
Se i Pm che indagano sull’attentato dello scorso ottobre contro Sigfrido Ranucci fossero stati più lenti nell’identificarne gli esecutori materiali, il faccendiere Valter Lavitola avrebbe davvero svolto il sondaggio chiamato eloquentemente “Indagine potenziale elettorale” e ideato (con il contributo del conduttore di Report che modificò quattro dei ventuno quesiti) per verificare sul campo la possibilità che l’amico Sigfrido potesse proporsi come nuovo leader del Campo largo in vista delle prossime elezioni. L’individuazione della banda assoldata da un intermediario, solo con il quale Lavitola pare avesse voluto tenere i rapporti, ha fermato il sondaggio, per cui non sappiamo se l’Italia di sinistra avrebbe voluto il giornalista cosiddetto d’inchiesta al posto di Conte e Schlein.
Pare inverosimile che però Ranucci non sapesse degli scopi del test al quale ha pur messo mano. Appare evidente la sua disponibilità a cambiare veste pubblica. Del resto Lavitola non avrebbe avuto alcun motivo per muoversi da solo e raccogliere fondi per sostenere il sondaggio senza il consenso di chi avrebbe dovuto poi dargli seguito. Per i Pm il chiacchierato affarista romano si è invece mosso da solo, all’insaputa di Ranucci, nell’ordire un attentato dinamitardo che senz’altro ha segnato il momento di maggior favore del promesso leader del Centrosinistra. Il sondaggio, concepito tra luglio ed agosto, avrebbe dovuto verosimilmente essere svolto dopo l’attentato per lucrare il maggior risultato, ma i magistrati inquirenti sono arrivati prima. Lavitola poteva contare su una salda amicizia pluridecennale con Ranucci e ha probabilmente scommesso sul suo futuro come politico e possibile premier, contando in un ritorno di immagine e di affari personali. Del resto sia Conte che Schlein sono venuti dal nulla. Perché non Sigfrido, apprezzato, celebre, dichiaratamente di sinistra e pentastellato mascherato?
Ma, mettendo mano al sondaggio, Lavitola ha commesso un errore: non ha letto il libro del suo amico uscito da un anno e mezzo, La scelta (Bompiani). Se lo avesse fatto avrebbe ben supposto che prima o poi il suo contenuto, passato perché inosservato, sarebbe divenuto da pubblico a noto, con le conseguenze che si sono avute solo ora, dopo che un sito si è dato la briga di leggerlo, determinando un calo verticale di popolarità del giornalista. Che può scordarsi non solo la leadership del Centrosinistra ma anche una candidatura in Parlamento per ovvie questioni morali che lui stesso ha portato allo scoperto, rivelando relazioni extraconiugali con almeno tre donne, Karoline, Emilia e Lavinia, tutte conosciute nell’ambito di Report e utilizzate nelle sue inchieste – come nel caso della terza con la quale va di notte a verificare una soffiata circa la presenza di un noto latitante in un appartamento.

Il titolo del libro non si spiega però nella scelta di rivelare la sua vita privata, quanto nell’affermazione di una posizione professionale di rigore deontologico e civile contro ogni potere e abuso che però adesso sembra proprio scricchiolare. Le conseguenze reali dell’attentato mancato sono state infatti rivolte a rivedere la sua gestione di Report dal 2017 in poi entro un’ottica che alla fine tradisce fin troppo accanimento nei confronti del Centrodestra. Un giornalista non può parteggiare. Se lo fa non è più un giornalista. E non è nemmeno un uomo esemplare se nella sua attività professionale fa commistione con la vita privata.
Ma perché Ranucci (che va girando l’Italia per presentare il suo nuovo libro, un altro monumento edificato alla sua grandezza) ha rivelato parti così delicate della propria vita extramatrimoniale arrivando pure a pubblicare intere lettere di una delle sue amanti, a farne i nomi e rendere noti particolari che potrebbero portare a identificarle? Volendo dire tutta la verità, ha finito per rivelare anche quelle inconfessabili. Agli stralci che siti e giornali hanno reso pubblici, ha risposto alla maniera delle decine di politici che pr anni ha tenuto nel mirino e perseguitati: che i giornalisti preferiscono il gossip e che tra le tante parti di interesse pubblico contenute nel libro sono state scelte quelle scabrose e meno significanti. Ha anche aggiunto che le parti pruriginose sono “romanzate”, cioè non vere, precisando di non avere avuto mai rapporti extraconiugali. Un vero pinocchio.
Ora, essendo le parti intime del libro strettamente connesse con quelle relative alla storia delle sue inchieste, non costituendo appendici o sezioni separati, né tantomeno capitoli a sé, se ne deduce che debbano essere romanzate non solo le storie d’amore ma anche quelle di cronaca, facendo dunque di Report una autentica e formidabile macchina del fango. Ma basta leggere il libro per capire che sono ben vere le relazioni avute dentro e fuori gli uffici Rai, altrimenti è proprio il caso di dire che Ranucci ha sbagliato mestiere, essendo il suo quello di scrittore di romance.
Delle storie d’amore una sconcerta davvero, quella con Karoline. Molto più giovane, affetta da sclerosi multipla, giornalista della Tv svizzera, ragazza fin troppo sveglia, si innamora nel 2015 del bel Sigfrido e lo invita a Lugano dove lo porta a letto. Lei a lui, perché lui è irresistibile, lo sanno tutti. Stanno insieme finché lei capita a Milano a casa sua. Quel che succede vale farlo raccontare all’autore:
Appena sale in stanza, mi chiede l’iPad che mi aveva regalato per vedere le ultime notizie, mentre entro in bagno. Sento un urlo, esco immediatamente. Karoline è sulla soglia della stanza con in mano la sua valigia fucsia.
“Sei una merda!” mi urla con gli occhi che sembrano bruciarle di rabbia, mi scaglia contro l’iPad e scappa via in lacrime.
Ci metto più del dovuto a realizzare. Raccolgo l’iPad da terra, lo sblocco. Sullo schermo è aperta la mail che mi ha inviato qualche giorno prima Emilia: “Mentre leggevo la storia di Miguel, che volutamente beve dal bicchiere di Emève, da lui amata, proprio lì dov’è sporco di rossetto per avere un primo contatto fisico con lei, mi è tornato in mente che l’altra sera hai preso il mio bicchiere e poi l’abbiamo condiviso.”
Corro verso la porta, forse riesco a fermarla, ma in quel momento sento una frenata tremenda. Mi affaccio alla finestra. Soffoco un urlo e corro.
Fuori fa freddo e sono in camicia, ma non me ne rendo nemmeno conto. Karoline è riversa sul bordo del marciapiede. Un SUV non è riuscito a evitarla mentre attraversava la strada correndo. La donna al volante è in preda a una crisi di nervi quando arriva l’ambulanza. Karoline ha lo sguardo vitreo, sembra che guardi verso il supermercato lì davanti. Un beagle a pelo corto le annusa una scarpa. Dalla tasca del giubbotto di jeans sono caduti la pagina con l’articolo di un’edizione di un giornale veronese che parla della guerra tra me e Tosi e l’inseparabile matita in Ethergraf.
Non ho mai trovato la forza di raccontare le circostanze in cui è morta Karoline. Sono entrate nelle mie memorie, quelle che ogni uomo nasconde nel proprio sottosuolo. Ogni uomo, come ha scritto Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ma ha anche cose che non rivelerebbe nemmeno agli amici, ma solo a se stesso, e in segreto. Infine, ci sono cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso.
Ranucci le ha rivelate a sé ma anche al mondo, però il mondo le ha sapute quando lui è rimasto vittima di un attentato voluto da un amico. La vita può essere buffa e più lo diventa quanto più la si gode. Ma è parente della Nemesi. Presenta sempre il conto. E a quanto pare Ranucci se l’è fatto da sé, almeno uno: quello privato. L’altro, pubblico, circa l’attentato, è in via di elaborazione da parte dei magistrati.
