
Articolo apparso il 7 giugno 2026 su Libero
In Comunismo un’altra storia (Feltrinelli), Luciano Canfora corona il processo di revisionismo aperto da Labriola e Croce per mettere a nudo, da intellettuale di sinistra, non solo gli errori di percorso del comunismo storico ma anche le sue mistificazioni. «Di due momenti importanti del comunismo moderno (non quello di Platone e Campanella), la scrittura del “Manifesto” del 1848 e la nascita di uno Stato socialista dopo il 1917, mi sono permesso di dare» dice a Libero «una lettura un po’ diversa da quella tradizionale più o meno ufficiale e che ha largo seguito».
Direi un’altra storia più che un’altra lettura. giacché lei dimostra che il “Manifesto”, il libro sacro del comunismo, non accese affatto la rivoluzione parigina del 24 febbraio 1848, anche perché venne stampato a Londra solo a marzo.
«Infatti ebbe in Francia scarsissima influenza. Ne ebbe invece molto tempo dopo, diventando un bestseller, quando furono messi sotto processo i dirigenti socialisti tedeschi ai tempi di Bismarck. A Parigi passò inosservato, prima di tutto perché era scritto in tedesco, con caratteri gotici e stampato in pessima veste. Non lo lesse quasi nessuno. Quando Marx ed Engels vanno nel ’48 in Germania portano con sé un compendio in diciassette punti perché sanno bene quanto quelle pagine così complesse siano ostiche. Ecco, in questa prospettiva, ho voluto fare una piccola revisione, una po’ pedantesca se vogliamo, ma che ridimensiona una forma ingenua di descrivere quel fenomeno storico i cui effetti piuttosto furono molto ritardati nel tempo.»
Eppure la storiografia mainstream, che lei chiama “vulgata”, continua a insistere su questo falso storico. Il “Manifesto” è pieno di errori, ma anche di contraddizioni tra i diversi capitoli.
«È vero. Il libretto andò in stampa quattro volte, a piccole dosi, correggendo qua e là in grande fretta, perché in effetti si voleva, su volontà della Lega comunista tedesca, che arrivasse a Parigi in tempo. Alcuni bravi studiosi hanno individuato non solo gli errori scomparsi ma anche quelli subentrati. Però non so se oggi sia questa l’opinione prevalente…»

Beh, nel manuale per i licei di Reale e Antiseri compare ancora che il “Manifesto” fu dettato nel gennaio 1848.
«Hanno sicuramente copiato, come avviene sempre, da altri manuali. Il primo a scrivere questa notizia falsa fu Armando Saitta nel famoso manuale Il cammino umano, negli anni Cinquanta molto diffuso nelle scuole e considerato una grande novità. Ma anche in altri autori si può trovare questo pregiudizio. Che è nato forse dal fatto che la prima edizione, ben fatta, seria, quella della Cantimori Mezzomonti del 1949, conteneva già questo errore intenzionale e fazioso, inteso a enfatizzare l’effetto immediato del grande libro.»
Il comunismo di tipo marxista-leninista è morto perché contronatura, cioè la natura delle società occidentali, o perché non ha trovato interpreti e leader adeguati, Lenin compreso? Insomma, difetto di fabbrica o errore di applicazione?
«Guardi che il mondo europeo occidentale capì subito il fallimento del comunismo. Fu proprio Lenin – in quell’intervista, non molto nota, a un giornale giapponese che io cito – a dire come il comunismo in Europa occidentale sarebbe stato perfetto se non fosse stato di difficile attuazione. “Noi – disse – lo realizziamo a casa nostra ma non è comunismo, è una forma di proletarizzazione”. Il dramma di questi leader formati in Occidente, Trockij per esempio, ma anche Lenin, che aveva un’ottima cultura tedesca, era quello di dover dare vita a una società nuova, totalmente imprevista, che fosse diversa rispetto a quella capitalistica, e hanno perciò dovuto esercitarsi in un lavoro di alfabetizzazione di massa, di industrializzazione, che è stato sostenuto con la forza di una minoranza che si impone sulla maggioranza.»
In realtà, per tutta la sua storia il comunismo insegue, come lei accerta, la chimera della “maggioranza” vista al pari di una predestinazione ineluttabile. Ma neppure il bolscevismo fu tale. Un altro abbaglio?
«Marx diceva continuamente nel “Manifesto” “Noi rappresentiamo la stragrande maggioranza”, ma la maggioranza in realtà non rispondeva. Quanto ai bolscevichi, si ritenevano maggioranza perché lo erano all’interno del Partito socialdemocratico russo. Nel 1918 Lenin decide che il partito venga chiamato comunista e non più socialdemocratico, ma mantenendo l’aggettivo “bolscevico”, che così ha finito per costituire una specie di ibrido. Un libro a suo tempo molto in voga, pubblicato prima dalle Edizioni dell’Unità e poi da Macchiaroli a Napoli, aveva per titolo “Storia del partito comunista” tra parentesi “B” che sta per bolscevico, “dell’Unione sovietica”. Gli autori erano in dieci, il primo Stalin. Un titolo buffo, perché il partito non aveva motivo di definirsi bolscevico, termine che poteva valere solo in riferimento al Partito socialdemocratico ormai soppresso. Senonché i militanti si chiamavano fra loro “bolscevichi” e Lenin volle mantenere l’attributo.»
Lenin è anche quello che scioglie l’Assemblea costituente e getta le basi del regime sovietico di oppressione.
«Un vero Robespierre della Rivoluzione russa. Un atto di forza il suo che ha avuto le conseguenze che conosciamo. La figura di Lenin costituisce l’altro grande tema del mio libro. Se da Engels nasce la grande socialdemocrazia, da Lenin parte un’altra storia, completamente diversa: sebbene abbia bisogno di dire “Sono un marxista ortodosso”, in realtà lui è un giacobino che ha capito che l’imperialismo è il principale problema. E mentre la Rivoluzione di Ottobre si è auto-rappresentata come l’inizio del socialismo, in realtà è da leggersi ormai, anche alla luce del presente in cui viviamo, come la prima rivoluzione del Terzo mondo, cioè l’inizio di un grande processo di decolonizzazione.»
In sostanza una torsione storica, per usare una sua espressione: la dottrina comunista parte con Marx propugnando l’emancipazione del proletariato e finisce con Lenin auspicando quella del mondo coloniale.
«Attenti alle definizioni. All’inizio del libro ho scelto con una certa cura delle citazioni. Quelle che mi piacciono di più sono di Tocqueville che dice “Tutte le rivoluzioni ebbero una patria e vi si rinchiusero”, cioè diventano un pezzo della storia del Paese, e del grande storico del fascismo Enzo Collotti per il quale “nessuno fenomeno storico è uguale a se stesso anche solo nell’arco di pochi anni”. Spiegano come ogni cambiamento è inerente ai fatti storici. Cosa hanno in comune il liberalismo di Cavour e quello di Berlusconi? Niente. Ma la parola seguita a rappresentare una continuità».

