
Che differenza c’è tra Ranucci che si dichiara apertamente amico di Lavitola e Paolo Mieli che ne diventa amico al punto da dargli del tu, frequentare il suo ristorante e arrivare a farsi accompagnare a casa in macchina da lui? In un’intervista al Corriere della sera l’opinion maker nazionale senza macchia né peccato ammette con candore di aver conosciuto Lavitola circa otto mesi fa, quindi una novantina di giorni dopo l’attentato, per essere stato invitato da una sua amica nel suo ristorante, ma dice che sapeva già chi fosse. Un pregiudicato e un faccendiere. Buon senso avrebbe dovuto perciò consigliargli di scegliere un altro ristorante ed evitare di entrare in qualche modo nella sfera del noto affarista maneggione. Invece non solo ci va ma rimane estasiato dalla meraviglia degli spaghetti alle vongole che per la prima volta gli vengono servite sgusciate. Per soprammercato accetta che Lavitola, alla romanesca, gli si sieda accanto e intavoli una piacevole conversazione sulle cose d’Italia.
Contento della serata Mieli torna più volte al Cefalù, finché una sera la sua auto lo appieda e Lavitola si offre di accompagnarlo a casa con la sua, beandolo per strada delle sue avventure, sventure e vicende che Mieli nell’intervista spiega dicendo: «Per me era un godimento avere la possibilità di sentire da un testimone oculare quello che succedeva dall’altra parte del muro del potere, quindi lo ascoltavo con attenzione». Da quella volta Mieli sceglie di prendere il taxi sapendo che al ritorno Lavitola sarà così zelante da portarlo a casa. Sembrerebbe quasi che lo faccia apposta ad andare al Cefalù così da carpire a Lavitola segreti di bassa politica. Senonché Selvaggia Lucarelli, in un’altra intervista allo stesso giornale e nello stesso giorno, alla domanda se per un giornalista d’inchiesta sia «quasi necessario diventare “amico” di personaggi al limite» risponde: «Non facciamo passare l’idea che i giornalisti debbano diventare amici dei criminali per dovere professionale».
L’idea passa eccome, almeno nella testa di Mieli. L’amicizia diventa infatti tale che Lavitola si rivolge proprio a lui per avere suggerimenti su un sondaggio da lanciare circa la possibilità che un nome nuovo possa diventare nuovo premier. Mieli gli ingiunge di non fargli il nome e pensa a Gratteri, ma non gli dice che non vuole saperne di sondaggi e astri nascenti. A stare alla sua versione, davvero poco credibile e che sta in piedi sulle punte, si fa mandare il documento per Whatsapp e poi, temendo di essere tirato dentro una supposta riunione (con chi non è dato sapere – nel testo appare solo quanto Mieli sceglie di rivelare: «Una sera mi fa “senti, a proposito di quel progetto, vorrei convocare una riunione con te e…”». E… chi? Cappellini?) e senza nemmeno aprire il file (ma dai, chi ci crederebbe? Un giornalista intento ad avere rivelazioni e che perciò perde tempo a frequentare una bocca profonda e poco igienica davvero poi si si ferma davanti al primo documento scritto che ha?) gli risponde che il testo va bene com’è. Il che comporta comunque agli occhi di Lavitola un contributo, tanto che il faccendiere gli manda un messaggio, dopo le prime indagini sul suo conto, rammaricandosi del danno di immagine che gli sta causando. Praticamente un avvertimento o una chiamata in correità, dal momento che lo stesso messaggio lo riceve Stefano Cappellini, l’altro giornalista, direttore di “Repubblica” al quale Lavitola (conosciuto in occasione di un’intervista – mezzo che comunemente i giornalisti non usano invero come propedeutico a un rapporto di amicizia e comunque tale da finire invischiati in oscure e pericolose trame) si rivolge come ha fatto con Mieli e che si è già premurato di dichiarare che la conversazione telefonica è stata una semplice e informale interlocuzione, smentendo un ruolo attivo o un coinvolgimento diretto nel sondaggio. Cosa che evidentemente a Lavitola non risulta.
Tornando alla domanda di partenza, in cosa si distinguono allora Ranucci da Mieli e Cappellini? Perché il primo è finito alla gogna mentre gli altri due, celebrati e acclamati maestri dell’informazione, appaiono come semplici pietre d’inciampo nella strada di Lavitola? Che significato dare alla dichiarazione di Mieli che, al messaggio circa il danno di immagine, risponde al suo cuoco d’elezione nonché fonte di soffiate mefitiche (peraltro vecchie di decenni) in questo modo: «Non ti preoccupare, ci rivediamo appena questa storia sarà finita anche con la pasta alle vongole sgusciate»? Ha scommesso sull’innocenza di Lavitola, dicendosi certo che l’inchiesta giudiziaria sarebbe morta presto? Una simile risposta è davvero quella che darebbe mai un occasionale conoscente, un mero cliente, o piuttosto non è tipica di un vero amico in veste di counselor?
Ranucci, Mieli e Cappellini sono giornalisti, peraltro di prima grandezza. Tutt’e tre sono stati legati a Lavitola che li ha trattati in modi diversi ma certamente in forza di un rapporto che gli consentiva di avvicinarli e coinvolgerli nei suoi piani. Che sono ancora tutti da scoprire. C’è un campo grigio nel quale si muovono figure troppo tentate dalla contiguità equivoca, tra legalità e violazione di legge. Il giornalista non dovrebbe accettare nemmeno di iscriversi al Rotary per non rischiare di dovere firmare un articolo contro un socio con il quale la sera prima è stato a cena in una conviviale. Alla fine è meglio sgusciarsi le vongole da soli in un ristorante non chiacchierato che trovarle sgusciate in un piatto avvelenato.
