
La più ignobile dichiarazione di Sigfrido Ranucci è quella postata sulla sua pagina Facebook mezz’ora dopo l’avvicendamento annunciato: “Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico”. Suvvia, non si tratta affatto di professionalità mortificanti ma di colleghi Rai con minore esperienza ma decisamente con ben più appeal, il sale della televisione, che non meritano nessun tipo di denigrazione, come hanno pur fatto anche i compagni di crociata e di crociera di Report. Del resto, se la Presutti era già giornalista Report, perché mai Ranucci l’ha tenuta nei ranghi pur non riconoscendole alcuna professionalità?
Semmai il dubbio riguarda la doppia conduzione che farebbe di Report una specie di Le Iene se non di Striscia la Notizia, formule che non si addicono a un programma al quale è richiesta la massima personalizzazione della responsabilità delle accuse che vengono mosse (sia pure a novanta gradi). Se per legge la responsabilità penale è personale, perché non dev’esserlo anche quella giornalistica, che in un format come Report è fatta anche e soprattutto di aggettivi, opinioni di merito, considerazioni soggettive tali da non poter essere condivisi se non per liofilizzarli?
In realtà, vista la scelta presa, prima di silurare Ranucci era necessario liquidare i dirigenti Rai arrivati a decisioni che sembrano voler davvero mortificare non le professionalità di Report ma la stessa trasmissione. Anziché risolvere il caso, la Rai lo ha sconsideratamente complicato.
Intanto Ranucci, nello stesso post, ha annunciato in aenigmate la sua scesa in campo, pronunciandosi nei termini di un programma politico, la difesa della libertà di stampa e la lotta contro “questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche”, che presagisce uno scontro all’Ok Corral oltre a un posto sicuro in Parlamento.
Nemmeno Berlusconi, Aldo Moro e Mani pulite hanno diviso l’Italia come sta facendo Ranucci, che può contare schiere di estimatori non inferiori alle orde di detrattori che levano adesso calici al Cavallino. E che non hanno risparmiato all’ex conduttore di Report ogni contumelia sui social per un’altra sua dichiarazione resa in questi giorni: “Se potessi andrei a cena anche con Totò Riina”, per dire della disponibilità a frequentare delinquenti di una levatura ben superiore a Lavitola.
Il detto è stato considerato una profanazione al martirologio nazionale, mentre è invece il più felice pronunciamento venuto finora da Ranucci, da ascrivere a fondamento del migliore giornalismo. Che si esercita sporcandosi, frequentando i peggiori bar e vestendo i panni dell’infiltrato in partibus infidelium.
Così come è da medaglia intervistare il figlio di Riina, caso che suscitò anch’esso forti riprovazioni contro Bruno Vespa (forse l’unico “titulo” conquistato dal milionario giornalista pagato come artista), è allo stesso modo da ammirare il giornalista che da Nicodemo laico riesca a farsi amico un boss per conoscere meglio la mafia.
Poi nella pratica la condotta è stata ben diversa, è vero, perché con Lavitola è stata vera amicizia e stretta complicità. Ma la sua estemporanea affermazione, rilasciata subito dopo aver ricordato un’altra grande regola del vero giornalista, dicendo che le belle città si guardano dalle grate dei tombini, va adottata come principio di base da insegnare nelle scuole di giornalismo.
