
Una signora a Papa Francesco il 14 maggio 2023: “Santo Padre, benedice il mio bambino?” e mostra un cagnolino tenuto nella borsa. “Ci sono bambini che muoiono di fame!” la sgrida il pontefice, che vuole richiamarla all’adempimento di superiori doveri, quando nel 2018 benediceva addirittura una fiammante Lamborghini. La donna timorata avrà magari smesso oggi di chiamare “bambino” il suo cucciolo, ma certo non avrà potuto fare granché per la fame nel mondo, dal momento che la stessa Chiesa non ha mosso né smosso alcunché: quella Chiesa sempre pronta a benedire bandiere di guerra, crociate e Basi missilistiche, dimentica del fatto che Dio creò prima gli animali e poi l’uomo. Discriminando esseri viventi tra bambini e cagnolini, il Papa scomparso ha solo scoraggiato l’amore verso il Creato, benedetto da Dio in ogni suo elemento e senza alcuna distinzione. Ne era ben consapevole il vero Francesco, quello santo, che benediceva eccome gli animali, chiamandoli “fratelli” e lodandoli.
Progredendo, la civiltà occidentale si è invece imbarbarita, sicché anche la Chiesa professa oggi una cultura che non tiene conto della natura di “essere vivente” ma solo di quella di “essere pensante”, al quale imputare colpe e meriti. Ma i social vanno contromano. Tra un vagabondo e un cane randagio le chat mostrano per il secondo una sensibilità in gran misura maggiore. Questo perché il barbone è visto come un uomo e quindi con i pregi e anche i vizi di tutti gli uomini. Un barboncino invece è innocente di natura, come lo sono i bambini, per cui anche un molosso appare indifeso, motivo che spinge a immedesimarsi nella sua sorte – ciò che nemmeno l’uomo più pulcioso induce a fare, tant’è che i video di cani maltrattati hanno decine di migliaia di commenti, mentre quelli di uomini pur ridotti a larve nemmeno sono visti.
La realtà registra peraltro un dato che dice tutto: la Giornata del randagio, il 27 luglio, è molto più sentita e partecipata di quella contro la povertà il 17 ottobre pur voluta dall’Onu. Papa Leone, se richiesto di benedire una bestiola, farebbe bene a tenere conto della tendenza dell’opinione pubblica. Ma intanto noi tutti dovremmo interrogarci a fondo sulle ragioni che favoriscono una sensibilità animalista prevalente su quella umana: anche quanto alla fame nel mondo, che una maggiore premura potrebbe fronteggiare.
In televisione passano sempre più pubblicità progresso, sostenute da noti personaggi dello spettacolo in veste di testimonial, che mostrano bambini africani malnutriti, cisposi, malati, in lacrime, aggrediti dalle mosche e ripresi tutti immancabilmente in primissimo piano, alla faccia della normativa sulla protezione dei minori. Gli spot scommettono sul cuore della gente che viene invitata, con voce accorata e ispirata, ad offrire denaro per la loro salvezza. E sono tali da chiedersi perché vengano offerte immagini così penose piuttosto che scene nelle quali – come per la gran parte dei video che riguardano cani e gatti abbandonati e morenti – persone denutrite o al freddo siano soccorse e messe al sicuro. Si preferisce il pietismo al senso umanitario, così da smuovere la coscienza e far mettere le mani in tasca.
Epperò non può essere il telespettatore a salvare il mondo e sentirsi in colpa. Basterebbe che ogni governo del pianeta rinunciasse a comprare un solo fucile per salvare tutti i bambini con il tracoma e altre malattie. E che la Chiesa cattolica avviasse un apostolato concreto spogliandosi un po’, solo un po’, delle proprie ricchezze per fare molto più di quanto potrebbero diecimila privati. Ma la Chiesa si disinteressa sia agli animali che ai poveracci all’addiaccio, fatte salve le organizzazioni dedite alla solidarietà cristiana, che tuttavia a loro volta si rivolgono al nostro portafoglio in sede di dichiarazione dei redditi, contributo volontario, adozione a distanza.
Rivolgersi al cuore della gente e non al cervello delle istituzioni significa non indicare mai i responsabili dell’orrore e del dolore nel mondo. Portarcelo in casa per scuoterci è come se, al tempo dei lager nazisti, gli ebrei moribondi fossero stati mostrati nei cinegiornali perché gli spettatori facessero qualcosa per loro. Ad impossibilia nemo tenetur. La carità è una virtù teologale nel cattolicesimo e un sacro comandamento nell’islamismo. Ma prima della carità del singolo, non immaginabile che nelle forme di una elemosina, viene il dovere di ogni governo e della Santa Sede. Gli spot televisivi che ci gelano il sangue a tavola sarebbe ora che venissero replicati a loop a San Pietro e in Piazza Colonna. Tanto più che la gran parte della gente si commuove solo se vede un cane legato, meglio ancora se gira una musica di quelle per cuori infranti. Avrebbero più successo spot di pubblicità progresso rivolti a soccorrere cani affamati che vagabondi moribondi.
