontro dall’infanzia: il palpitare di una tenda nella stanza materna, un pesce che salta dall’acqua durante un tramonto, oppure lo stupore di nostro figlio davanti ai regali “portati con la slitta” da Babbo Natale. Almeno i ricordi, se non la capacità di calcolo, restano un’esclusiva di noi umani insieme all’ironia e alle emozioni.
Sarà magari questione di tempo prima che la IA maturi questa abilità. Umanoidi della specie già in commercio potrebbero mettersi un giorno non lontano seduti al Pc e sciorinare romanzi a ritmo industriale: magari con gli autori alle loro spalle in veste di quel filosofo, Adriano Tilgher, che operò da suggeritore occulto di Pirandello fino a quando lo scrittore agrigentino non fece di testa sua attirandosi l’implacabile inimicizia.
24 – continua

